Francesco, tutto Patria e Onore

Un ciclista molto promettente, Francesco Manuel Bongiorno, vince il titolo italiano e si racconta attraverso i suoi credo: la maglia sempre e comunque da onorare, e non importa quale sia il suo colore. Il professionismo a 22 anni è un sogno che sta per avverarsi

Quante volte, in passato, abbiamo visto atleti azzurri, soprattutto i calciatori, fermi come fantocci, con le bocche rigorosamente chiuse, quasi analfabeti, mentre veniva intonato l’Inno di Mameli? Fortunatamente ora sembra che l’inno lo conoscano tutti o quasi, soprattutto gli azzurri che stanno disputando l’Europeo di calcio.

Il Canto degli Italiani è risuonato per ben 66 volte in Valsugana nella Settimana Tricolore, ha accompagnato altrettante maglie tricolori indossate dai ciclisti neocampioni, ma il podio che ricorderemo è quello degli Under 23 con i lacrimoni che scendevano sulle gote di Francesco Manuel Bongiorno, 22 anni ancora da compiere, due occhioni azzurri e un fisico asciutto che ricorda quello degli scalatori che hanno fatto la storia del ciclismo. I suiveurs delle due ruote già fanno paragoni con Marco Pantani, Alberto Contador, ma è presto per questi accostamenti.

Quello che colpisce, oltre alle lacrime e all’emozione, è l’attaccamento alla maglia che questo ragazzo dimostra.  Patria ed Onore, due parole che i giovani d’oggi sembrano aver smarrito nel loro vocabolario, ma che sono un punto fisso nei pensieri e nelle parole di Bongiorno che per mezz’ora parla a ruota libera, come, forse, neppure i grandi dello sport saprebbero fare: “Da quando corro sogno questa corsa, questa maglia; non sempre ho fatto i campionati italiani perché alle volte non mi hanno convocato. Guardavo con un po’ di invidia, in maniera positiva, chi indossava la maglia tricolore, perché penso che sia il simbolo del paese, io sono molto attaccato all’Italia ed è quindi una grandissima responsabilità indossare questa maglia.
La prima notte, venerdì scorso, dopo averla vinta, ci ho dormito, non potevo separarmi da quei colori. Come fantastico è l’azzurro della nazionale”.

La prima volta che sono stato convocato in azzurro è stato al Giro dell’Istria, ero Junior, dividevo la stanza con Simone Antonini, un amico carissimo. Appena ricevuta la divisa azzurra ci siamo vestiti e per mezz’ora abbiamo continuato a guardarci allo specchio con gli occhi lucidi per l’emozione. Anche il primo giorno di gara in maglia azzurra continuavo a guardarmi, quasi fosse stato un sogno. Sono molto attaccato ai colori, attaccato alla maglia che ha un valore enorme, anche quella della mia società. Devo correre sempre onorando i colori che indosso in quel momento, non sempre si può vincere, l’importante è comunque dare il tuo massimo”.

Il ciclismo è uno sport nobile, come l’atletica, lo interpreto quasi come una religione, proprio così, dalla mattina quando mi alzo sino alla sera quando vado a dormire, tutto deve ruotare intorno alla bici. E’ uno sport di sacrificio, uno sport che mette in risalto il limite di ognuno di noi, per questo mi piace e poi  la passione è passione.

Pensi a un contratto tra i prof?

Già a 4 anni guardavo il Giro d’Italia in tv, era il 1994 e mi entusiasmavo con le imprese di Marco Pantani. Altro che cartoni animati, mi divertivo a guardare il Giro e d’estate mentre i bimbi come me erano a riposare io accendevo la televisione per guardare il Tour. Mentre i coetanei giocavano a pallone io andavo in bici e verso i 7 anni quando con la mia famiglia dalla Calabria ci trasferimmo a Fucecchio, in Toscana, iniziai ad organizzare corse in bici con i ragazzini della mia età. Nelle stradine dietro casa si correva tra noi, non potete neppure immaginare quanti cadute abbiamo totalizzato. Pieni di lividi, di ferite, sembravamo fatti di gomma, più si cadeva e più ci veniva voglia di sfide sui pedali. Nei viottoli di campagna, in sella alla mountain bike, piuttosto che su una bici graziella, ho iniziato a battere gli avversari, in queste garette tra coetanei. Da allora il mio sogno è quello di correre tra i professionisti. Ho sempre tifato per tutti i corridori, soprattutto per gli scalatori, però il mio idolo attuale è Contador. Il mio sogno sarebbe quello di diventare qualcuno, di poter correre, un giorno, il Giro d’Italia, ma so benissimo che ben pochi emergono, l’importante è stare con i piedi per terra, lavorare sodo e mai adagiarsi sugli allori”.

di Paolo Colombo

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