Sulla sabbia ce la giochiamo

Gianni Mascagna, la nostra guida all’interno del beach volley, prosegue il suo racconto sulla disciplina olimpica (2 contro 2) e si sbilancia sulle possibilità azzurre a Londra dove sia i maschi sia le femmine “sono da podio”

 

Sino ai quindici anni mi sono totalmente dedicato all’atletica leggera, poi ho iniziato a schiacciare i primi palloni e non ho più smesso. Quando ho vinto il campionato studentesco regionale per me era già un sogno. Da allora mi sono dedicato al cento per cento alla pallavolo e non ho rimpianti, se si esclude che mai ho partecipato alle Olimpiadi, quantomeno da atleta. Ho giocato in tantissime squadre, da Civitavecchia a Roma fino a Spoleto, in A1; proprio nella squadra umbra ho avuto la fortuna di avere come mister Carmelo Pittera, persona fondamentale nel mio percorso personale e professionale, con cui ancora oggi sono in contatto. Ho condiviso il volley con alcuni grandissimi: Marco Meoni, Michele Pasinato, solo per citarne alcuni. Sono stati per tre anni in nazionale con Velasco, ho vinto una Coppa Confederale. Dalla pallavolo, insomma, ho avuto veramente tanto.

Poi, visto che per carattere sono un tipo competitivo, ho bisogno di adrenalina, nel 1999 ho deciso di lasciare la pallavolo per dedicarmi al beach volley. Il motivo è semplice: nella pallavolo non sei mai protagonista, sei parte di un gioco di squadra, nel beach volley invece fai capo a te e al compagno.

Sono il terzo italiano che ha vinto il titolo tricolore per due anni di fila – nel ‘99 e nel duemila – e solo l’anno scorso mi ha raggiunto Riccardo Fenili. Non dimentico certo i successi con il mio grande amico e socio Andrea Ghiurghi, con il quale siamo stati campioni d’Italia nel 2003 e secondi nell’edizione 2004.

Proprio a fine stagione 2004, dopo le ultime soddisfazioni con Andrea, ho deciso di ritirarmi dall’attività con l’obiettivo di aprire una scuola di beach volley, la Beach Volley Accademy. La pallavolo ha delle retribuzioni economiche molto più basse rispetto al calcio, per questo nessun atleta può pensare di giocare cinque, otto o dieci anni e poi vivere di rendita. L’imperativo è, una volta terminata la carriera da giocatore, trovare un’occupazione, che spesso riscontri nell’ambito dello sport che hai praticato.

L’Accademia vive in due centri al mare e uno dentro Roma. Lavoriamo con la Federazione Italiana e i raduni sono al centro di un progetto che prevede di allenare ogni mese circa settemila ragazzi. Gestire questa scuola non è semplice, ma sono estremamente soddisfatto di quanto siamo riusciti a creare in otto anni Giulio Fabio, Marco, Daniela, Mauro, Fabrizio e io.

La mia giornata standard inizia alle 8 e 30 del mattino e finisce non prima delle 23, tra corsi privati, corsi per i bambini, allenamenti personali e corsi open per chi lavora durante il giorno.

Questa scuola potrebbe propormi una seconda occasione per allenare. Una l’ho avuta nel 2008, quando sono stato chiamato al timone della nazionale russa di beach volley. Chiudemmo al tredicesimo posto le Olimpiadi di Pechino. Ora aspetto un’altra opportunità, so che non è facile, ma grazie al lavoro dell’Accademia siamo tutti costantemente sotto osservazione e in contatto con tantissime persone che lavorano nel beach volley.

Ho 45 anni e posso dire di essere personalmente e professionalmente soddisfatto.

A proposito di Olimpiadi e di beach volley, ritengo che per la prima volta l’Italia abbia due tra le squadre più forti del mondo. Il duo maschile, Nicolai e Lupo, dà piene garanzie, al pari del duo femminile (Cicolari e Menegatti). Tutti e quattro sono giovanissimi. Abbiamo due squadre secondo me da medaglia, forti e talentuose.

La prossima puntata, a ridosso dell’inizio delle Olimpiadi, parlerò con gli amici di SportivamenteMag di tecniche e di alcuni protagonisti – azzurri e non – che saranno a Londra.

 

di Gianni Mascagna

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