La parola a Fiorenzo

 

Magni non va raccontato, va riferito. O riverito. A 90 anni abbondanti è partecipe di tutto, attento non solo al ciclismo ma allo sport tutto, curioso di politica e di costume, malevolo solo nei confronti di chi fa chiacchiericcio, gossip, racconta idiozie. Anche troppi, per i suoi gusti. E di quelli non vi diamo conto. Quanto segue non è un’intervista e nemmeno una chiacchierata, sono pillole di ciclismo e altro. Storie di una vita, non solo della sua.

A COME…

Magni e Martini (1949)

Abitavo nella valle del Bisenzio, in una frazione di Prato. Cominciai a 14-15 anni con una bici da passeggio alla quale avevo tolto i parafanghi. Con quella facevo 40/50 chilometri al giorno. Chiesi a mio padre se mi comprava una bici da corsa, allora costava 180/200 lire, parecchio, e non potevamo permetterci una bici di lusso. Le prime tre corse le ho fatte mentre davo una mano ai miei, lo sport veniva dopo il lavoro. I miei avevano i cavalli, erano trasportatori, io li aiutavo. Al debutto ho forato, sono anche caduto. Andai in fuga con Alfredo Martini, lui era già affermato tra i giovani, per me era come un fratello, minore di solo un mese. Ci siamo conosciuti nel 1936, in tutti questi anni mai c’è stata una banalità che sia uscita dalla nostra bocca, o una frase fuori posto.

La quarta mia corsa, ricordo, la vinse Martini e io fui secondo. A seguire passai aspirante, indi allievo, poi dilettante. Dal 1941 professionista con la Bianchi, poi Viscontea, Wilier Triestina, Ganna e poi la mia invenzione, che è stata la salvezza del ciclismo: gli abbinamenti con le aziende non ciclistiche.

ABBINAMENTO

Le Case di biciclette nel 1953 erano in grandi difficoltà, il figlio del primo vincitore del Giro, Luigi Ganna, mi disse che non avrebbe più fatto la squadra, non ce la faceva a tirare avanti, era costretto a quella rinuncia. Conoscevo Zimmermann, proprietario della Nivea, e gli proposi di fare la squadra. Un intoppo c’era, occorreva convincere la Federazione a cambiare i regolamenti, che

replica (da http://goo.gl/JHoy0)

vietavano i marchi non ciclistici negli abbinamenti delle squadre. C’era un’assemblea Fci a Torino e ci andai, ebbi anche modo di parlare e di illustrare il mio progetto. Il presidente Adriano Rodoni capì che poteva essere uno sbocco e autorizzò la nuova procedura, ma ancora c’erano da convincere tutti coloro che si opponevano alla novità: ad esempio in Francia non volevano farmi correre e solo l’intervento di Fausto Coppi prima della Parigi-Roubaix permise di aggirare il blocco. Lui disse agli organizzatori francesi che non avrebbe corso se non avessero accettato Fiorenzo Magni con la maglia Nivea Fuchs.

La cifra di quell’abbinamento, del primo? La stabilii a spanne, chiesi a Zimmerman 20 milioni per tutta la stagione, per una squadra di 7 corridori, pensando di tenere per me un paio di milioni. Alla resa dei conti, a fine stagione, mi resi conto che avevo speso tutto e per me non era rimasto nulla, non avevo guadagnato. Lo dissi a Zimmermann e lui, generosamente, mi diede un assegno con 6 zeri, qualche milione. Così rompemmo il fronte, sino ad allora c’era solo la possibilità di fare contratti con case di biciclette, di gomme, di accessori: materiale ciclistico e niente di diverso. Nivea Fuchs durò tre anni, poi io smisi di gareggiare.

ACCONTENTARSI

Magni al traguardo del Fiandre

Se uno parte rassegnato va poco lontano, questo è un principio al quale mi sono sempre assoggettato. Sono contento di aver ragionato sempre così, io ho valutato come e dove avrei potuto migliorare, non mi sono mai fermato, ho sempre cercato di avere le carte in regola per vincere, in bici e nella vita di lavoro.

ALIMENTAZIONE

Uno scienziato, il professor Carlo Sirtori, mi prescriveva, un mese prima del Giro, un ricostituente, ma mi diceva anche “Pensa ai minatori e mangia come loro: minestrone, bistecche e pollo”. Una ricetta che ho fatto mia, tra poco sono 91 anni.

BARTALI E COPPI

Tra Coppi e Bartali c’ero io, e io per primo li giudicavo più forti, per batterli dovevo inventare qualcosa. Loro erano fieri rivali, ricordo quando eravamo in Nazionale, a tavola loro due sedevano normalmente lontani e quando uno dei parlava l’altro chiedeva “cos’ha detto quello là?”. Si parlavano a stento, poi sono diventati amici, ma la grande rivalità esisteva ed è vero che ha diviso l’Italia. Uno legato alla Dc, alla chiesa, l’altro non legato alla sinistra ma considerato della parte avversa.

BINDA E GUERRA

Mi piaceva Alfredo Binda ma anche avevo affetto per la Locomotiva Umana. Sono stati due amici veri. Binda per anni ct, Guerra ct nel 1947, l’anno in cui arrivai quarto al Mondiale di Reims.

DOPING

C’era anche ai tempi miei ma era molto diverso, c’era un uso farmacologico blando, tipico degli sport di endurance, di fatica, ma la parola doping è venuta dopo, allora noi si parlava di simpamina, di stenamina. Simpamina per me era forte, stenamina ne prendevo 4 pastiglie per il Giro d’Italia, 1 per la cronometro, 1 in montagna e 2 di scorta. Il doping è un cancro difficile da estirpare, nonostante i controlli siano sempre più sofisticati.

FASCISMO

Com’era il Giro durante il periodo fascista? Lo sport è sempre stato al di fuori della politica, penso che sia giusto così, allora come adesso.

FAUSTO

Coppi era nato per andare in bici, senza polpacci, grande stomaco, grandi polmoni, con questo sterno carenato, come un uccello. Specialmente sopra i 2.000 metri di quota era superiore a tutti. Coppi era più completo, secondo me, ma Bartali era ugualmente straordinario. Il loro, comunque, è stato un gran confronto.

Ricordo un Giro del Veneto, Coppi da solo e noi dietro, non l’abbiamo mai ripreso. Un’altra volta, al Lombardia, passò solo sul Ghisallo con 30”, e nonostante dietro fossimo in diversi a tirare, arrivò al Vigorelli con 3 minuti. Una volta mia moglie mi disse: “Fiorenzo, ho visto passare Fausto in cima, da solo, non era nemmeno sudato”. Quello era Coppi.

Fausto negli anni a cavallo dei ‘50 ha fatto cose incredibili, tipo i 200 km di fuga nella Cuneo-Pinerolo, ma quel che faceva in montagna era speciale, come speciale è stato Pantani.

Il 2 gennaio 1960 quando è morto Coppi tutti noi abbiamo perso qualcosa, io credo che Fausto sarebbe stato un grande dirigente.

FRATELLANZA

Ciclismo è fratellanza, è uno sport che accomuna, a differenza di altri che dividono. Basta vedere quando ci si trova per un qualsiasi motivo, i ciclisti ci sono sempre, a centinaia. Da noi esiste, è riconoscibile la solidarietà, siamo legati ai ricordi, siamo gente che non dimentica, nella vita è meglio essere riconoscenti.

Giro del '56

GIRO

Il Giro è passione, è davvero qualcosa di speciale. Più che mai oggi. Il Giro del 1946, detto della Rinascita, io non c’ero, non l’ho fatto, ma mi ricordo in quali condizioni si svolse: c’erano pochi alberghi, il Paese era ancora sotto choc per la guerra, devastato dalle bombe, le strade tutte sconnesse. La grande sfida di Vincenzo Torriani è stato allestirlo ugualmente. Il Giro allora portò una ventata di speranza. Si dormiva negli istituti religiosi, gli unici che erano in piedi, negli ostelli, dai salesiani.

 

IN CORSA

Il corridore in corsa  ha il tempo di pensare, alla famiglia, alla moglie, alla fidanzata. Io mi allenavo e avevo un blocchettino sul quale annotavo quel che mi veniva in mente.

PANTANI

Io credo che Pantani sia stato sfortunato, quando ha perso Luciano Pezzi, il suo direttore sportivo, un uomo saggio che lo faceva ragionare. Non per le vittorie, per la sua vita. Pantani è stato un corridore rivoluzionario, utile a rilanciare il ciclismo. Ne parlavano tutti, così grintoso, così forte. Tutti lo ammiravano. Poi si è perso come uomo.

RIFORNIMENTI

Quando correvo io conoscevo tutte le fontane da Milano a Palermo, oggi in fondo al gruppo c’è un camion pieno di ogni bevanda e di ogni ben di dio. Il Giro in questi termini ha perso qualcosa. Allora quelli dei bar, delle trattorie dove i gregari si fermavano a fare incetta di bibite per i capitani, alla domanda “chi paga?” rispondevano “paga la Gazzetta, paga Torriani”. Gli altri, gli osti o i baristi, volevano i soldi, mica si accontentavano di chiacchiere, però allora andava così, eravamo tutti un po’ gaglioffi.

TRADIZIONE

Finché ci sarà mondo ci sarà il ciclismo, e i bambini italiani giocheranno con la palla e il triciclo. Anche le bambine. Abbiamo una tradizione secolare che ci appartiene, è sotto pelle.

Montanelli dedica

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