Fosbury, un flop storico

1963, Dick Fosbury ha sedici anni, gli piace il salto in alto e lo pratica con la tecnica della doppia forbice, come se saltasse una staccionata. Il suo allenatore gli dice: “Salti ancora come faceva tuo nonno”. Cercano d’insegnargli lo scavalcamento ventrale, in quel momento di gran moda, ma i risultati non vengono. Fosbury torna alla doppia forbice e migliora, sino a valicare, in Oregon, 1 metro e 63 centimetri, suo primato personale. Quando l’asticella viene posta a 1,68 s’inventa una versione improvvisata del salto per cui diventerà famoso, rincorsa e salto al contrario, atterraggio di schiena. Quel giorno sale sino a 1 metro e 78, vince la gara. Vincerà anche quella seguente.

I compagni ridono di lui, ma non se ne cura, pensa di aver inventato una nuova tecnica e l’affina. Inizia a mettere a punto una rincorsa semicircolare per arrivare spalle all’asticella al momento del salto. La scavalca prima con la testa e poi con il resto del corpo. Fondamentale è il richiamo delle gambe, la parte più complicata. Due anni più tardi, alla Oregon State University, il suo allenatore Bernie Wagner gli detta un programma di allenamento per potenziare forza ed elevazione. Vince i campionati juniores, ma lo considerano come un alieno. Al giornalista che chi chiede se quel salto di schiena abbia un nome, Fosbury risponde pronto “è il mio salto, lo faccio solo io, non ha bisogno di un nome”. Poi gli viene in mente una foto del liceo, pubblicata dal “Mail Tribune”, provvista di una semplice didascalia: “Fosbury flops over the bar”, Fosbury salta oltre l’asticella. Così aggiunge: “Si chiama Fosbury flop”.

Nel 1966 un tecnico federale statunitense viene a filmare il suo salto. Quel giorno Fosbury salta 2.20 e viene convocato nella Nazionale Usa di atletica leggera. Due anni dopo partecipa alle Olimpiadi di Mexico City. Fosbury è l’unico che salta in quel modo e si augura di andare in finale, di essere tra i cinque-sei migliori saltatori al mondo. Va molto oltre, non sbaglia un salto sino a quota 2,24, la gente non crede ai propri occhi. Su quella quota Fosbury commette due errori, ma è pur sempre il suo limite personale. Al terzo tentativo il suo salto dorsale gli vale la medaglia d’oro e il nuovo record olimpico. La gente ha la sensazione di aver assistito a un evento straordinario. Lui e Bob Beamon, 8,90 nel salto in lungo, sono gli eroi di quei Giochi. Uno ha rivoluzionato la storia del salto in alto, l’altro ha allungato a dismisura la performance, apparentemente senza l’aiuto del vento a favore.

Il problema viene dall’allenatore Usa, Payton Jordan, che dichiara un’idiozia delle sue, nonostante la medaglia d’oro di Dick:”I bambini imitano i campioni, ma se cercano di imitare il salto di Fosbury un’intera generazione di saltatori sarà sterminata: si romperanno tutti l’osso del collo”. A Medford, Oregon, dov’è nato e risiede, organizzano una parata per accoglierlo. Mesi dopo, a New York, un cartellone invita “ad ammirare il campione olimpico Dick Fosbury”. Lui continua a ritenersi un fenomeno da baraccone.

I tecnici si chiedono se quel salto rivoluzionerà la specialità, al momento solo Dick lo pratica. E se avessero ragione quelli che pensano che sia rischioso? In realtà controindicazioni non ce ne sono, il gesto è naturale. Il fatto che i giovani saltatori lo imitino è una prima garanzia.

La storia di Dick Fosbury potrebbe chiudersi qui. Si considera un onesto saltatore, dichiara che se a Mexico City ci fosse stato Valery Brumel, il sovietico primatista del mondo con 2,28, “la medaglia sarebbe andata a lui”. Brumel aveva subito un drammatico incidente in moto che gli aveva maciullato la gamba destra, facendogli chiudere la carriera.

Fosbury non riuscì a qualificarsi per le Olimpiadi di Monaco 1972 e si ritirò. In compenso andava fiero per essere stato il primo componente della sua famiglia a laurearsi. In ingegneria, nel suo caso.

L’ingegno, va detto, non gli mancava.

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