10 barattoli di Nutella e 30 kg di pane

Li si può acquistare per festeggiare con le amiche un titolo italiano di ciclismo femminile su strada. In alternativa si compra un vestitino o un paio di scarpe o, volendolo condividere, si va a cena con un fidanzatino. Di più, onestamente, non si può fare con i 95 euro che costituiscono il premio per il successo tricolore. Oltre a una miseria, vogliamo chiamarla una vergogna?

Il titolo di Campionessa italiana juniores femminile di ciclismo vale 95 euro, una miseria, per non dire una vergogna, se paragoniamo il premio alle pari età che gareggiano in altre discipline. Questo il bottino della neo-campionessa tricolore Anna Stricker, classe 1994. L’ingente somma consente a una diciottenne golosa di acquistare 10 barattoli di nutella e 30 chili di pane, per festeggiare con le amiche; se invece la nostra diciottenne si cura della moda può ambire, a scelta, a un vestitino,  un paio di jeans o un paio di scarpe. Con la stessa cifra ci scappa, forse, una cena con il fidanzatino, stando attenta che il vino scelto non sia troppo costoso.

Il ciclismo femminile, lo avevamo già raccontato per le donne élite, è uno sport che non sceglie tra passione e soldi. I secondi non ci sono, ci si fa bastare la voglia e il talento. Ascoltiamo la Stricker: “Se penso che in certe gare, per la vittoria, non prendiamo neppure 50 euro, mi chiedo chi me lo fa fare di faticare così. È una vergogna, meno male che ognuna di noi ha una famiglia alle spalle e, le più fortunate anche una squadra che copre le spese di viaggio”.

Domanda: perché una ragazza non ancora diciottenne si produce in queste scelte?

“Sinceramente non lo so neppure io, ho provato il nuoto, lo sci, il fondo, ma appena in sella, a 9 anni, mi sono resa conto che il ciclismo era lo sport più bello del mondo. Da lì in poi non ho più mollato la bici. Con gli anni, ti abitui a correre nel fine settimana, sei sempre in giro e le poche volte che i week-end li passo a casa, mi annoio, il tempo non passa mai. Per il resto la mia giornata è fatta di scuola al mattino e di pomeriggi interi trascorsi allenandomi, ma è quello che mi piace e non mi pesa.

Qualche punto di riferimento?

“Ho un idolo tra i corridori professionisti: Tom Boonen, fortissimo e il più bello di tutti.

Per il resto sono una ragazza che ha le stesse passioni delle coetanee, con l’obbligo di qualche rinuncia. Questo fa la differenza “.

Andando oltre nel discorso economico, una menzione la meritano anche i corridori della categoria Elite senza contratto. Ciclisti che, dopo aver compiuto 23 anni non sono riusciti a fare il salto nella categoria professionisti. Da sempre il campionato degli Elite senza contratto diventa così una vetrina per trovare un posto stabile in un team pro. Potrebbe essere così anche per il vincitore, l’abruzzese Matteo di Serafino, che in volata ha regolato un gruppetto di otto corridori.

Purtroppo nella categoria figurano atleti che sul punto di passare professionisti sono stati sommersi di promesse e parole, rivelatesi poi fasulle. E una sorta di discriminazione si abbatte sui corridori del sud. “Verissimo, più abiti al sud e più ci sono difficoltà a passare professionista. Ecco perché vedete così pochi corridori … terroni – esclama Vincenzo Iannello, secondo al traguardo, nativo di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta. Ho iniziato a correre a otto anni, anche se in realtà già seguivo il ciclismo prima, mio padre correva da amatore e già nel pancione di mamma ho vissuto le prime corse. Purtroppo per passare professionista servono le raccomandazioni, le conoscenze giuste, non contano più di tanto i piazzamenti. Ho 28 anni, anno dopo anno le mie speranze diminuiscono, troppe persone che promettono, promettono, ti riempiono di belle parole ma al momento di passare ai fatti spariscono. Lo stipendio in questa categoria è bassissimo, ma sono cresciuto sapendo rinunciare a qualcosa, ancora adesso se c’è da rinunciare a una pizza o a una cenetta fuori con la ragazza se non ho i soldi non ne faccio un dramma”.

di Paolo Colombo

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