La costanza di Giada, un esempio

La Borgato, a digiuno per cinque anni in categoria Elite, trova la gran giornata in Valsugana e si laurea campionessa italiana di ciclismo su strada

Giada Borgato in Tricolore

Mio padre correva in bicicletta, da dilettante ha vinto molto. Io sono cresciuta in ammiraglia, ero sempre lì in mezzo alle ruote, ai tubolari, avevo anche imparato a gonfiarli,  finché un giorno, a sei anni, ho detto a papà che volevo correre. Mi ha guardato stranito dicendo che per le bimbe così piccole non esistevano squadre, poi fortuna ha voluto che un amico di mio padre avesse una squadra di giovanissimi e ho iniziato cosi”.

Sembra quasi una fiaba la storia di Giada Borgato, nata a Padova nel giugno 1989. Minuta, un filo di trucco sopra due occhi dolcissimi e un sorriso bellissimo, è la nuova campionessa Italiana di ciclismo su strada. Nessuna vittoria nella categoria Elite in cinque anni di carriera, il rischio di dire addio al ciclismo per un brutto incidente, era venuta in Valsugana convinta di fare presenza, quasi una gita con le compagne di squadra, tant’è che alla vigilia aveva fatto tardi.

È un movimento, quello della bici al femminile, totalmente da rinnovare. Mai al passo coi tempi, risente delle pecche dello sport italiano, dove i campioni troppo spesso vengono gettati alle ortiche con leggi assurde o inesistenti. Parliamo di atlete non riconosciute professioniste, con stipendi da fame, che corrono mantenute dalle loro famiglie, come il caso di Giada. Ragazze controllate dai soliti vampiri della Wada (l’agenzia mondiale antidoping) che, come il loro colleghi maschi, i professionisti, devono comunicare ogni giorno i loro spostamenti, dare la reperibilità.
Roba da arresti domiciliari, altro che ciclismo dilettantistico.

Nonostante tutto questo l’Italia, negli ultimi cinque anni le ragazze azzurre hanno vinto per quattro volte il titolo iridato e anche a Londra, in chiave olimpica, partiranno come la formazione da battere. Ma ascoltiamo di nuovo Giada: “Avevo visionato il percorso e l’avevo trovato durissimo, un tracciato per pochi, sicuramente non mi aspettavo di vincere, tant’è che sono partita spensierata, tranquillissima. La sera della vigilia avevo riso e scherzato con le mie compagne sino all’una di notte, pensando ad altro. Durante il primo giro del circuito ho sentito che la gamba, comne si dice,  girava, mi sono infilata in tutte le fughe, finché è arrivata quella buona, nell’ultima ascesa ho staccato chi era con me, Silvia Valsecchi, e da lì è iniziata una sorta di crono, io che non sono cronometrista mi sono impegnata al massimo, arrivando con i crampi, ma ce l’ho fatta”.

Cosa significa indossare la maglia tricolore?

“È una maglia importantissima, prima di me la portava una campionessa come Noemi Cantele. Io non ho una carriera, sono Elite da cinque anni e prima ho incasellato solo piazzamenti. Le ultime vittorie risalgono a quando ero ancora junior. Un mese fa volevo smettere dopo un periodo nerissimo, in cui tutto andava storto, prima l’influenza poi un incidente in cui mi sono rotta diverse parti del corpo. Fortunatamente al mio fianco ho una famiglia speciale che mi ha sempre incoraggiato.
Sono testarda, sempre molto positiva, spero anche simpatica. Credo in quello che faccio, ho stretto i denti e sono andata avanti. Prima o poi pensavo che la vittoria sarebbe arrivata, ma non pensavo proprio mi capitasse al Campionato Italiano.”

Cosa è per te il ciclismo, perché pratichi uno sport che non è riconosciuto dalla stessa  Federazione a livello professionistico ?

“Il ciclismo ce l’ho nel sangue, sono sempre vissuta in questo mondo, quando ho pensato di lasciarlo la paura più grande è che mi potesse mancare l’ambiente. Certo, abbiamo stipendi bassissimi, non ci riconoscono professioniste.  Tanti non capiscono i sacrifici che facciamo e mi chiedono perché corra, mi dicono che un giorno smetterò e dovrò lavorare. Il ciclismo è questo, si rischia, si va avanti perché poi quando arrivano i risultati sei la persona più felice del mondo. Certo, non mi paragono alle ragazze della mia età, chi non corre nel fine settimana va a ballare, fa una vita completamente diversa dalla mia, si diverte, io mi svago correndo in bici. Mi alleno tutti i giorni, dalle due alle 5 ore in bici ed è sempre fatica. Quando i risultati non arrivano esci in allenamento e ti chiedi chi ti obblighi a fare così tanta fatica, poi stringi i denti e prosegui“.

Avere in squadra la maglia iridata di Giorgia Bronzini non ti fa sognare, un giorno di indossare quella maglia ?

“L’ho sempre sognata, sin da piccola. Avere una compagna che indossa quella maglia dà stimoli in più, anche oggi in gara è successo. Un giorno mi piacerebbe prendere il posto di Giorgia, lei lo sa, l’ho avvertita”.

di Paolo Colombo

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