I Wafer pronti alla querela

Egregio direttore,

le scrivo a nome e per conto della categoria che rappresento certo di trovare ospitalità nel suo prestigioso magazine.

Sono un biscotto, per la precisione un wafer al cioccolato. Il mio aspetto è quello di due eleganti, friabilissime cialde, inframmezzate, appunto, dal cioccolato. Vanto origini antiche che risalgono addirittura al Medioevo. I miei antenati hanno visto la luce in Inghilterra dove intorno al 1400 mi chiamavano Waba, perché la mia superficie ricordava un alveare. Il grande Shakespeare mi conosceva bene e se ne beava. E pure Liz Taylor quando mi incontrava metteva a parte la dieta.

Questo per quanto riguarda la storia. Ma non le scrivo per questo. La categoria che rappresento – di cui fanno parte tra gli altri i frollini, i pavesini, gli amaretti (i più amareggiati di tutti), i canestrelli, i ricciarelli, i mustazzoli e le lingue di gatto – mi ha incaricato di farle conoscere i sensi di una formale e vibrante protesta per come in queste ore viene dileggiata e denigrata la nostra categoria. Un gruppo di imbroglioni patentati, noti per vendere le partite di calcio, fare scommesse scandalose, mentire, imbrogliare, farne di ogni, per giustificare un’eventuale probabile figuraccia agli Europei di calcio, insiste nel dire che se davvero ci sarà l’eliminazione dopo il primo turno, la colpa sarà del “biscotto“.

Eh no, questo non è giusto e non possiamo sopportarlo. La nostra categoria ha sempre avuto fama di essere portatrice di gioie e dolcezze e respinge con sdegno queste accuse. Il “biscotto” è buono e fa bene, piace ai bambini, delizia gli adulti e conforta i vecchi.

La prego, pertanto, egregio direttore, a nome di tutti i membri della categoria, di difendere la nostra onorabilità.

Se il calcio italiano è cotto, non dia la colpa al biscotto.

Dolci saluti

Wafer

(di Lello Gurrado)

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