Kiev, molto prima di Sheva

Due autentiche fucilate di testa di Sheva alla Svezia hanno regalato grande gioia all’Ucraina e una notte insonne a Kiev. Sasha, in skype, mi racconta che i suoi concittadini, in tutto quasi tre milioni, hanno festeggiato come se avessero giocato e vinto tutti loro. Di certo non erano in campo, ma hanno concorso al successo dei loro beniamini con un tifo vibrante, logico prosieguo di una festa che ha preso le mosse il giorno dall’assegnazione di Euro 2012 all’Ucraina, “il vero giorno della nostra indipendenza” come mi suggeriva Yuriy, un commerciante prestato all’organizzazione del torneo continentale.

Ma Kiev ha iniziato i festeggiamenti ben prima, quando si è aperta al mondo. I miei primi ricordi della capitale ucraina risalgono al 2002, quando ci vado non per turismo ma per opportunità di lavoro. È un cosiddetto nuovo mercato, bisogna andare sul posto e capire. Il volo è della “Blu panorama” l’unico della settimana in un mercoledì di inizio agosto. In mezzo ai tanti che volano verso il mare,  io volo verso Kiev. Verso dove?

L’aereo sta per atterrare al Boryspil, l’aeroporto internazionale. Guardo fuori: la città, per le case e per le scritte in cirillico, è un po’ “vintage”, composta nella sua romantica tristezza. Compilo un foglio con varie informazioni e lo consegno al doganiere che mi scruta per bene prima di decidere di farmi passare. Appena fuori un uomo reca un cartello col mio nome. Dribbling riuscito a tutti i finti taxisti presenti fino sulla sua macchina scassata. La strada che arriva in centro passa davanti a una serie di enormi palazzi tutti molto alti, molto vicini e molto uguali; uno di quei formicai di periferia che trovi in tutte le città, solo che qui è un formicaio un po’ più triste.

Poi però passiamo il Dnepr e, saliamo una collina per una zona di artisti e di musei detta la “Montmartre di Kiev”; il driver segnala col dito la bellissima Chiesa di S. Andrea. In cima alla salita la città si apre in viali larghi e luminosi, attraversati da Suv e da gente ben vestita che si imbuca nei negozi eleganti, alcuni italiani.

Arriviamo nella grande piazza dell’Indipendenza – teatro della rivoluzione arancione di un paio d’anni dopo – dove ci sono gli appartamenti, davvero belli, che le aziende locali affittano agli stranieri invece di ospitarli in albergo. Troppo pochi e troppo costosi gli hotel di qui. Per arrivare al mio appartamento devo evitare la trappola per umani chiamata ascensore: salgo e schiaccio il pulsante del piano, informato che potrei non arrivarci, ma ho la valigia e corro il rischio. In teoria potrei chiamare la portinaia che avvertirebbe qualcuno per salvarmi. Quando, non si sa. Non certo nei tempi nevrotici da “business man” della West Europe, e quindi non in tempo per andare alle riunioni che si chiamano “pre production meeting”, dove si fa il “cast call back” e si pianifica lo “scouting location”. La portinaia insiste: qualcuno mi verrà a salvare. E può farmi solo gli auguri, perché il benvenuto me lo darà l’ascensore.

Uscito dalla trappola ritrovo il mio uomo con cui vado verso l’ufficio passando per la splendida Cattedrale di Santa Sofia, che riprende l’esempio di cristianità bizantina di S. Sofia a Istanbul. Il tempo di seguire con gli occhi le cupole a forma di cipolla e sono arrivato: in riunione sono tutti giovani e quasi giovani, per un lavoro che lì è “giovane”: la pubblicità.

Tra loro discutono molto, in russo più che in ucraino; idiomi che si possono parlare senza quasi aprire la bocca. In russo “sì” si dice “da”, e  “no” non si dice. Nel senso che se la mia richiesta prevede come risposta “no”, allora non rispondono nemmeno, e dicono qualcos’altro. Alla terza volta che non ottengo risposta capisco che ho fatto una richiesta inutile. Ma questo è stato molto prima della doppietta di Sheva.

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