Volley, bagliori e polemiche

Campionato avvincente, ottime prospettive di femmine e maschi in chiave olimpica con gli azzurri competitivi anche nel beach volley, ma non pochi nodi andrebbero sciolti: gli stipendi non onorati, il problema degli over 31 e la difficile convivenza fra vertice e base del movimento

Dopo un bellissimo campionato, che ha visto brillare più di altre la stella di Busto Arstizio nel femminile e quelle di Trento e Macerata nel maschile, la pallavolo italiana attende fiduciosa le imminenti Olimpiadi londinesi. La nazionale femminile, forte della vittoria in coppa del mondo, aveva già in tasca il pass olimpico, la squadra maschile lo ha ottenuto al primo torneo utile per i rimandati al 2012.

Le Olimpiadi sono una vetrina unica per tutti gli sport, soprattutto per quelli dove si fatica a ricordare anche i nomi degli atleti più bravi.

Per la pallavolo è un’occasione ulteriore per confermare le qualità di un movimento importante, amato dagli appassionati, che può vantarsi di portare ai Giochi anche due fortissime squadre di beach volley, una maschile ed una femminile, fatte di fuoriclasse molto giovani e già affermati a livello internazionale.

Non ci solo rose e fiori nel giardino del volley, ma anche tante polemiche che faticano a trovare delle soluzioni condivisibili dai vari attori.

Il primo problema, il più annoso ad essere sinceri, è la scarsa garanzia che i contratti dei giocatori vengano onorati dalle società sportive che li stipulano. Trovare dei giocatori che a fine stagione abbiano ricevuto tutte le mensilità pattuite è sempre più difficile, così come reperire società affidabili disposte a prendere l’impegno di sostenere un campionato di serie A.

Il blocco delle retrocessioni nella massima serie è la strada scelta per arginare il momento difficile, insieme alla riforma dei campionati cadetti.

Il secondo cruccio dei praticanti sono le regole per limitare gli atleti che hanno più di 31 anni, chiudendone a 4 il numero massimo in serie A2 ed in B1, per ridurli ulteriormente nelle categorie più basse. In virtù del notevole  numero di stranieri che giocano nella massima serie, molti tra gli italiani più bravi sono proprio questi atleti ‘Over‘ che militano tra la serie A2 e la B1. Hanno spesso delle famiglie che sostengono proprio giocando, ma a causa di questa norma rischiano di non poter fare il loro lavoro come meritano. Tanti altri atleti over, delle serie inferiori, si sentono demonizzati proprio nell’attività che più li appassiona fin da giovanissimi e che ancora li tiene in forma.

Restando solo nell’ambito dello spazio da trovare ai giovani, il limite per i giocatori di ‘esperienza’ assomiglia molto a quelle assurde inserzioni di aziende che assumono solo giovani laureati, ma con molta esperienza.

Il terzo rebus da risolvere è la cooperazione tra dilettanti, amatori e professionisti all’interno della stessa disciplina.

La base ed il vertice si stanno rapidamente allontanando tra loro, come se le diverse realtà che le compongono non potessero più incontrarsi a metà strada.
Anche il  volontariato, la dirigenza sportiva, linfa vitale di ogni disciplina e di ogni sodalizio, ha perso lo smalto di un tempo e pochi genitori appassionati sono sempre più da soli a scoprirsi dei tuttofare.
Tornare a mescolare le diverse realtà per riavvicinare i campioni alle scuole e le scolaresche alle società di volley presenti sul territorio, considerando che tanti sport emergenti cercano di fare la stessa cosa, è la sfida del futuro per la pallavolo e il beach volley.

Per fortuna i numeri sono ancora confortanti, soprattutto nel femminile, anche se i parchi e le strade negli anni si sono svuotati di adolescenti, imprigionati dai social network e da troppi giochi di simulazione privi di ogni caratteristica sportiva.

Roberto Viscuso

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