Sebastian Coe davanti all’incubo doping

Il neopresidente della Iaaf non può, come il predecessore Diack, fingere di non sapere: sempre più pressanti le denunce al sistema che ha disinvoltamente ignorato le positività che coinvolgerebbero, tra il 2001 e il 2012, ben 146 tra medaglie olimpiche e mondiali

Dal 31 agosto il britannico Sebastian Coe, storico olimpionico nei 1.500 metri e già parlamentare per il Partito conservatore, è il nuovo Presidente della Federazione mondiale di atletica (Iaaf), avendo battuto Sergey Bubka per 115 a 92. L’elezione si è tenuta alla vigilia del Mondiale di Pechino, che sarà ricordato per il ritorno di Bolt, le medaglie dell’olandese Schippers, il primato di Eaton nel decathlon e – ahinoi – l’inconsistente spedizione italiana.

Ora, si può tergiversare quanto si vuole, complimentandosi con Coe, parlando del suo programma e di come è arrivata la vittoria, o ancora dichiarando con una certa fiducia che la nuova presidenza sarà in netta rottura col precedente regno di Lamine Diack, il Blatter dell’atletica succeduto a Primo Nebiolo quale guida di transizione e poi rimasto per quindici anni tra le accuse di corruzione anche da parte dello stesso Cio. Si può parlare di tutto, dicevamo, ma l’argomento principe nell’immaginario collettivo è soltanto – tristemente – uno: il doping.

Nell’atletica, come nel ciclismo, il doping è chiamato in causa a ogni piè sospinto, ottenendo nell’opinione pubblica lo stesso effetto del terrorismo, cioè il sospetto permanente, costante e debilitante. Tuttavia se a fianco di qualsiasi traguardo ormai c’è sempre qualcuno che scuote la testa, la colpa non è soltanto degli istigatori forcaioli, perché nel passato siamo stati in effetti abituati a molti scandali – e ai danni degli sportivi bari vanno aggiunte pessime coperture giornalistiche. Inevitabile quindi che tutta la campagna elettorale di Coe e Bubka, nonché le prime conferenze stampa del nuovo Presidente, abbiano avuto l’uso di sostanze proibite al cento della discussione.

In merito, comunque, occorre un passo indietro di circa un mese. Ai primi d’agosto la rete tedesca Ard e il giornale britannico Sunday Times hanno distribuito un documentario (non il primo) sul fenomeno del doping in Russia. Durante l’inchiesta sono riusciti a ottenere tramite una fonte interna alla Iaaf i risultati di oltre 10mila test compiuti tra il 2001 e il 2012 su 5mila atleti. Secondo i dati, almeno 146 medaglie olimpiche e mondiali sarebbero da mettere in discussione, mentre sul totale le analisi con valori evidentemente sballati sarebbero più del 15%. Qualora le informazioni fossero corrette, l’atletica internazionale si troverebbe nel pieno di una crisi devastante, con numerose gare falsate, al punto che gli esperti intervistati nel documentario, Robin Parisotto e Michael Ashenden, si sono dichiarati esterrefatti dagli esiti dei test antidoping, in primis per la salute degli sportivi. Le ricerche hanno condotto soprattutto in Russia e in Kenya, con il Paese africano che tuttora non ha laboratori allineati con gli standard internazionali, come ricordato persino da Sebastian Coe.

Il problema è comunque percepito anche dagli atleti stessi, tant’è che nel tempo non sono mancate proteste e manifestazioni di sdegno: il discobolo tedesco Robert Harting (medaglia d’oro a Londra 2012 e tre volte campione del mondo), per esempio, da anni si batte alacremente e provocatoriamente contro il doping e contro le rapide riabilitazioni dei colleghi scoperti, entrando spesso in conflitto con dirigenti e stampa. Oggettivamente ci sono molte incertezze nell’applicazione del regolamento sulle sostanze proibite, mentre non è chiaro ancora come scattino i meccanismi di riduzione delle squalifiche. Emblematico in questo senso è il “caso” Gatlin-Gay: da un lato Justin Gatlin (argento nei 100 e 200 metri a Pechino dietro Bolt), sospeso per otto anni, ma riammesso dopo quattro anni sulla base di un ricorso; dall’altro Tyson Gay, il cui stop di due anni è stato ridotto a un solo anno grazie a quanto le Autorità hanno definito «collaborazione» e Bolt «la cosa più stupida mai sentita».

La Iaaf ha replicato al documentario di Ard e Sunday Times con uno striminzito comunicato di 126 parole nel quale non si entra nel merito della questione, ma si afferma soltanto che i giornalisti siano giunti in possesso del materiale in modo illegale e che pertanto la Federazione non preparerà alcuna rettifica. Allo stesso modo Coe ha assunto un atteggiamento difensivo, parlando di un attacco al suo sport e del tentativo di assestare un colpo feroce all’atletica per motivazioni politiche (cioè di rapporti di forza tra le Federazioni). Il nuovo Presidente ha nel programma elettorale una dura lotta al doping, attraverso la creazione di una commissione etica e di un comitato indipendente, ai quali devono essere aggiunti la tolleranza zero nei confronti degli atleti colpevoli e una revisione dei regolamenti. Tra l’altro, alcuni osservatori hanno scommesso da subito nella vittoria di Coe anche perché il suo avversario Bubka, divenuto ora vicepresidente della Iaaf, proviene da uno dei sistemi sportivi (che oggi è l’Ucraina, ma ieri l’Unione Sovietica) più “attenzionati” dagli investigatori antidoping.

Come mai allora il britannico ha levato così rapidamente gli scudi nei confronti delle accuse? – Beninteso, non che potesse approvare il lavoro dei giornalisti anglo-tedeschi, però neppure attribuire la colpa a un complotto.

Probabilmente il motivo risiede nella geopolitica dell’atletica: Coe è stato presentato come uno dei candidati dell’Occidente, eppure la regina dello sport ha molto di extra-occidentale, soprattutto di africano (il Kenya ha vinto il medagliere a Pechino), europeo orientale e caraibico, quindi era necessario non forzare troppo alla vigilia dell’elezione. Le cifre riportate dal documentario sono drammatiche: una loro conferma – che quasi certamente non arriverà mai – sarebbe catastrofica. Tutti, però, sappiamo che qualcosa non torna e non è mai tornato, in particolare quando si osservano Paesi i cui atleti emergono dal nulla, ottengono buone prestazioni, spariscono rapidamente dalle scene e sono rimpiazzati in pochi mesi.

Commentando l’elezione di Sebastian Coe, i cronisti hanno riportato la sensazione positiva di trovarsi di fronte a un atleta, prima che a un politico, un uomo che capisce lo sport e che sa cosa deve fare – «Parla la lingua dell’atletica», ha detto Franco Bragagna durante una diretta Rai dai Mondiali in Cina.

Adesso il Presidente ha la possibilità di dettare i ritmi, nella speranza che la sua non sia una gara né d’attesa, né da lepre, che corre corre dando l’impressione di guadagnare pista, ma al secondo giro cede. E tutti ci siamo sempre chiesti quale fosse lo scopo della lepre di turno: avrà provato a prendere tutti di sorpresa, avrà tirato per allungare il gruppo o avrà fatto l’interesse di qualcuno?

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