Olimpiadi 2024, chi va chi resta

Sino a qualche giorno fa Boston contendeva a Roma, Amburgo, Budapest, Parigi e Roma la candidatura di quei Giochi, poi ha vinto chi si opponeva. E il sindaco Walsh è tornato sulle sue decisioni

Ci sono città che puntano a ospitare grandi manifestazioni sportive per risollevarsi e città che invece preferiscono evitarle per non gravare sulle finanze pubbliche. È la storia di due delle metropoli che fino a qualche giorno fa si contendevano le Olimpiadi del 2024: da un lato Roma con la sicurezza del primo ministro Renzi («Non siamo qui per partecipare, ma per vincere»), dall’altro lato Boston, con il sindaco Walsh convinto dalla pressione pubblica a rinunciare alla candidatura ai Giochi per non rischiare i soldi dei cittadini. Per ora in corsa ci sono Amburgo, Budapest, Parigi e Roma. Se vogliamo è anche un po’ la storia di due Paesi e di due diverse modalità di gestione dei grandi eventi: l’accentramento verso il Governo contro la managerialità del federalismo statunitense, la comunità chiamata a contribuire per quanto serve contro la comunità che non può essere chiamata a contribuire troppo.

La scelta di Walsh è giunta perché i bostoniani sono tendenzialmente contrari a ospitare le Olimpiadi, con un trend che ha visto i sostenitori passare dal 51% di gennaio al 40% di luglio (con un minimo del 36% a marzo), mentre gli oppositori sono ormai al 53%, a fronte del 33% di gennaio. Se si amplia la statistica al Massachusetts, il rapporto tra sì e no diventa 42 a 50, segno che in effetti i Giochi di Boston non sarebbero graditi. Per di più, già il 5 gennaio il Boston Globe, principale quotidiano del New England, aveva pubblicato un articolo dal titolo emblematico: «Boston vincerà se perderà le Olimpiadi». Analogamente il 2 aprile anche il New York Times aveva assunto una posizione scettica: «Se la candidatura olimpica del 2024 è una patata bollente, Boston non ha appetito», mentre il Washington Post ha descritto la rinuncia come «smart».

Ma perché così tanta avversione nei confronti delle Olimpiadi? Bisogna dire subito che la reazione dei bostoniani non è aggressiva, né cinica, bensì basata su considerazioni di buon senso e rappresentata da un comitato per il no capace di far arrivare le proprie istanze a tutti gli Stati Uniti. La motivazione principale del gran rifiuto è in larga parte nelle parole del sindaco Walsh: «Non posso mettere a rischio il denaro dei contribuenti». Le città candidate alle Olimpiadi devono sottoscrivere con il Comitato olimpico internazionale (Cio) un impegno a garantire coperture economiche adeguate, prevedendo anche eventuali incrementi nella spesa causati da imprevisti. Ecco, il Sindaco ha preferito non forzare la situazione, dato che l’elevato costo dei Giochi (si parla di cifre intorno ai 20 miliardi di dollari) è il principale argomento addotto dai contrari, i quali sono convinti che Boston abbia bisogno di investire in quei settori che avrebbero rappresentato i principali ostacoli da risolvere per il 2024 a prescindere delle Olimpiadi, ossia con un progetto politico finalizzato al benessere della città, non plasmato per il grande evento.

Proviamo a spiegare meglio. Uno dei problemi strutturali più citati a sostegno del rifiuto della candidatura è la questione urbanistica. Boston è tra le città più densamente abitate degli Usa (circa 5.100 ab./kmq), con 650mila cittadini (4,5 milioni contando tutta l’area metropolitana) in 125 chilometri quadrati – consideriamo che Firenze ne ha 380mila in 102 chilometri quadrati (3.700 ab./kmq). Difficilmente secondo il comitato del no e gran parte della stampa si riuscirebbe a costruire le infrastrutture richieste dalle Olimpiadi, poiché Boston è ormai al limite delle capacità di espansione. Ciò comporta già adesso un serio problema abitativo, che invece per i promotori dei Giochi avrebbe trovato una soluzione proprio grazie al 2024.

Tuttavia anche gli osservatori esterni hanno obiettato che non abbia molto senso investire una gran quantità di fondi per affrontare per via laterale e tra nove anni un problema che è urgente oggi. Perché, si chiedono i bostoniani, non impiegare quei soldi per una nuova programmazione urbanistica valida di per sé e non subordinata nei tempi e nei modi ad altri fini? Inoltre, per restare in tema, le prime stime sulle Olimpiadi hanno illustrato che il numero di strutture ricettive in città sia del tutto insufficiente, con le Università che si sono rifiutate sia di accogliere gli spettatori, sia di contribuire economicamente alla costruzione degli impianti – a proposito: Boston non ha uno stadio olimpico, quindi dovrebbe essere realizzato da zero. E, in questo senso, molti giudicano pressoché impossibile trovare lo spazio per aumentare la quantità di hotel: il timore manifestato apertamente dal comitato per il no era che si procedesse con forzature a tutto vantaggio di grandi gruppi immobiliari e speculatori.

C’è poi la questione dei trasporti, laddove il traffico di Boston è tra i peggiori dell’intero Paese. Ancora una volta si torna alle dinamiche urbanistiche, con una città fondata nel Seicento e che ha mantenuto, per motivazioni geografiche e storiche, un impianto molto diverso rispetto ad altre metropoli statunitensi. Addirittura alcune strade ricalcano un tracciato plurisecolare, che, come ben sappiamo in Europa, talvolta non è adatto alla nostra viabilità, figurarsi a quella americana! Il sistema di trasporto pubblico è al centro di molte polemiche ormai da anni, perché da rinnovare o inadeguato alle esigenze della città, senza dimenticare che ci sono precedenti di tilt derivati da circostanze meteorologiche o da grandi afflussi di viaggiatori. In poche parole, tutte vicende che per i cittadini dovrebbero essere risolte adesso per quelle che sono, non nei prossimi dieci anni in funzione dei Giochi: inutile e irresponsabile esporre le finanze cittadine per rischiare di ripetere gli errori di Atene e Pechino.

Un ulteriore motivo che ha spinto la popolazione verso le ragioni del no è la questione della trasparenza nel processo di candidatura, dalla decisione del Comitato olimpico statunitense (Usoc) di sostenere la capitale del Massachusetts alla condotta iniziale del Sindaco. La prima critica è stata per il ritardo nella presentazione ufficiale della bozza di progetto per le Olimpiadi, avvenuta solo due settimane dopo l’annuncio della scelta di Boston e in modo parziale. L’opinione pubblica chiedeva infatti che fossero resi noti i criteri che avevano convinto l’Usoc a puntare sulla capitale del Massachusetts e gli oneri per la città, ma i documenti sono stati mostrati integralmente solo dopo una legge ad hoc e la minaccia di ricorsi legali. Come se non bastasse è emerso che il sindaco Walsh abbia sottoscritto un accordo con l’Usoc nel quale si proibiva ai dipendenti pubblici di criticare la candidatura di Boston, un impegno poi ritirato per le molte proteste.

Per quanto esista un comitato del no, il numero reale dei cittadini contrari alle Olimpiadi di Boston è assai più ampio degli attivisti formali. Nell’arco degli ultimi sei mesi sono state molte le persone che, individualmente o collettivamente, si sono mosse per presentare le proprie istanze, quasi tutte riguardanti la necessità di impiegare i soldi previsti per i Giochi al fine di migliorare la città, a cominciare da educazione, politiche abitative e trasporto pubblico. Alla vigilia dell’annuncio di Walsh il referendum sembrava solo questione di quando, non di se: il Sindaco ha preferito transitare dalla parte dei bostoniani, ammettendo che per la città sarebbe stata troppo onerosa un’Olimpiade e che per lui non era politicamente possibile vincolare le finanze pubbliche per i prossimi dieci anni.

Adesso gli Stati Uniti stanno cercando rapidamente un’alternativa, che potrebbe essere Los Angeles, Dallas o Washington, con la metropoli californiana in vantaggio. Certo è che, considerato quanto è stata dirimente per i bostoniani la questione del trasporto pubblico, la stessa Roma potrebbe riflettere sulle posizioni provenienti da oltreoceano: non adottarle, ma per lo meno conoscerle.

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