FNL, tengono banco tre questioni

ll grande football Usa a due mesi dalla stagione 2015 propone una serie di nuove regole, la questione “palloni sgonfi” legata ai Patriots e gli episodi di violenza connessi ad Adrian e Ray, giocatori sospesi

Mancano meno di due mesi alla stagione 2015 della NFL e negli Stati Uniti i tifosi cominciano già a scaldarsi, anche per merito dei campi estivi di preparazione. In attesa delle partite amichevoli di agosto, le squadre avviano i primi seri allenamenti sugli schemi, le matricole prendono contatto con giocatori che fino all’inizio dell’anno erano miti quasi irraggiungibili e gli osservatori cercano di tramutare le previsioni in impressioni. Insomma, è un momento piuttosto vivo per gli appassionati di football, un’estate alla quale la NFL affida il ruolo di preparare il pubblico in vista dell’autunno. Dopo tutto, con una stagione regolare di 17 partite, compres(s)a tra settembre e dicembre, e i playoff concentrati nelle prime cinque o sei settimane all’inizio dell’anno, per i tifosi la fame di football sembra inappagata, cosicché la Lega ha definito un calendario che, tra draft, mercato e allenamenti, permette bene o male di tenere viva l’attenzione con costanza. 

Per il prossimo campionato c’è gran curiosità, con una bella classe di matricole che ha tutta l’intenzione di farsi sentire e grandi aspettative su giocatori di prima fascia che hanno cambiato casacca. Non mancano le incognite, per esempio, su Peyton Manning e su Tim Tebow, giusto per citarne due. Vediamo quindi in sintesi tre questioni che stanno tenendo banco nel percorso di avvicinamento al campionato.

LE NUOVE REGOLE – La NFL ha una bella usanza: in primavera i proprietari delle squadre e la Lega si incontrano per esaminare insieme proposte riguardanti il regolamento. Tra norme da modificare o abrogare, le varie idee sono sempre sostenute da studi atletici, economici e politici molto accurati, tali da non sfigurare di fronte a un dibattito parlamentare – e non è un’esagerazione. Il primo, più evidente e più facile da spiegare tra i cambiamenti interessa l’extra point. Un touchdown vale 6 punti, ai quali è possibile aggiungere un altro punto tramite una trasformazione da calcio (come nel rugby). L’alternativa è tentare di segnare 2 punti realizzando un’altra meta con un solo tentativo a disposizione. Restiamo però sul calcio, per non complicare la questione. Fino all’anno scorso la trasformazione avveniva con il pallone posto sulla linea delle 2 yard, ossia a 20 yard dai pali. Nel corso del tempo quest’azione era divenuta di semplice routine, dato che nelle ultime cinque stagioni il tasso di successo nell’extra point era del 99% e mai si è scesi sotto il 97% dal 1988. Le società hanno presentato diversi suggerimenti per rendere la trasformazione post-touchdown più incerta, però alla fine, scartate le soluzioni macchinose e quelle troppo penalizzanti per l’attacco, si è deciso di spostare il pallone sulle 15 yard (33 yard dalla porta). Se si considerano i dati dei calci da questa distanza, emerge che nel quinquennio appena trascorso il tasso di successo sia stato del 93%. La ratio della regola non è soltanto complicare la vita ai kicker, bensì anche rendere strategicamente più rilevante la scelta tra una conversione da 1 punto (tramite calcio da 33 yard) e una da 2 punti (mediante un touchdown con partenza dalle 2 yard). A obbligare alla ponderazione c’è anche il fatto che da adesso la difesa potrà recuperare il pallone e andare in meta, guadagnando due punti.

Questi sono i cambiamenti più evidenti – e anche più facili da comprendere per i non esperti di football, – eppure ci sono altre nuove norme che vale la pena di citare. In primo luogo l’introduzione del time-out medico nel caso in cui un giocatore subisca un colpo alla testa o sia disorientato: la sosta non influisce sulle interruzioni tecniche a disposizione della squadra. Sono previsti poi mutamenti nelle regole d’ingaggio degli avversari, sia in attacco, sia in difesa, e nello schieramento dei giocatori per determinate tattiche.

IL ‘DEFLATEGATE’ – Il Deflategate è stato lo scandalo principe della post-season 2014. Di cosa si tratta? Andiamo indietro a gennaio, alla partita tra New England Patriots e Indianapolis Colts che vale l’accesso al Super Bowl. Durante l’incontro emerge il dubbio che i Patriots abbiano gonfiato i propri palloni a una pressione inferiore rispetto al limite imposto dalla Lega. New England, che alla fine del primo tempo era avanti 17-7, supera Indianapolis per 45-7, andando poi a vincere il Super Bowl contro i Seattle Seahawks. Le indagini successive portano alla conclusione che ci siano più probabilità rispetto al caso contrario che i Patriots abbiano impiegato palloni sgonfi, circostanza che potrebbe essere stata ripetuta anche in altri match. La sanzione della Lega arriva a maggio e divide addetti ai lavori e opinione pubblica, così come nelle settimane precedenti era stato infuocato il dibattito sul reale impatto dei palloni manomessi, che agevolano la presa, ma influenzano negativamente i lanci. Il quarterback di New England, Tom Brady, è sospeso per 4 partite, mentre la società è condannata a un milione di dollari di multa, alla perdita di alcuni diritti nei draft 2016 e 2017, e a sospendere a tempo indeterminato due dipendenti accusati di aver materialmente alterato i palloni. Ovviamente Brady ha presentato ricorso e la decisione della Lega potrebbe giungere entro la fine di luglio, ma, anche in caso di conferma della squalifica, secondo alcuni osservatori è possibile che il quarterback possa giocare regolarmente, magari grazie alla burocrazia. Il ragionamento è il seguente: se la NFL respinge anche solo parzialmente l’appello del giocatore, Brady potrebbe portare la Lega di fronte a un tribunale federale, allungando i tempi e riuscendo a ottenere una sospensione della sanzione che gli permetta di giocare per lo meno la prima partita di campionato. A quel punto si potrebbe arrivare a un accordo che imponga al quarterback di saltare massimo un paio di match a inizio stagione, senza rischiare di vedersi applicare la squalifica in prossimità dei playoff. Il tutto a meno che il commissario Goodell non preferisca evitare i rischi accogliendo anche in modo limitato il ricorso del giocatore.

ADRIAN E RAY – I casi di Adrian Peterson e Ray Rice sono stati due colpi profondi alla NFL. Entrambi i giocatori erano stati sospesi nel 2014 per episodi di violenza contro, rispettivamente, il figlio e la compagna. Peterson, tra i migliori giocatori degli ultimi anni, è potuto tornare sui campi solo nella primavera del 2015, ma subito si è aperto un contenzioso con la sua squadra, i Minnesota Vikings. Gli strascichi degli scandali – alle percosse sul figlio va aggiunto l’utilizzo di fondi di beneficenza per il pagamento di prostitute – si sono fatti sentire, in particolare quando Peterson ha chiesto una revisione del proprio contratto che tenesse conto della sospensione senza paga dei mesi precedenti. I Vikings hanno posto il running back di fronte a un bivio: o accettare lo stipendio pattuito e giocare, o finire fuori rosa, però senza poter essere ceduto. Anche sull’affare Peterson le posizioni di giocatori, osservatori e tifosi sono contrastanti, in primo luogo perché la linea della franchigia appare ricattatoria. Eppure, per il giocatore le alternative sono ben poche, perché il regolamento della NFL permette di vincolare determinati giocatori alla società, senza possibilità di trasferimenti fino a nuovo accordo.

Ray Rice, invece, era stato sospeso a tempo indeterminato dalla NFL e licenziato dalla propria squadra, i Baltimore Ravens, in seguito al processo per violenza nei confronti della fidanzata e alla diffusione di un video che ritraeva il giocatore sferrare un pugno alla donna, riducendola in stato di incoscienza. Rice ha presentato ricorso sia contro la Lega, sia contro i Ravens, ottenendo di nuovo la possibilità di giocare e, probabilmente, un risarcimento milionario. Tuttavia, il pronunciamento della corte non ha risolto i problemi. Rice è ancora senza ingaggio e, al di là delle parole sul diritto alla «second chance», nessuna squadra della NFL lo ha contattato, nonostante il giocatore si stia promuovendo in tutto il Paese. A prescindere dallo scarso entusiasmo ad assumere un personaggio difficilmente gestibile e con un passato ingombrante, contro Rice c’è soprattutto il tempo. Se da un lato i suoi 28 anni cominciano a essere un limite per un running back, un ruolo sottoposto a costanti e violenti impatti, dall’altro lato i campi di allenamento sono in pieno svolgimento e difficilmente un giocatore senza squadra può essere integrato in rosa a un mese dall’inizio del campionato. In pochi, quindi, ritengono possibile un ritorno di Rice in grande stile nel 2015.

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