Calcio e denaro, fra regole e deroghe

Il Fair Play Finanziario, la carta vincente di Platini per razionalizzare i bilanci delle società, è fortemente messo in discussione. Tra chi lo avversa c’è l’avvocato Dupont, che ottenne nel 1995 la sentenza Bosman. Ora si prospetta un sistema di agevolazioni mirate, ad hoc

Il Fair Play Finanziario (FPF), fortemente voluto da Michel Platini in qualità di Presidente della Uefa – e da lui immaginato come una delle rampe di lancio per la conquista della Fifa dopo Blatter – è un insieme di norme che mirano in primo luogo a rendere il calcio europeo finanziariamente in regola. A fianco di questo obiettivo c’è poi, per esempio, lo stimolo a investire in vivai e infrastrutture, ma l’aspetto centrale resta comunque la razionalizzazione dei bilanci delle società.

Di per sé il meccanismo è molto “semplice”: entro il 2018 i conti di tutti i club europei devono essere almeno in pareggio, secondo un piano in tre fasi triennali che prevede prima un passivo massimo di 45 milioni di euro (in riferimento agli esercizi 2012, 2013 e 2014), quindi di 30 milioni (2015, 2016, 2017), infine di 5 milioni (dal 2018). Il FPF ha un sistema di controllo, il cosiddetto Panel, che è deputato a vagliare le situazioni delle squadre e a prendere provvedimenti che vanno dal semplice richiamo fino all’esclusione dalle competizioni europee, passando per multe e penalizzazioni. Attenzione, però, perché nella ratio delle norme c’è anche favorire lo sviluppo di società dotate di proprie infrastrutture, cosicché gli investimenti per la realizzazione di stadi o impianti sportivi sono esclusi dal FPF e possono prescindere dal bilancio.

Tra i molti avversari del progetto di Platini c’è chi è passato ai fatti, ossia Jean-Luis Dupont, avvocato che ha già cambiato il mondo del calcio, riuscendo a ottenere dall’allora Corte di Giustizia delle Comunità europee la celebre sentenza Bosman del 1995, secondo la quale i calciatori professionisti aventi cittadinanza europea e in scadenza di contratto possono trasferirsi gratuitamente in un’altra squadra. Secondo Dupont, che si è rivolto alla Corte di Giustizia dell’Unione europea, il FPF limiterebbe il diritto d’impresa e violerebbe i princìpi della libera concorrenza nella parte in cui il regolamento definisce i passivi massimi di bilancio (45 milioni nel 2012-2014, 30 milioni nel 2015-2017, 5 milioni dal 2018). Il tribunale ha accolto parzialmente la posizione di Dupont, ma la sentenza non può ancora essere applicata perché la Uefa ha immediatamente presentato un ricorso, affinché non fossero vanificate le sanzioni già comminate negli ultimi anni.

In attesa dell’appello, la posizione della Corte ha di fatto confermato ciò che i critici, anche con interpretazioni diverse, hanno sostenuto sin dal 2009. Certo, la posizione di Dupont può apparire un po’ pretestuosa, soprattutto perché suscita una sorta di conflitto emotivo agli amanti old fashioned del calcio, vale a dire a coloro che ritengono i club qualcosa di diverso rispetto a una semplice azienda.

Invocando la libertà d’impresa e il diritto alla concorrenza, il calcio è trascinato a forza nel diritto dell’economia, con i giocatori (il diritto al calciomercato) alla strenua di beni sottoposti a compravendite e i “piedi buoni” come asset strategici. Si può essere favorevoli o meno al FPF, ma in molti appassionati la sensazione è che – a prescindere dallo scetticismo derivato dai troppi collassi economici visti in questi anni – la tendenza sia a tranciare gli ultimi residui di responsabilità sociale delle squadre.

I club sono aziende, si muovono su un mercato internazionale, quindi hanno il diritto di gestire i propri fondi come una qualsiasi impresa privata: una ditta con ingenti debiti è chiamata a rispondere di una gestione scriteriata nelle sedi opportune, ma non c’è alcuna legge che imponga tetti massimi progressivi di ammanchi. Perché allora dovrebbe esserci per le squadre di calcio? Tecnicamente il ragionamento è corretto, purché si cominci a considerare le società puramente come aziende – spesso corazzate multinazionali – con una responsabilità nei confronti dei tifosi in quanto consumatori, un principio che, per esempio, in Inghilterra ha scatenato vaste polemiche, con i supporter a chiedere alla politica leggi per garantire il ruolo attivo della base.

Il FPF, con tutti i suoi limiti, ha affiancato allo scopo precipuo di evitare il collasso del calcio europeo un’idea per la quale i club non possano essere sciolti dalle responsabilità sociali in favore della trasformazione in grandi aziende, ma anzi, che abbiano il dovere di garantire la corretta amministrazione di un’organizzazione che investe in infrastrutture e ha particolare cure per il settore giovanile. Non è un caso che, secondo alcuni osservatori, il casus belli sia stato il calciomercato con campagne da centinaia di milioni di euro.

Tuttavia il FPF ha delle evidenti difficoltà, due su tutte l’incapacità di gestire i flussi di denaro provenienti dai nuovi grandi investitori (che possono immettere fondi senza sosta) e l’agevolazione dei club più grandi, già dotati di ingenti ricchezze e quindi di fatto sempre capaci di attingere ai premi per la partecipazione alle competizioni europee. Dupont ha un bel dire del diritto all’impresa e alla concorrenza, ma qualunque sostenitore del libero mercato ricorderà sempre che ci sono due prerequisiti imprescindibili: la completezza dell’informazione per tutti gli attori e la sorveglianza contro le distorsioni (l’antitrust per esempio). Il quesito è semplice: come può la squadra di provincia riuscire ad arrivare a competere con il top club se c’è un organismo che sanziona i passivi superiori a 5 milioni di euro? Deve partire dalla costruzione di una squadra di giovani e nuove promesse, finanziandosi per ampliare la rosa nei prossimi… 15 anni?

La scure della Uefa cala indistintamente al raggiungimento del tetto massimo di debito, che si tratti del Barcellona, del Watford o della Spal. In sostanza, si otterrebbe una cristallizzazione di un circolo di squadre di prima fascia (che possono contare su una presenza costante in Europa) oppure di quelle società con canali diretti di finanziamento da parte di grandi investitori privati, collettivi o istituzionali. Basti pensare alle difficoltà che hanno avuto il Manchester City e il PSG per entrare nella lobby: con una gloria storica limitata, gli emiri hanno dovuto far valere i soldi, ma la Uefa li sta osservando da vicino. La squadra francese, nello specifico, è passata dai 100 milioni di fatturato del 2010, ai 500 milioni del 2014, però, piuttosto che dai risultati (nonostante il raddoppio nei ricavi dello stadio), l’incremento è dovuto alle manovre del proprietario al-Thani e alla cerchia d’investimenti talvolta ambigui dal Qatar.

A questo punto occorrerebbe un dispositivo di controllo più ponderato, perché – lo vediamo ogni giorno – il governo dell’economia non è manicheo. Il progetto è in corso di discussione in questi giorni in un tavolo con Uefa e European Club Association (Eca) e prevede una serie di novità per il FPF – che però sia in linea con le nuove dinamiche geoeconomiche. In primo luogo, l’agevolazione in stile start-up: l’idea dell’Eca è che i nuovi investitori del calcio europeo possano godere di alcuni anni di agevolazioni, spendendo senza vincoli di bilancio, salvo fornire alla Uefa un progetto con le coperture adeguate e l’impegno a presentarsi in linea con i conti alla fine della deroga.

A ciò vanno aggiunti due aspetti che cambierebbero completamente lo scenario. Innanzitutto la retroattività: la norma avrebbe valore dalla stagione 2013-2014. In secondo luogo il principio del “nuovo investitore” si amplierebbe a qualunque società sia stata interessata a un ingresso rilevante di capitali (non è necessario un cambio di maggioranza), una fattispecie nella quale rientrerebbe anche il Milan.

Platini accetterà questi cambiamenti? Le richieste dell’Eca vanno ovviamente nella direzione dei nuovi flussi di denaro, guardando verso l’Est europeo e il Medio Oriente, ma anche ai fondi d’investimento che fino a qualche mese fa erano attivi nella proprietà dei cartellini dei giocatori (le famose Tpo) e che adesso, limitati dalla Fifa, stanno sondando nuovi settori nei quali agire. I club europei cercano investitori di sostanza, che diano respiro alla stagnante economia calcistica continentale e, magari, frantumino i monopoli ai vertici delle grandi competizioni, anche se questo dovesse significare stravolgere alla radice il rapporto originario tra le squadre, i territori e le tifoserie.

Laddove l’opinione pubblica è più sensibile all’argomento la questione sta emergendo, così come spesso risaltano le critiche dirette a club con rose al 90% straniere o contro la chiusura di stadi storici. Perché in fondo il tifo è un moto irrazionale, quindi non c’è da stupirsi che il campanilismo abbia note protezionistiche: tutti preferirebbero veder giocare un ragazzo dei propri vivai (le scuole nazionali!), perché ne deriva un senso di continuità e dinamismo nella tradizione, che contrasta con l’idea moderna dei “mercenari” e dell’arrivo di atleti semisconosciuti dall’estero acquistati più per questioni di rapporto con i procuratori che per valore.

Sarà interessante comunque osservare quale sarà la reazione della Uefa alle proposte di cambiamento del FPF. Considerato il caos nella Fifa e le relazioni internazionali di Blatter, Platini, che potrebbe candidarsi alla guida dell’Organizzazione mondiale, vedrebbe davvero di buon grado un rinnovamento del calcio europeo sostenuto da capitali russi, qatariani e asiatici? In campo il francese sapeva come distribuire palloni e segnare, però aveva anche che la consapevolezza che non basti essere davanti al portiere per andare in goal – a maggior ragione ne è cosciente oggi che è un politico.

Leggi anche:

Parola chiave, sostegno
Le “Moleskine” al Liceo Pacinotti
L’ambulanza è un simbolo del calcio?
www.pdf24.org    Invia l'articolo in formato PDF   
Commenta: