Una vita da giocare in pressing

Le passioni non hanno bisogno di essere allenate ma si possono assecondare in ogni condizione, sempre che si guardi avanti. A volte con l’aiuto di una Moleskine nera e il ricordo di Mourinho

Il Prof aspetta che l’infermiera gli dia l’OK per entrare nella stanza dell’amico ricoverato. «Ancora un po’ di pazienza, abbiamo a breve il cambio di turno del personale e alcuni pazienti aspettano da qualche ora la lettera di dimissione per poter lasciare la struttura domattina presto. Come può notare già protestano, fortunatamente in modo pacato». Così Luciana, infermiera professionale  dell’Ospedale di Larino. Mentre aspetta, il Prof rincorre velocemente i ricordi dei campionati giocati contro il suo amico ammalato, entrambi da allenatori: ‘Due vittorie io e due Vincenzo, più due pareggi’ annota mentalmente. Poi continua fra sé e sé: ‘La prima vittoria fu sua a Santa Croce di Magliano, un sonoro 6-2 se non ricordo male, che batosta. Vittoria per me 1-0 a Sesto Campano. L’anno successivo 0-0 a Santa Croce, 1-1 a Sesto. Vinsi io 3-1 a Larino, allora allenavo la Frenter, Vincenzo il Boiano. Nella gara di ritorno a Boiano 4-0 per lui, era l’ultima gara e Vincenzo vinse uno splendido campionato di eccellenza”. Il Prof è così adagiato nei suoi  pensieri che non sente l’invito dell’infermiera. Luciana è costretta a ripeterlo una seconda volta, a voce più alta stavolta: «Adesso può entrare, stanza n. 18. Mi raccomando non faccia tardi e non affatichi il paziente».

«Vincenzo, posso?». Il Prof bussa alla porta. Dall’interno una voce per niente dimessa risponde: «Certo che puoi, ti aspettavo». «Come stai?» attacca il Prof. «Sono qui in lotta contro quest’avversario subdolo e rognoso che crede di battermi, ma la pelle è dura e non avrà vita facile. Alla fine la spunterò io con l’aiuto di questo signore qui». Apre il portafogli e tira fuori un’immagine di Padre Pio. «In casa siamo tutti devoti al Santo, ci è sempre stato vicino. Mi aiuterà anche stavolta, ne sono certo». Si ferma un attimo per girarsi leggermente sul fianco destro emettendo un lieve lamento di sofferenza, ma si riprende subito: «Stavolta mi ha preso a un rene, ma conto di sconfiggerlo in tempi brevissimi. Devo fare una cosa molto importante, sto lavorando all’elaborazione di un nuovo modo di stare in campo. L’idea mi è venuta rivedendo una tua lezione d’inglese a Coverciano. Questo il motivo per cui ti ho chiamato l’altro giorno». Il Prof comincia a tirar fuori dalla borsa fotocopie di lezioni tenute a Coverciano nel Corso Master 2009. «Ecco, ti ho portato un po’ di materiale riguardante quelle lezioni d’inglese sul pressing», gli fa con l’aria di chi ha dovuto sudare tantissimo per trovarle. Poi continua: «Ti ricordi tutti quei modi di dire: high pressure, low pressure, positive transitions, negative transitions

Vincenzo lo interrompe stavolta un po’ stizzito: «Si, ma io ho bisogno di qualcosa in italiano, non ho il tempo di mettermi a tradurre. Del resto lo sai, non ho tanta dimestichezza con questa lingua. Come la chiamavi tu? Ah si, la lingua dei figli di Albione». Il Prof lo ascolta con pazienza, senza mostrare segnali di resa. «Stai calmo, ho capito». Tira fuori una vecchia Moleskine dalla tipica copertina nera su cui è evidenziato in giallo: Traduzioni in italiano. «Guarda, è tutto tradotto in italiano. Qui  puoi  approfondire il modo di allenare di Frank de Boer all’Ajax. Se non ricordo male questo è un argomento che ti interessò tanto in quelle lezioni».

Il Prof sfoglia velocemente il quadernetto dalla copertina nera prima in avanti poi all’indietro: «Ecco, ci siamo: innescamento del pressing con avversario che riceve palla con la faccia rivolta verso la sua porta. Poi, pressing su avversario che riceve palla lungo la linea laterale». Vincenzo lo ascolta in religioso silenzio, dopo qualche secondo esplode: «Un pressing per squadre di altissimo livello deve prevedere l’impegno di tutti e deve ricercare vie nuove non più dirette esclusivamente agli attacchi al portatore di palla, ma anche alla chiusura di tutte le traiettorie che il pallone potrebbe fare partendo dai piedi del possessore. Ecco, su questo voglio lavorare, sulla chiusura di queste traiettorie».

Vincenzo si ferma un attimo, ha sparato il suo pensiero troppo in fretta, adesso deve prendere fiato. Il Prof si rende conto che c’è bisogno di una pausa. «Vincenzo ti ricordi l’incontro con Mourinho? Quella volta fummo ospiti dell’Inter. Tu non stavi nella pelle, avevi conosciuto il tuo idolo, quante cose gli chiedesti. Di quel corso Master fu il momento più esaltante. Del resto voi corsisti  apprezzavate più le visite alle società di serie A piuttosto che le lezioni tenute in aula Magna a Coverciano». Vincenzo ascolta, quasi si commuove: «Non me ne parlare, non riesco a dimenticare neanche un attimo di quell’incontro. Tra le altre cose gli chiesi quale era, secondo lui, la situazione di gioco più determinante in una gara. Mi rispose: sicuramente la transizione positiva, cioè quando una squadra non in possesso riesce ad impadronirsi del pallone pressando alto l’avversario nella sua metà campo».

Dall’espressione del viso traspare un pizzico d’orgoglio per l’esperienza che gli diede tanta gioia, poi riprende il suo monologo: «Noi corsisti preferivamo questo tipo di studio piuttosto che stare in aula ad ascoltare lezioni frontali che spesso erano ripetizioni di argomenti già trattati. Diciamoci la verità, alcuni docenti erano proprio noiosi. Non riuscivano a suscitare il nostro interesse, mentre noi eravamo portati per l’apprendimento diretto, pratico. Non eravamo più abituati alla scolarità, ore e ore ad ascoltare. Mamma mia… che palle».

In verità, Vincenzo in aula era un allievo perfetto, educato, ascoltava con attenzione e i suoi interventi risultavano sempre misurati e pertinenti. C’era un gruppo di allievi che sistematicamente cercava di sabotare le lezioni con espedienti alquanto scorretti, lui e i suoi amici più stretti: Raffaele Novelli, Luciano D’Agostino e Manvel Ayrapetian non si univano mai a loro. Gigi Di Biagio e Angelo Di Livio, capi indiscussi, quando non avevano voglia di continuare una lezione chiedevano al docente di turno due minuti di break per raccontare una barzelletta. Questi quasi sempre accordava la richiesta. Entrava allora in gioco il compianto Andrea Pazzagli, un maestro nel raccontare barzellette. Il trucco era che i due minuti iniziali diventavano subito dieci perché  lui  aveva una grossa capacità nel coinvolgere altri nel racconto, si generava a quel punto una confusione tale che come minimo il docente impiegava non meno di mezz’ora prima di riportare tutto alla normalità.

La prima volta che Vincenzo incontrò il Prof in aula Magna si sentì subito a disagio. Come doveva comportarsi con quello lì che fino a pochi anni prima era stato suo avversario in campo? La cosa lo preoccupava. Chissà forse poteva portargli rancore per qualche scaramuccia  che inevitabilmente si innesca durante una gara. Non ricordava episodi di attrito tra di loro, ma lo stesso non era tranquillo. Al termine di quella prima lezione lo aspettò nel corridoio fuori l’aula: “Pietro sono in grossa difficoltà, come devo chiamarti in aula, davanti agli altri: Prof oppure Pietro? Non so, dimmi tu».

Il Prof fu sorpreso, ma apprezzò quella forma di delicatezza nei suoi confronti: “Vincè, puoi chiamarmi come vuoi, stai tranquillo. Il tuo rispetto per la nostra amicizia è l’unica cosa che conta. A me va bene così». Vincenzo non ne fu convinto. Per l’intera durata del corso, circa dieci mesi, evitò accuratamente di chiamarlo quando erano con gli altri. Nei suoi interventi ometteva sistematicamente il vocativo iniziale per cui le sue domande non iniziarono mai con gli appellativi semplici: Prof, Pietro o altro.

Fuori è buio, l’orario delle visite è terminato da un pezzo. Il Prof deve lasciare l’ospedale: «Vincenzo devo andare, ti lascio la mia Moleskine con gli appunti in italiano, fanne l’uso che vuoi. Ciao,  ci rivediamo presto». Il Prof stringe la mano del suo ex allievo con la sua mano destra per poi coprirla completamente con la sinistra. «Ciao ti ringrazio tantissimo». Taglia corto Vincenzo, come se non vedesse l’ora di restare solo per iniziare l’elaborazione della sua opera. Il Prof esce dalla stanza n. 18, nelle altre la luce è già spenta, guarda l’orologio, un Seiko Automatic da polso, segna le 10,45. «Madonna, è così tardi, non me n’ero proprio accorto». Poi si affretta tra i corridoi. Esce, è subito investito da una folata di aria fresca in una serata di inizio maggio che stenta a dare il benvenuto a una primavera già inoltrata. Guarda su e dalle tante finestre traspaiono luci soffuse e di tanto in tanto lampi di televisori accesi. Solo da una fuoriesce una luce forte.  ‘Quella – ragiona – deve essere la stanza di Vincenzo, starà scrivendo, ne sono certo. Forse era meglio se non gli portavo tutti quegli appunti, si starà affaticando’.

Il Prof è alquanto perplesso mentre si affretta verso il parcheggio. Il cielo è limpido, terso, il vento proveniente dal mare è più forte in quella zona così aperta. Conosce bene gli agenti atmosferici di Larino esposta alle correnti provenienti dai Balcani. Per circa quattro anni, tra il 1998 e il 2002, ha allenato la Frenter Larino nel campionato d’eccellenza molisano. Quanti ricordi di quel periodo. Giunto al parcheggio si gira un attimo, la sagoma del nosocomio è li, immobile,  lontana.  Solo una finestra è illuminata. Vista da li è un piccolo punto luminoso che a momenti si intrufola nel cielo stellato, sembra esso stesso un corpo celeste. Un ultimo sguardo,  poi via verso casa, ha tanti chilometri da fare.

Intanto Vincenzo lavora senza tregua al suo progetto. Continua a scrivere,  anche quando torna a casa, al suo paese, Santa Croce Di Magliano. Addirittura molte persone raccontano di averlo visto armeggiare su una Moleskine nera durante una cerimonia che lo riguardava. Al campo sportivo di Santa Croce c’era tantissima gente quel giorno e lui,  incurante della cerimonia, invece di essere la in prima fila, pensò bene di starsene per conto suo. Fu notato prima vicino lo spogliatoio, poi nelle vicinanze della panchina dei locali, infine sotto una splendida gigantografia che lo raffigurava,  mentre continuava a dialogare con delle persone che nessuno aveva visto prima da quelle parti. Vincenzo sfogliava con molta calma la Moleskine nera mentre illustrava a quei signori il contenuto della sua opera.

Il suo pressing risultava altissimo e nelle tante figure che corredavano la sua trattazione, la traiettoria del pallone era raffigurata come una coda di cometa che lascia tracce luminosissime  al suo passaggio per poi dissolversi nello spazio dopo attimi infiniti.

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