Verona beat, trent’anni fa

Nel maggio 1985 l’ultima volta di uno scudetto in una città non capoluogo di regione. Era l’Hellas di un mister operaio, Osvaldo Bagnoli, dei fenomeni Elkjær Larsen e Briegel, di Garella e Galderisi

1985, 12 maggio, Verona esulta: il pareggio con l’Atalanta garantisce all’Hellas il suo primo e sin qui unico scudetto. Era dal 1922, dal settimo titolo della Pro Vercelli, che il titolo del calcio non premiava una città non capoluogo di regione. Si badi bene, la stagione 1984/85 vide giocatori di gran nome approdare in Italia: il fenomeno Maradona arrivò a Napoli, Rummenigge all’Inter, Junior al Toro e Socrates, il dottore, a Firenze, ma i calciatori fenomeno non fecero la differenza. Il Verona del presidente Celestino Guidotti toccò il cielo con un dito grazie a una squadra catenacciara e contropiedista, un felice mix di giocatori di talento che Osvaldo Bagnoli, il tecnico ben lontano dai salotti televisivi e ricco di concretezza, seppe gestire a meraviglia. Bagnoli, un passato da giocatore in rossonero e in gialloblu, badava a non prenderle e a ripartire in termini asfissianti, era tra i massimi esponenti del calcio all’italiana, tanto che Gianni Brera lo chiamava “il grande italianista”. E gran merito va riconosciuto anche al direttore sportivo Emiliano Mascetti, ex giocatore gialloblu e fino a poche settimane fa cannoniere del Verona nella massima serie.

I veronesi da tre stagioni erano in corsa per lo scudetto, per due volte consecutive avevano sfiorato la Coppa Italia, persa in finale. Già dalle prime giornate l’Hellas aveva preso margine sulle avversarie e il divario non fu mai colmano. Questo grazie a una rosa forte e compatta in ogni reparto: dal funambolico portiere Claudio Garella, che preferiva parare con i piedi piuttosto che con le mani, a capitan Roberto Tricella; dai centrocampisti Domenico Volpati (ora dentista), Antonio Gennaro, il tedesco Hans-Peter Briegel agli attaccanti Giuseppe Galderisi e Preben Larsen Eljaer. Quest’ultimo, idolo incontrastato ancora oggi della curva sud del Bentegodi, finì secondo nella graduatoria del Pallone d’oro 1985, alle spalle di Michel Platini, oltre a essere il top scorer veronese in Europa.

Fu il trionfo della Verona beat, per dirla con la famosa canzone dei veronesi “Gatti di vicolo Miracoli”, tifosi di una squadra che seppe portare nel Nord-est uno scudetto strepitoso. Con la possibilità di sfidare la Juventus in Coppa Campioni, l‘anno successivo, in un ottavo di finale giocato a porte chiuse. Vinse la Juventus tra mille polemiche. A seguire la squadra invecchiò, perse i suoi componenti migliori, sino all’addio, nel 1990, di Bagnoli. Dopo di allora la compagine scaligera ha vivacchiato tra A e B giocando anche quattro campionati in terza serie.

Parlare oggi di quel miracolo fa venire i brividi, in un calcio contraddistinto da pay tv, tifo violento, stadi vetusti e continui rigurgiti di calcioscommesse. Impensabile oggi che una piccola realtà possa arrivare ai piani alti della serie A, anche se consolano le new entry degli ultimi anni, il Sassuolo bestia nera milanista e dalla prossima estate il Carpi e il Frosinone. Mai nessuna piccola è riuscita a ripetere la vicende dell’Hellas, solo il Vicenza ha saputo vincere la Coppa Italia nel 1997 mentre Atalanta e Ancona sono state finaliste perdenti nel 1988 e nel 1994. Nonostante gli exploit di Luca Toni il Verona odierno è lontano parente del Verona dei miracoli, il fenomeno beat celebrato in musica dai suoi Gatti.

 

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