Pacquiao, il pugile parlamentare

Nel 2016 le elezioni filippine di medio termine – come negli Usa - rinnoveranno metà del Senato. Manny si candiderà per uno dei 12 scranni della Camera alta per poi correre per la Presidenza nel 2022

Sabato 2 maggio a Las Vegas si è disputato il match tra lo statunitense Floyd Mayweather e il filippino Manny Pacquiao per il titolo mondiale dei pesi welter. La sfida è stata presentata come il match del secolo, opponendo due dei migliori pugili di sempre all’interno di un evento dalle strabilianti cifre economiche: 180 milioni di dollari per il vincitore e 120 allo sconfitto; 70 milioni derivanti dalla vendita dei biglietti; 350 milioni di ricavi televisivi. Per la cronaca, a prevalere (ai punti) è stato il pugile statunitense, ma l’incontro ha avuto ben poco di spettacolare, tanto che Victor Mather del New York Times ha scritto che «il combattimento del secolo forse potrebbe non essere nemmeno il combattimento dell’anno», mentre Mike Tyson ha laconicamente ammesso di essere rimasto deluso. Sembra poi che Pacquiao sia salito sul ring infortunato, notizia che ha provocato l’ira di Mayweather e ha convinto alcuni studi legali statunitensi a presentare delle richieste di danni per conto di spettatori e scommettitori.

Al di là dell’aspetto agonistico, ad amplificare l’attenzione del pubblico sono state la grande mediaticità e le forti personalità dei due pugili, da un lato lo spregiudicato Mayweather, che non eccelle in umiltà, e dall’altro Pacquiao, che punta su una maggiore sobrietà. Se si prendono a esempio i percorsi di avvicinamento al match si nota come l’americano – in linea con precedenti illustri – abbia giocato sulla spavalderia, sia nei confronti dell’avversario (con costanti provocazioni), sia nei riguardi degli appassionati, sfoggiando in modo pacchiano uno stile di vita sfrenato. Dopo tutto Mayweather è stato l’atleta più pagato al mondo nel 2014…

Al contrario, Pacquiao è considerato il “campione del popolo” – da tenere bene a mente l’appellativo, si vedrà a breve perché, – impegnato in prima fila per la propria comunità con attività politiche e sociali (è stato eletto deputato nel Parlamento filippino). Questo non significa, comunque, che sia tutto oro: Pacquiao, recentemente convertitosi dal cattolicesimo al protestantesimo, in passato ha affrontato diversi scandali, dalle accuse di evasione fiscale ai sospetti per l’uso di steroidi, passando per le infedeltà coniugali, le posizioni omofobe e gli investimenti nella lotta tra galli. Provenendo da un ambiente estremamente povero, Manny ha vissuto in modo disordinato i primi anni da milionario e playboy, diventando poi – pare in maniera autentica – un fervente cristiano.

Anche all’indomani dell’incontro, i due atleti si sono differenziati quanto a immagine pubblica: Mayweather ha mostrato il proprio parco auto e aerei – sì, proprio aerei! – mentre Pacquiao si è fatto ritrarre con la consorte sulla strada per la chiesa. Tuttavia Manny non è sembrato poi troppo turbato per il verdetto, poiché comunque potrebbero giungere conseguenze positive sul fronte politico.

Dal 2010, infatti, Pacquiao è un parlamentare, eletto prima col partito da lui fondato, il People’s Champ Movement – ecco perché il boxeur ha insistito molto sull’immagine di campione del popolo, – poi nella cornice della coalizione United Nationalist Alliance, formazione di ispirazione conservatrice. Il prossimo anno si terranno le presidenziali e, contestualmente, sarà rinnovato metà del Senato, composto da 24 membri (come nel sistema statunitense, anche nelle Filippine si tengono le consultazioni di mid-term). Questo significa che nel 2016 saranno scelti 12 nuovi senatori e Pacquiao si candiderà ben sapendo che, tradizionalmente, i capi dello Stato provengono da un’esperienza nella Camera alta. L’obiettivo del pugile, insomma, potrebbe essere la tornata del 2022.

Dopo l’incontro con Mayweather, Pacquiao ha aumentato il proprio patrimonio di circa 120 milioni di dollari, ottenendo un’esposizione mediatica straordinaria e conquistando consensi a prescindere dalla sconfitta. Il filippino, infatti, ha basato la propria esperienza politica su un doppio binario, ossia l’impiego di risorse economiche notevoli e la biografia da self-made man, come nel caso del partito del quale è fondatore e protagonista indiscusso. Pacquiao non ha mai lesinato in aiuti economici diretti – alcuni critici lo hanno definito un «bancomat», – supportando migliaia di concittadini, soprattutto nella città di General Santos. Addirittura, per il suo compleanno (17 dicembre) sono eretti dei gazebi sotto ai quali i rappresentanti del pugile ascoltano le richieste d’assistenza e decidono se intervenire con denaro o con servizi legali: che siano bollette, cure mediche o funerali, il pugile non si tira indietro, peso su peso. Si muove personalmente per ristrutturare aree urbane e ha pagato per l’edificazione di un monumento in ricordo di 34 giornalisti uccisi nel 2009. Negli ultimi anni, inoltre, ha donato regolarmente decine di migliaia di euro ai sette comuni del suo collegio elettorale per l’organizzazione di feste e sagre, cifra alla quale vanno aggiunti i mille euro a ciascuno dei 150 villaggi della regione.

Considerati il suo ruolo di sostegno attivo della comunità – nel vero senso della parola, – la sua immancabile presenza sui media e le sue disponibilità economiche, non deve stupire che nel 2010 sia stato eletto col 66,35% e che nel 2013 sia stato l’unico candidato nel collegio di Sarangani, provincia della quale la moglie Jinkee è vice-governatore. Gli oppositori affermano che, di fronte a fama e denaro, Pacquiao possa anche non presentare un programma elettorale, dal momento che i cittadini sono distratti altrove – ma, non avendo conoscenza della politica filippina, conviene fermarsi alle soglie della congettura. Quel che è certo, però, è che Manny sia il deputato con il più alto tasso di assenteismo negli ultimi cinque anni e che non sia stato promotore nemmeno di un provvedimento legislativo.

La sconfitta subita per opera di Mayweather può comunque passare in secondo in piano, soprattutto perché 120 milioni di dollari e la rampa di lancio per una carriera politica dai gloriosi orizzonti sono compensazioni più che sufficienti per Pacquiao. E poi i suoi 37 anni sono un’età giusta per cominciare a preparare la vita fuori dal ring.

Ma la Presidenza delle Filippine è davvero nel “repertorio” di uno dei migliori pugili della storia? Il 2022 è ancora lontano e la politica – come la boxe – talvolta va oltre l’immaginazione, mettendo al tappeto i favoriti ed esaltando gli underdog, ma quasi sempre relegando all’angolo chi non ha il fiato.

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