Boban, non fu solo calcio

Nel maggio 1990 l’incontro Dinamo Zagabria-Stella Rossa non si giocò per le intemperanze dei “tifosi” e la brutalità della polizia. Una ginocchiata di Boban al volto di un milite costò al croato il Mondiale italiano e fu tra i presupposti del conflitto che dissolse la Jugoslavia

Può una ginocchiata di un calciatore a un poliziotto essere tra le cause dello scoppio del conflitto che ha insaguinato l’Europa tra il 1991 ed il 1995? Sì, se parliamo di Jugoslavia e del match tra le due squadre più blasonate del paese balcanico, Dinamo Zagabria e Stella Rossa di Belgrado. Il 13 maggio 1990 lo stadio della Dinamo, il Maksimir, ospitava un match ininfluente per la classifica in quanto la Prva Liga era già per la diciassettesima volta della Stella Rossa. Allo stadio erano presenti circa 20mila spettatori, più che tifosi due rappresentanze etniche e militari: da una parte i Bad Blue Boys, i caldi tifosi di Zagabria, dall’altro la Delije, la frangia estrema dei supporter della Stella Rossa. Gli animi si surriscaldarono molto prima del calcio d’inizio, quando i tifosi ospiti iniziarono a svellere i seggiolini gettandoli a destra e a manca, diedero fuoco a striscioni e cartelli pubblicitari, cercando di scavalcare le transenne per raggiungere i tifosi avversari e invadere il campo da gioco.

La polizia, mal equipaggiata e a maggioranza serba, dopo qualche minuto iniziò a malmenare tutti indistintamente. Una furia cieca contro gli inermi mentre le squadre riparavano negli spogliatoi. Un solo giocatore preferì non tornare sotto la doccia, ma difendere chi veniva malmenato: Zvominir Boban, allora 21enne capitano della Dinamo Zagabria, dopo essersi preso due manganellate si lanciò contro un poliziotto e lo colpì con una ginocchiata al volto. Boban tornerà scortato negli spogliatoi.

La squalifica che scattò ai danni di Boban compromise la sua partecipazione al Mondiale in Italia in programma il mese successivo. La storia di “Zorro” poi è nota a tutti: campione d’Italia e d’Europa con il Milan e leader della Croazia che nel 1998 arrivò terza in Francia.

Il gesto del centrocampista di Imoschi divise l’opinione pubblica: i croati lo considerarono eroico, i serbi di cattivo gusto da parte di un calciatore, un segnale nazionalista. Tredici mesi dopo iniziò la guerra jugoslava. Affermare che la ginocchiata di Boban abbia originato il conflitto sarebbe esagerato, ma la si può inserire nella serie di episodi che hanno portato la Jugoslavia al dissolvimento e alla nascita di sei Stati indipendenti.

Uno dei rivoltosi del match del Maksimir è stato Zeljko Raznatovic, noto come Arkan, uno dei protagonisti più tristemente noti del conflitto che scoppiò il 27 giugno successivo. Arkan, che era allo stadio con una cucciolo di tigre (da qui il suo secondo soprannome), usò le tifoserie calcistiche del Paese per arruolare militanti e guerriglieri ai fini delle sue operazioni militari violente e cruenti. Era il trionfo dei nazionalismi e del calcio usato come valvola di sfogo di un Paese prossimo al baratro: da sempre ispirato alle tifoserie italiane e britanniche, ancora oggi il calcio croato e serbo vede lo stadio tempo della violenza fine a se stessa ma teatro  dell’orgoglio di tifoserie e di un intero popolo.

A partire dal 1992, Boban, insieme ad altri colleghi come Vladimir Jugovic, Dejan Savicevic, Darko Pancev, Robert Prosinecki, Davor Suker e Pedrag Mijathovic lasciarono la loro terra per cercare e trovare fortuna nella serie A italiana o nella Liga Spagnola. Lontani da casa, ma sempre con il cuore rivolto alla loro terra. La celebre foto di Boban va a pieno titolo negli annali della storia del calcio.


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