UK, il calcio condiziona la politica

Nel Regno Unito si sono appena tenute le elezioni politiche, al termine di una campagna molto dura, caratterizzata da ritmi serrati ed episodi di vera violenza mediatica nei confronti di alcuni candidati. Molti osservatori hanno affermato che, indipendentemente dal risultato, si stia assistendo alla fase conclusiva del tradizionale sistema britannico, sia a livello partitico (con la fine di un semi-bipartitismo), sia a livello di stile, di etichetta. Qualche critico ha accostato le prospettive di Londra a quelle continentali e, più specificamente, italiane, con Governi necessariamente di coalizione – ma con l’Italicum la situazione potrebbe drasticamente cambiare – e toni da comitiva in gita.

C’è un altro aspetto, però, che può accomunare Italia e Regno Unito ben più della presunta degenerazione politica, ossia la passione per il calcio e la costanza con la quale il pallone rientra nelle discussioni pubbliche – simbolicamente o concretamente. Il riferimento non è alle squadre del cuore dei governanti britannici, anche se tutti hanno un’appartenenza: il leader conservatore David Cameron tifa Aston Villa (torneremo sull’argomento); il laburista Ed Miliband è per il Leeds (sebbene preferisca baseball e football americano), mentre suo fratello David sostiene l’Arsenal, ma è stato membro del consiglio di amministrazione del Sunderland, incarico abbandonato in segno di protesta quando sulla panchina fu chiamato Paolo Di Canio; il liberale Nick Clegg è a sua volta per l’Arsenal. Il fatto è che quest’anno il calcio è entrato ancora di più nei programmi elettorali, soprattutto per l’iniziativa di alcuni settori dell’opinione pubblica, critici nei confronti dei rapidi cambiamenti del football di Sua Maestà.

I campionati britannici, ma soprattutto la Premier League, hanno subìto una forte spinta commerciale guidata dall’ingresso di grandi capitali (anche stranieri) e dai diritti televisivi venduti in tutto il mondo. La politica e la società hanno cercato di reagire con una serie di progetti e iniziative per evitare che il calcio divenisse una mera entità economica, senza più legami con il territorio. Nel 2000, per esempio, il Governo ha fondato Supportes Direct, un’organizzazione che ha lo scopo di favorire una maggiore rappresentatività democratica all’interno dei club e delle Federazioni, magari attraverso forme di azionariato popolare che collettivizzino la proprietà delle squadre (come nei casi dello Swansea o del Wimbledon). Tra il 2013 e il 2014 Ed Miliband ha più volte invitato a una riforma del sistema calcistico per favorire la trasparenza, tema ripreso recentemente dal movimento Football Action Network (FAN), che si batte per uno sport pulito, leale e dalle parte dei tifosi. La Football Action Network ha sottoposto ai partiti un documento, This Game is Our Game, nel quale è stato chiesto ai candidati un impegno trasversale per discutere una riforma del sistema che preveda una diversa gestione aziendale dei club, maggiori controlli e la sorveglianza sui prezzi dei biglietti. La sollecitazione della FAN è da inserirsi all’interno di un più vasto malessere dei tifosi, i quali, sempre più in contrasto con le scelte in primo luogo economiche delle proprietà, si stanno rivolgendo alla politica. E i partiti non hanno tardato a rispondere, avanzando proposte concrete, dall’impegno dei conservatori a seguire le indicazioni del manifesto This Game is Our Game, all’enfasi posta dai liberaldemocratici sull’obbligo che almeno la metà dei club siano in mano ad azionariati popolari, passando per il dettagliato piano d’azione laburista, comprendente anche tutela dei dipendenti delle società calcistiche, ristrutturazione degli stadi e riforma delle competizioni nazionali. Insomma, la questione è stata affrontata seriamente durante la campagna elettorale e a FAN va il merito di essersi fatta portavoce del variegato movimento dei tifosi, che chiedono di essere parte attiva. Si potrà notare che si tratta sostanzialmente di promesse da politici, però non bisogna tralasciare che le risposte per la FAN non siano state elaborate appositamente per l’occasione, essendo anzi già presenti nei programmi elettorali.

Il Partito laburista, per esempio, ha preso l’argomento calcio con molta attenzione, riflettendo su tre aspetti fondamentali, vale a dire la gestione (soprattutto economica) delle società, il ruolo dei tifosi e il rispetto degli impegni sociali della Federcalcio. Oltre alla riforma per una maggiore trasparenza, i punti salienti della proposta di Miliband affermano che i supporter debbano avere per legge il diritto di acquistare quote dei club e di nominare almeno due membri del consiglio d’amministrazione e che la Premier League sia obbligata a devolvere una percentuale dei ricavi televisivi alle tifoserie.

I conservatori, invece, hanno mirato in altre direzioni. Innanzitutto il rafforzamento del principio dell’Asset of Community Value (ACV), per il quale un ente o un comitato locale può indicare un bene (un parco, un edificio, uno stadio, persino un pub) come patrimonio della comunità, garantendosi il diritto di tentarne l’acquisizione qualora il proprietario annunciasse il desiderio di vendere. Un esempio di ACV è l’Old Trafford, la casa del Manchester United. I Tories vorrebbero ampliare i diritti delle comunità su tali beni, affinché la loro voce possa farsi sentire anche in situazioni più complesse.

Il Partito liberaldemocratico individua quali priorità l’obbligatorietà di un pacchetto di quote in mano ai tifosi (come nel modello tedesco), la lotta all’omofobia e al razzismo, e la risoluzione delle problematiche legate agli stadi. In particolare, il riferimento è alla vicenda dei safe standing, riguardo alla quale è d’obbligo una menzione. Nel 1989, durante la partita Liverpool-Nottingham Forest di FA Cup, 96 persone morirono per la calca dovuta ai troppi tifosi fatti entrare nell’Hillsborough Stadium e per l’errata gestione dell’ordine pubblico. In seguito alle indagini fu pubblicato il Rapporto Taylor, che forniva diverse indicazioni su come evitare casi analoghi nel futuro. Nel 1994 la Premier League e l’allora First Division (oggi Football League Championship) decisero di rimuovere dai propri stadi i posti in piedi, lasciando soltanto quelli a sedere. Da qualche anno, però, le società hanno cominciato a chiedere il ripristino dei settori in piedi, che anche secondo i tifosi permetterebbero non solo prezzi più bassi, bensì anche il ritorno all’atmosfera tradizionale. Ecco, nella proposta dei Lib Dems c’è proprio l’idea di modificare la normativa, riproponendo le aree in piedi con rinnovate misure di sicurezza.

Tornando al Labour, c’è un motivo se Miliband ha elaborato un programma tanto dettagliato per il calcio, nonostante preferisca di gran lunga baseball e football americano – per inciso, Cameron ha assunto l’impegno a mantenere le ormai tradizionali trasferte della NFL in Inghilterra, tanto che secondo alcuni addetti ai lavori nel prossimo futuro Londra potrebbe ospitare una franchigia in pianta stabile. Osservando la disposizione geografica delle squadre, infatti, si nota che prima del 7 maggio 18 dei 20 club della Premier League si trovavano in città rappresentate da un parlamentare laburista, contro una per i conservatori (Chelsea) e una per i liberali (Burnley). La tendenza si confermava nella Football League Championship (14 su 24), ma s’invertiva nelle serie inferiori, laddove i territori che esprimevano deputati conservatori erano la maggioranza (nella Football Conference, massima serie dei dilettanti, i Tories avevano 17 sedi di società su 24). La distribuzione è facilmente spiegata con la demografia politica inglese: storicamente, le città più grandi votano a sinistra, mentre i centri minori e le aree rurali propendono per la destra.

Per concludere questa rassegna sul rapporto tra le elezioni britanniche e il calcio, che ha visto avanzare proposte interessanti, approfondite e serie – alcune potrebbero essere d’ispirazione anche per il nostro sistema, – dobbiamo spiegare perché abbiamo lasciato in sospeso una postilla su Cameron, che, a dir suo, tiferebbe Aston Villa dalla vittoria in Coppa dei Campioni nel 1982 contro il Bayern Monaco. A fine aprile Cameron stava tenendo un discorso a Londra sulla necessità di garantire maggiori opportunità per le minoranze etniche. «Il Regno Unito è un esempio lampante di Paese dalle molteplici identità. Qui si può essere gallesi e hindu e britannici, nordirlandesi ed ebrei e britannici. Qui si possono indossare un kilt e un turbante, un hijab coperto di papaveri. Qui si possono sostenere il Manchester United, i Windies [West Indies Cricket Team, n.d.a.] e il Team GB [la squadra olimpica britannica, n.d.a.] tutti allo stesso tempo. Certo, io preferirei che tifaste il West Ham…». Rapidamente sui social network Cameron è stato colpito dall’ironia e dalle sferzate dell’opinione pubblica e degli altri politici, tra chi semplicemente lo scherniva e chi individuava nel suo lapsus la manifestazione di una personalità «fasulla e che non crede in niente» (sono parole di Alaistar Campbell, già portavoce e responsabile della comunicazione di Tony Blair). «No, no, io tifo Aston Villa! – Si è sbrigato a precisare Cameron alla stampa nell’arco della giornata. – Quando si tengono tanti discorsi quanti ne ho tenuti io in campagna elettorale, è normale che ti esca di bocca ogni tipo di cose buffe».

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