Anche Antonacci a volte canta da solo

”Mister,  un campionato straordinario, tutto merito suo”, proclama  Antonio, giovane portiere originario di Roma, detto Er Moscio per il modo cadenzato e lento della parlata. Il mister replica che senza l’impegno, la determinazione, l’applicazione continua dell’intera rosa durante le sedute di allenamento settimanali, lui, da solo, non avrebbe potuto raggiungere quei traguardi. Così, l’ultimo allenamento della stagione regolare viene archiviato. Pian piano lo spogliatoio si svuota, il mister rimane da solo e ripensa al percorso straordinario fatto con i suoi ragazzi. Aveva preso la squadra alla quinta giornata, ultima in classifica a zero punti. Ora è terza, matematicamente  in zona play off,  posizione impensabile all’inizio della stagione. L’ultima gara contro la capolista, Comprensorio del Matese FC, sarà solo una formalità per la sua squadra, mentre per la prima in classifica risulterà importante vincere perché solo un punto la divide dalla seconda, il Venafro, che ha un impegno del tutto facile in casa.

Gli ultimi otto mesi scorrono come un film nella testa del mister, specialmente  le vittorie contro gli avversari storici e le serate con i ragazzi a ballare sui tavoli al DiVino, locale dal nome accattivante, il premio che il presidente concede nei momenti di grande euforia.  Il mister, 45 anni, uomo probo e serio, sposato, tre figli, due sono gemelli, vive di solo calcio. Gode fama di psicologo, cioè di saper leggere nel cuore dei suoi giocatori: giovani, anziani, ariani,  afroasiatici. La società gli dà uno stipendio che con i premi arriva a malapena sui mille e duecento euro al mese. Lui dice che gli basta per vivere in modo dignitoso grazie anche al lavoro di sua moglie. Prima di salire in macchina  la chiama al telefono per avvertirla che entro un’ora e mezzo sarà a casa. Abita in una città distante ottanta chilometri circa. Si siede, allaccia la cintura e parte. Inserisce il solito CD per ascoltare il suo cantante preferito, Biagio Antonacci.

Lo conosce di persona, erano compagni di squadra nella Cavese dove il cantante si dilettava a giocare qualche spezzone di gara.  Dopo l’attraversamento di piccoli centri abitati che gli fanno perdere del tempo, imbocca finalmente l’autostrada. “Sognami  se nevica, sognami  sono  nuvola…” canta ad alta voce sovrastando a volte  il volume della radio. È molto intonato, a tratti fa anche da seconda  voce all’Antonacci, arrampicandosi fino all’ottava più alta di Do.  Ama la musica, si esibisce ogni mercoledì sera al karaoke in un pub della sua città “La rosa dei venti”, accompagnato dalla moglie, anche lei fan dello stesso cantante. Lo adorano, si innamorarono sempre sulle note delle sue canzoni, a loro dire.

Improvvisamente la musica si interrompe per fare spazio alla suoneria del cellulare configurato sulla radio dell’auto. “Pronto Mister, sono Massimo, Massimo Nardi. Come stai? Domenica saremo avversari”  dice il Nardi, allenatore della capolista, con tono molto amichevole. “Ciao Massimo, ancora congratulazioni per l’ottimo campionato. Il tuo Comprensorio del Matese è di certo la squadra più forte di questo girone di eccellenza”  gli fa il mister con piglio serio. “Tu piuttosto, hai fatto un vero miracolo con i mezzi che la società ti ha messo a disposizione. Nella gara d’andata ci umiliaste, 3-1 a vostro favore. L’unica sconfitta della stagione per la mia squadra”.  Si ferma un attimo, poi prosegue: “Senti, ho qui con me il presidente, vuole parlarti”. Nardi è particolarmente gentile, anche troppo.

“Pronto, Mister sono il presidente Fiorucci, da sempre  suo ammiratore. Lo sa, quel 3-1 non mi fece dormire per tre notti e ancora adesso mi fa star male. Non voglio nemmeno pensare che la cosa possa ripetersi domenica prossima in casa nostra”. Il presidente parla con tono deciso. “Come lei saprà sono impegnato anche in politica”. Si concede una pausa, poi aggiunge: “ Il prossimo giugno avremo le amministrative, sono candidato a sindaco. Non posso fallire questo appuntamento. Lei mi capisce?”.

Il presidente prova con maestria a portare il frastornato mister  dalla sua parte. “Dai mister, ci vediamo domattina nella sede del mio ufficio di Aversa alle 11 in punto, è poco lontano dalla sua abitazione, l’aspetto”. Parla con grande sicurezza. Il mister prova a rispondere, non gliene dà il tempo. La telefonata si chiude qui. Riparte Antonacci: “E se mi sognerai. Quel viso riavrò. Mai più… mai più quel piangere per me sorridi e riavrò…”

Sabato mattina ore 11, il mister è nell’ufficio del presidente del Comprensorio del Matese. È convinto che intenda affidargli la squadra  il prossimo anno. “Mister, come le ho detto ieri non posso permettermi di perdere questo campionato. Ecco, scriva la cifra su questo assegno e mi dica a chi intestarlo. Magari un parente di sua moglie, sarebbe pericoloso intestarlo a lei. Non si ponga limiti. Poi domani, sul campo schieri una formazione che non mi faccia soffrire. Lei ha capito?”  Il mister è frastornato, non è quello che si aspettava, ma quei soldi gli farebbero comodo. Il prossimo mese di giugno i suoi figli, i gemelli, faranno la prima comunione, potrebbe portarli in un ristorante a Gaeta, sul mare.

“Allora, ha deciso?” insiste Fiorucci.  Il mister è confuso, non si è mai trovato in una situazione simile. Poi si fa coraggio: “Presidente, non ho mai fatto cose del genere, capisco la sua situazione, ma io credo in questo sport  e nell’onestà. Sono stato educato nel rispetto delle regole. Non farò niente per favorire la sua squadra domani.”  Il piglio è deciso.  Il Fiorucci alza le spalle, stavolta l’espressione è a dir poco violenta: ”Chi crede di essere, lei non è nessuno. In questo mondo lei appartiene alla categoria dei perdenti, dei falliti. Vada a controllare il curriculum di  personaggi di vertice del calcio, troverà che alcuni hanno avuto a che fare con la giustizia. Li guardi oggi. Un esempio? Il suo presidente, il presidente della sua associazione, fu coinvolto negli anni Ottanta in quello che viene ricordato come Totonero. Fu condannato anche in appello. Oggi ricopre cariche importanti. Come vede, l’onestà di cui lei parla è l’unica consolazione dei perdenti. Anche nostro Signore, con una decina di Ave Maria, assolve peccati gravissimi”. Il mister si alza, senza salutare esce dalla stanza. Gli corrono dietro le parole velenose del presidente: “Vai, vai. Domani la partita la vincerò io e tu avrai perso la tua occasione, fallito, ah…ah”

Domenica pomeriggio, ore 15, l’arbitro fischia l’inizio dell’incontro. I ragazzi del mister sono ben messi in campo, non sembrano subire la superiorità della capolista. Al 27′ succede qualcosa di strano, Antonio, il portiere, butta in calcio d’angolo una palla non difficile da bloccare. “Ma è impazzito”, si arrabbia il mister rivolgendosi agli uomini in panchina. La capolista batte il corner,  stavolta Antonio, detto er Moscio, fa anche peggio. “Lascia”, grida al suo centrale mentre il pallone si avvia lemme lemme verso le sue braccia. Sta per raccogliere il più innocuo dei palloni quando improvvisamente si accascia al suolo simulando una spinta che non c’è stata, la sfera entra in rete senza interferenze. Sugli spalti succede di tutto: botti, fuochi d’artificio, gente che si abbraccia.

Il presidente Fiorucci vestito in bianco-rosso è in curva con gli ultras, si esibisce in cori contro la seconda in classifica: ”Venafro, Venafro vaffan****!” Il mister non si dà pace, perdere con la capolista è possibile ma non così. Alla fine del primo tempo sono tutti in apprensione per le condizioni fisiche di Antonio. “Tranquilli, tranquilli, la caviglia ha ceduto, c’è una buca da quelle parti, e poi qualcuno mi ha spinto” rassicura lui. Sembra una grossa bugia, il rettangolo di gioco farebbe invidia al migliore dei bigliardi e nessun giocatore era nei paraggi al momento del fattaccio. Riprende il gioco. Il mister è convinto di recuperare lo svantaggio, la sua squadra tiene il campo con autorevolezza e di tanto in tanto spaventa la capolista con improvvise ripartenze.

Chi lo preoccupa è il suo portiere, non ha creduto affatto alle sue giustificazioni. Al quarto d’ora del secondo tempo il Comprensorio colpisce per la seconda volta. C’è un calcio a due dal limite dell’area degli ospiti, Antonio dispone la sua barriera. Passaggio e tiro da parte di due calciatori di casa. La traiettoria è lenta e centrale, più che un tiro è un passaggio al portiere. Antonio invece di parare l’innocuo pallone tenta di giocarlo di piede, ha un attimo di esitazione. Carmine Carraturo, il centravanti locale, è lesto a rubargli il pallone per depositarlo poi comodamente in rete. La gara termina con la vittoria dei padroni di casa. Fuochi d’artificio, spumante, invasione di campo da parte dei tifosi per la vittoria del campionato. Il mister incrocia lo sguardo del presidente Fiorucci  intento a festeggiare con gli ultras, fa finta di non vederlo. Resta cinque minuti seduto in panchina, è scosso. Quando rientra nello spogliatoio chiede subito di Antonio, gli riferiscono che è andato via senza fare la doccia. Corre fuori, lo blocca poco prima della partenza. “Allora, vieni dentro per favore, abbiamo una riunione urgente”, gli fa con tono deciso. Er Moscio alza le spalle e con espressione di proterva infingardaggine: “E chi ci tiene alla vostra riunione de mer***. Ve la fate voi, poi mi informerete. Ho cose più urgenti da fare a Roma”. Schiaccia sull’acceleratore un paio di volte poi dal finestrino si rivolge al suo allenatore mentre la macchina inizia a muoversi: “A proposito che ci faceva ieri nella sede commerciale del presidente Stefano Fiorucci?”. Il mister non reagisce, quest’ultima frase è peggio di un proiettile dritto alla testa, la sua. “Cosa ha voluto dire? Qualcuno lo ha informato? E chi?”. Tante sono le domande che si pone, troppe. Rientra immediatamente nello spogliatoio, comunica che la riunione si farà la prossima settimana, in sede.

Ora è in macchina, inserisce il solito CD, ma non l’ascolta. “Sono uno stupido, un incapace, ha ragione Fiorucci”. Riflette ad alta voce, poi continua: “Potevo accettare, erano bei soldi, mi avrebbero fatto comodo”. Improvvisamente ha una sensazione di grossa vergogna per quei pensieri poco edificanti. Continua: “Meglio così, non mi sono sporcato, non ho mai fatto cose del genere. Posso ancora guardare i miei figli negli occhi senza provare disprezzo di me stesso”. Sembra rasserenarsi un attimo, intanto la canzone continua: “Pensami se nevica, pensami sono nuvola…”  Stavolta, però, Biagio Antonacci canta da solo.

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