Qatar, Mondiali e contiguità al terrore

Lo sport consente prestigio e consenso attraverso i successi ma anche tramite l’organizzazione di grandi eventi che enfatizzano la potenza logistica in uno scenario di politica estera in cui rientrano i finanziamenti diretti a partiti e formazioni d’ispirazione islamista

Il Qatar è un caso interessante all’interno del sistema internazionale. Apparentemente, infatti, le dimensioni (11mila chilometri quadrati) e la popolazione (1,7 milioni di abitanti) potrebbero di per sé essere sufficienti a derubricarlo a un rango inferiore nella gerarchia mondiale, per di più se si considera la posizione, schiacciata e chiusa dal gigante saudita. Eppure il Qatar è uno dei protagonisti della geopolitica contemporanea, grazie a petrolio e gas. Lo sfruttamento delle riserve di idrocarburi ha consentito alla Casa regnante degli al-Thani di interferire e condizionare la politica di molti altri Paesi, soprattutto a partire dal periodo delle Primavere arabe (2011), tramite il finanziamento diretto di partiti e formazioni d’ispirazione islamista in Nordafrica e Medio Oriente, compresi anche gruppi terroristici. Tutto ciò, ovviamente, ha condotto a profondi contrasti con l’Arabia Saudita, ma si tratta di un’altra storia.

A essere interessante è che l’ombra del Qatar non si è gettata esclusivamente sulla politica in senso stretto, bensì anche su quella – e non ci stancheremo mai di dirlo! – che è una sua prosecuzione naturale per interesse diretto e simbologia, ossia lo sport. Vincere significa ottenere prestigio e consenso. Realizzare grandi eventi significa muovere interessi economici e presentare la propria potenza logistica. Conquistare posizioni nelle Federazioni sportive mondiali significa ottenere spazio in quelle che tecnicamente sono pur sempre forme di organizzazione internazionale. Senza contare che tramite lo sport possono essere veicolate vere e proprie iniziative di politica estera: il Qatar, come la Russia, il Brasile e la Turchia, lo sa bene.

Si potrebbe parlare molto di come a Doha si intenda sgomitare nell’agone internazionale tramite i successi sui vari campi da gioco, però, per semplicità, ci si può limitare all’esempio del calcio, che fornisce parecchia materia di riflessione. Non che in altre discipline manchino spunti interessanti: qualche settimana fa – si fa per dire – il Qatar ha ospitato i Mondiali di pallamano ed è riuscito a conquistare l’argento, prima squadra non europea ad arrivare sul podio in oltre settant’anni. Il segreto del successo? La naturalizzazione di giocatori del Vecchio continente.

Tornando al pallone giocato con i piedi, la maggior parte dell’opinione pubblica internazionale conosce almeno sommariamente lo scandalo della Coppa del Mondo FIFA 2022, affidata al Qatar in modo assai controverso – e successiva all’edizione organizzata dalla Russia e sulla quale grava tuttora lo spettro inverosimile del boicottaggio occidentale, minacciato dalle cancellerie senza troppa convinzione. Il Qatar ha ottenuto il Mondiale in modo tutt’altro che trasparente. Anzi, con comprovate azioni illegali, come le tangenti pagate dall’ex vicepresidente della FIFA, il qatariota Mohammed bin Hammam, per assicurarsi il voto di alcuni delegati.

In tutta sincerità, però, il problema principale del 2022 non è tanto la corruzione ormai endemica alla corte di Blatter, quanto le condizioni nelle quali sono tenuti i lavoratori che stanno costruendo gli stadi in Qatar. Recentemente è arrivata la conferma che i Mondiali si terranno tra novembre e dicembre, per evitare ai calciatori di giocare nell’insalubre clima desertico, lo stesso – con lo stesso caldo atroce – nel quale si trova a operare più di un milione di schiavi legalizzati dal Qatar, compresi (secondo alcune fonti) migranti recuperati durante il viaggio per l’Europa e nordcoreani prestati dal magnanimo leader Kim Jong-un.

Diverse Organizzazioni internazionali hanno denunciato questa vergogna, con lavoratori sottopagati costretti a turni di 12 ore al giorno e senza possibilità né di difendersi, né di tornare a casa, poiché privati del passaporto dai padroni. I morti sono già più di mille e nei prossimi sette anni si potrebbe sfiorare quota 5mila.

In aggiunta la calendarizzazione della Coppa pone un serio problema alle Federazioni europee, soprattutto a quella inglese, per la quale le partite nel periodo natalizio sono una tradizione molto remunerativa. La finale si giocherà il 18 dicembre, che per combinazione è il giorno della festa nazionale qatariota. In una prima ipotesi, addirittura, si era previsto di assegnare il Mondiale il giorno di Natale, il che sarebbe stato un vero e proprio schiaffo dell’Emiro all’Occidente.

Addentriamoci un attimo in un campo minato, proprio mentre il Medio Oriente e l’Africa sono infiammati dalle scorribande del terrorismo islamico. Da più parti, infatti, si è interpretata la proposta del Qatar come una trovata pubblicitaria, nella speranza di aumentare il numero di spettatori delle partite e di scatenare una corsa all’acquisto da parte delle grandi emittenti televisive.

Dopo tutto – e qui ecco il mai sedato pregiudizio che ispira catastrofici errori di valutazione – i qatarioti sono arabi e levantini, quindi per loro l’importante è fare affari, che si tratti di vendere, comprare o barattare – il leggendario cammello da piazzare e la presunta usanza per la quale contrattare è buona prassi, mentre acquistare a prezzo fisso è un oltraggio. In sostanza, il Qatar punta ai soldi, stop. Tuttavia, se si considerano i movimenti del fondo d’investimento sovrano di Doha nel mondo dello sport, la proprietà del PSG e del Manchester City, l’impiego di squadre belghe di seconda fascia per far transitare in Europa giovani talenti africani sui quali guadagnare in plusvalenze, la domanda è: chi ha bisogno dei soldi di chi? Un quesito che, vista la situazione economica europea, può essere ampliato alla cronaca nostrana: se nel calcio italiano si guadagnasse così bene, perché dovremmo invocare imprenditori non tanto dall’estero in generale, quanto dai mercati mondiali in ascesa, come la Cina e l’Indonesia?

Fare affari col Qatar significa intrattenere una relazione con una potenza islamista, con uno Stato che in via ufficiale tifa per quelli che, formalmente, sono i nemici dell’Occidente e di molti musulmani. Si tratta, purtroppo, di un dato di fatto.

Doha, come accennato, si basa soprattutto sull’esportazione di idrocarburi, ma ha un progetto ben preciso, ossia garantirsi una costante fonte di reddito alternativa entro il prossimo decennio tramite la finanza. In questo contesto il calcio è un settore d’investimento ampio e multilivello, perché consente di agire su capitale umano (i calciatori), marketing, merchandising, Borsa, edilizia, telecomunicazioni e su tutti i settori connessi allo sport. Eppure il Qatar è anche un attore geopolitico di grande rilevanza che manovra soggetti opposti rispetto agli interessi e agli obiettivi dell’Occidente. Diventa difficile quindi affidarsi agli al-Thani quando si tratta di pallone e confrontarli quando si tratta di relazioni internazionali. E se la prossima clausola sul trasferimento di un giocatore finisse in armi impiegate in Siria?

In molti si preoccupano per la sicurezza durante i Mondiali del 2022, ma si tratta di timori precoci, perché sette anni per la politica sono un tempo molto lungo. Di certo, però, se la Coppa del Mondo si disputasse oggi, non ci sarebbero problemi, dato che difficilmente un cane morde la mano che lo nutre.

 

Leggi anche:

70 bambini in cerca del loro asilo
Gli sprinter in bell’ordine
Sapessi com’è strano il triathlon a Milano
www.pdf24.org    Invia l'articolo in formato PDF   
Commenta: