Le fragilità di John Kirwan

Splendido solista della fascia, il fenomeno neozelandese ad appena 23 anni si ritrovò depresso, nel panico, non più padrone delle sue emozioni. Lo rivela nell’autobiografia “Gli All Blacks non piangono”

Ora corri più veloce che puoi fra quegli alberi senza mancare nessuno spazio”: fu in questo modo che Neville Denton insegnò al figlio del suo caro amico a essere così elastico e pronto a schivare i placcaggi. Fu così che John Kirwan diventò l’ala titolare degli All Blacks e vinse la Coppa del mondo del 1987. Aveva 23 anni, era un atleta celebre e aveva l’orgoglio dei primi della classe. Nessuno poteva sospettare che soffrisse di depressione. Che andasse nel panico senza più essere padrone delle proprie emozioni, Orlando che perde il senno. Splendido solista della fascia, si ritrovò solo anche nella vita, con un inconfessabile fardello.

Ne parla nella sua autobiografia, “Gli all blacks non piangono”. Nel rugby come nella vita l’essere unità anziché pluralità non premia. Uno non è la metà di due ma il suo contrario, come insegna Erri De Luca. E Kirwan ce lo ricorda in ogni passo del suo sofferto ricordo; non riusciva a parlare a nessuno della sua malattia. Stava male, in campo e fuori.

Le partite non si vincono da soli ma con l’aiuto di tutti l’obiettivo è più raggiungibile. “Avanzare e sostenere” non è solo il refrain di chi vive sotto i pali ma il messaggio ecumenico che diventa salvezza. Kirwan descrive con grande completezza le notti insonni e la sensazione di non-appartenenza al mondo che gli è capitato di provare. Ma parla con la stessa forza della sua rinascita, cominciata quando è riuscito ad alleggerire l’angoscia di vivere (lui, Pavese d’oltreoceano), raccontandola.

Quando da ala è diventato (metaforicamente) prima numero 8 e poi seconda linea, quando insomma si è avvicinato agli altri, alla squadra, alla famiglia riuscendo così a chiedere aiuto e farsi aiutare.  “La depressione può essere un dono se le consenti di portarti ad un più profondo livello di conoscenza interiore”, dice. Lui è riuscito ad imparare dalla sconfitta, dalla malattia. Si è prestato alla realizzazione di un film che faceva parte di un programma nazionale di aiuto alle persone nella depressione.

Ed è riuscito a dotarsi degli strumenti interiori che gli consentono, da 15 anni, di stare bene, conscio del fatto che il risultato non è mai acquisito del tutto. Occorre continuare a fare attenzione ai dettagli, crescere quotidianamente. Significa impegnarsi, fare ogni tipo di sforzo e mettersi di continuo in gioco. Solo così si diventa più forti.

A volte la vita è confusa e difficile ma ”non sarai mai perso se sai quali sono le tue priorità e se sai riconoscere il momento esatto in cui fermarti”. A volte non si riesce ad andare in meta come vorresti. Nella mischia come nella vita, “l’importante è trovare un equilibrio ed intervenire se senti di perdere il controllo”. Rugby grande metafora della vita. Parola di John Kirwan.

Gli All Blacks non piangono – Ed. Ultra, 187 pagg. Roma, 2014 €16,50

 

Andrea Martire

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