Football Usa, adrenalina e violenza

Dopo averlo amato a lungo, il nostro esperto ha deciso di voltare le spalle a una disciplina tanto spettacolare quanto brutale in cui i traumi generano commozioni cerebrali a ripetizione. Anche una promessa come Chris Borland, 24 anni, ha deciso di abbandonare

Caro direttore,

come sai per un lungo periodo ho osservato con passione il mondo della NFL. Dal 2014, però, ho cominciato ad allontanarmene, sia per l’ipocrita gestione degli scandali giudiziari che hanno investito alcuni suoi giocatori, sia per la scoperta degli studi sulle conseguenze che questa disciplina ha sulla salute psicofisica degli atleti. Concause che hanno mutato la mia sensibilità verso questo sport spettacolare, ma brutale. Nelle mie intenzioni c’era un’analisi del dibattito sul rapporto tra football e violenza. Ne è invece nata una riflessione personale che affido a te e a Sportivamentemag.

Chris Borland è nato il 26 dicembre 1990. È alto un metro e ottanta e pesa più di 110 chili, tutti di muscoli. La potenza e la velocità lo hanno reso un linebacker d’eccellenza, una promessa del football americano. Giocava nei San Francisco 49ers e nella sua unica stagione ha realizzato 108 tackle, 2 intercetti e 1 sack, oltretutto ai danni del mito Peyton Manning. Eppure, pochi giorni fa, Borland ha deciso di ritirarsi: ha riflettuto, ha consultato parenti, amici ed ex giocatori, quindi ha restituito i tre quarti dell’ingaggio da mezzo milione di dollari e ha salutato San Francisco.

Il motivo è il più semplice e diretto che esista: Chris temeva per la propria salute, in particolare per le conseguenze di tre commozioni cerebrali. La stessa NFL, infatti, ha ammesso che a causa dei frequenti traumi alla testa i giocatori di football ad alto livello sono 35 volte più propensi della media ad ammalarsi di Alzheimer e che il 30% di loro potrebbe accusare problemi al sistema nervoso nel lungo periodo.

Uno studio della Lega sui cervelli di cinquanta giocatori deceduti ha rinvenuto l’assenza di lesioni solo in due di essi. I dati della NFL e quelli di enti di ricerca pubblici e privati statunitensi concordano: dalla pratica costante e professionistica del football possono derivare varie forme patologiche, comprese la demenza, l’encefalopatia traumatica cronica (CTE) e addirittura la SLA. Un tribunale americano ha imposto alla NFL di risarcire migliaia di ex giocatori con 765 milioni di dollari, una sentenza molto contestata, ma comunque simbolica.

A preoccupare Borland – che è il quarto giocatore a ritirarsi per motivi di salute in questi mesi – è proprio il timore della CTE, a lungo conosciuta come demenza pugilistica. Si tratta infatti di una encefalopatia degenerativa che insorge in pazienti con episodi multipli di commozione cerebrale e che conduce a disturbi cognitivi e della personalità, difficoltà motorie e depressione. Oltretutto, è possibile diagnosticarla con certezza solo dopo la morte.

Senza girarci intorno, ogni settimana sui campi della NFL si riportano casi di commozioni cerebrali, l’ultimo dei quali avvenne in diretta mondiale durante il SuperBowl, quando Julian Edelman, ricevitore dei vittoriosi New England Patriots, restò in gioco nonostante un evidente stato di confusione. Gli scontri alla testa nel football americano sono costanti, ripetuti, violenti e rientrano per intero nella meccanica del gioco. Le linee cozzano tra loro al momento dello snap: gli atleti che si trovano frontalmente alla palla si lanciano gli uni contro gli altri con grande forza, subendo urti sulla testa per circa mille volte nell’arco di una stagione. Proviamo a pensare a un lineman che si ritira dopo trent’anni di attività, in gara e in allenamento, con più di ventimila colpi sul cranio.

Il football è uno sport violento, lo pretendono la dinamica dell’azione e il regolamento. Nel rugby, che pure è una disciplina di contatto, lo scopo è fermare l’avversario, – farlo arretrare, come nello scontro oplitico, – ma l’azione può essere concentrata solo sul portatore di palla: niente placcaggi sugli altri. Nel football, invece, il giocatore deve essere atterrato affinché il tentativo sia interrotto e si proceda al down successivo. Ci sono blocchi che consistono in una sportellata per liberare la strada non solo al portatore di palla, ma anche al ricevitore eleggibile in route o al difensore in blitz. Non basta fermare chi ci viene incontro: bisogna portarlo a terra per interrompere il gioco. Il football è spettacolo puro, adrenalina, però anche violenza.

E questo è stato scientemente esaltato dal marketing della NFL, che ha elevato i toni per accelerare il sorpasso del football sul baseball quale America’s sport, raggiungendo introiti da 10 miliardi di dollari e sognando quota 25 miliardi entro il prossimo decennio. La Lega ha puntato sull’immagine di uno sport rude, coraggioso, giocato ad alte quote: accettare il contatto fisico e ingaggiare l’avversario con forza bruta è segno di eroismo. Sul turf convivono il running back della beast mode Marshawn Lynch e gli occhi spiritati di J.J. Watt; l’esilità e l’eleganza di Peyton Manning e Drew Brees; la velocità di Russell Wilson e Calvin Johnson. L’atletismo portato all’esasperazione. Il contatto fisico come spettacolo. La forza bruta scaricata sugli avversari come legittimo modus operandi.

In un celebre articolo del 2009, Malcolm Gladwell del New Yorker prese ispirazione da uno scandalo riguardante un giocatore della NFL (Michael Vick) per chiedersi quanto fossero differenti la lotta tra cani e il football. Non si trattava di una provocazione, ma di una vera e propria comparazione. Il merito della grande penna di Gladwell è di riuscire a far gelare il sangue nelle vene, si sia d’accordo o meno con lui.

La Lega sta prendendo soltanto provvedimenti di second’ordine, regole che magari mutano negativamente i fondamentali del gioco, ma non contribuiscono a migliorare la sicurezza in campo. Né è sufficiente che la dirigenza della NFL si giustifichi richiamando una diminuzione del 25% nei casi di commozione cerebrale, citando la presenza di infortuni alla testa anche nel baseball oppure dichiarando che il football si adeguerà alle soluzioni che la boxe non intende adottare.

Mi fa male scrivere questo articolo, perché per anni ho seguito con ammirazione le imprese della NFL, ma il caso Borland (e altri meno noti in Italia) hanno inferto il colpo di grazia alla mia passione per questo sport. Il football americano negli USA ha un problema con la violenza, fuori e dentro il campo – si vedano le vicende di Ray Rice o Adrian Peterson. Secondo i sondaggi gli americani percepiscono queste criticità, però non abbandonano il pigskin, che anzi continua a crescere in spettatori e ricavi. «Difficilmente gli yankee rinunceranno a uno dei loro sport di conquista del territorio. – Mi hai scritto. – La Frontiera è sempre ben presente negli USA, difficile che tramonti». E, caro direttore, hai colto nel segno.

Il rapporto tra gli Stati Uniti e il football trascende la passione per l’agonismo, divenendo simbolo del Paese. Se la NFL dovesse soltanto affrontare la questione dell’etica dei propri giocatori nella vita sportiva e in quella privata, il sistema potrebbe tentare di individuare una soluzione, fosse anche nel lungo periodo. Il problema è invece nella natura stessa del football e nell’immagine che ne è stata costruita.

La meccanica del football – ripeto – è quella cui poco sopra si accennava: il cozzare degli uomini di linea, i blocchi preventivi, gli scontri in velocità, il cumulo di giocatori sul portatore di palla. Con l’andare del tempo il carattere di sport di contatto estremo è stato il perno sul quale si è incentrato il marketing della Lega nella guerra commerciale tra le Major. Ecco uno dei motivi per il quale, per certi versi, la NFL è paragonabile a uno scontro tra gladiatori o a una lotta tra cani, anche se i giocatori sono regolarmente stipendiati con milioni di dollari. Un’intera nuova narrazione è stata costruita sulla retorica di una moderna ars pugnandi. Prendiamo l’esempio della caccia al quarterback: davvero ai bambini può essere trasmesso il messaggio che il fulcro dell’attacco avversario debba essere abbattuto per far sentire “la presenza”? Il blitz verso la tasca dovrebbe servire a interrompere sul nascere l’azione, non a colpire il quarterback in quanto simbolo. Come se nelle scuole calcio si suggerisse agli allievi di individuare subito il piccolo Pirlo della situazione per metterlo fuori gioco.

Sono uscito dal percorso che mi ero tracciato, me ne sono accorto. Ma credo che un filo logico ci sia ancora. Che cos’è diventato il football della NFL? Qual è il costo socio-politico di questo mercato da miliardi di dollari? Abbiamo storie di giocatori accusati di omicidio, abuso di droghe, violenze su donne e minori. Ci sono atleti che settimanalmente si sottopongono a prove fisiche potenzialmente letali e che rischiano la demenza a cinquant’anni, uomini che vengono schierati in campo nonostante condizioni fisiche precarie in nome dello spettacolo. Ci sono problemi irrisolti di razzismo spacciati per agonismo. C’è una Lega incapace di gestire le crisi e di trasmettere messaggi positivi. Eppure gli Stati Uniti trovano nel football una proiezione delle loro basi ideali: l’unità della squadra e il trionfo del singolo; gli heroes of the day (tipo Malcom Butler nello scorso SuperBowl); la potenza muscolare; il coraggio come disprezzo del pericolo; il patriottismo.

Chiedo quindi a me prima che a chiunque altro perché continuare a seguire il football, sapendo che alcuni di quei giocatori tra dieci anni potrebbero essere straordinariamente ricchi, ma incapaci di intendere e volere.

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