Quei nostalgici della “Primavera”

Per un manipolo di pionieri la Milano-Sanremo è stata davvero Classicissima, in sella a bici d’epoca, abbigliati come un tempo, per una sfida alle intemperie e alla fatica

Photo credit: Elisa Romano

Pedalare per trecento chilometri per tornare indietro di cento anni. È la follia realizzata da un gruppo di entusiasti innamorati del ciclismo d’epoca, che la notte prima e il giorno della “Classica di Primavera” hanno pedalato da Milano a Sanremo come facevano i pionieri di questo sport un secolo fa: con le stesse bici e lo stesso buio, gli stessi maglioni di lana e le stesse intemperie. Soprattutto contrastando la fatica che sfianca. “Siamo partiti da Milano poco prima di mezzanotte per arrivare a Sanremo intorno alle 15.00″ racconta Davide Segalini, ingegnere trentenne di Cremona, due dita congelate da quando s’è inventato questi arditismi. “Eravano in sedici, con una macchina ad aprirci la strada – una Chevrolet d’epoca, ovvio – e due pulmini con un furgone a chiudere”. Un gruppo di anarchici appassionati quello di Segalini, senza nome e senza sponsor. “Ci siamo aggregati alla terza edizione della Classicissima d’Epoca che partiva da Novi Ligure e con la quale ci siamo ricongiunti sul Capo Berta”.

Tutto o quasi come una volta: “Una Maino e una Alcyon erano del 1915, le altre bici degli anni Venti, Bianchi e ancora Alcyon”. Con ruota fissa o giro-ruota; scomodi gioielli da addomesticare per quindici ore. Maglioni celeste Bianchi, ovvio. “Ma sotto avevamo maglie termiche per le basse temperature, anche se la pioggia e il freddo sono comunque entrate nelle ossa. L’ex professionista Mirko Celestino ha indossato una tuta da sub”. Una soluzione in aggiornamento con ingegno.

“La Classicissima d’Epoca quest’anno era dedicata a Girardengo, che di Milano-Sanremo ne ha vinte sette quante Merckx, se non che proprio quella di cento anni gli fu tolta”: per un’irregolarità nel percorso, si disse. “Mentre il nostro percorso ha rispettato i controlli di allora: due a firma, Ovada e Savona; Voltri a timbro, mentre a Pavia, Tortona e Finale Ligure a vista. Traguardo a premi – volante si direbbe oggi – ad Alassio. Controlli sì, ma anche riposo, ristoro, rifugio: “A Pavia siamo stati accolti da un concerto per archi; a Tortona c’erano quelli della Mitica - la ciclostorica sui colli di Serse e Fausto Coppi – a Voltri l’amministrazione comunale ha concesso uno spazio dove poterci cambiare i vestiti inzuppati. A Savona il bar Brandale ha preparato la focaccia tipica ligure e anche il bar di Celestino ad Andora ci ha trattato bene”.

La focaccia è più vicina ai panini che alle barrette, tanto per stare in tema; e anziché cercare ed eventualmente ringraziare aziende o sponsor, il gruppo si appoggia a persone che hanno la stessa passione:”Renato Bellia della Classicissima d’Epoca e Carlo Delfino, medico e cultore del ciclismo di una volta, ci hanno dato un grosso aiuto, mentre il Touring Club Italiano – nato col ciclismo – ha invece dato il suo patrocinio”.

Il momento più brutto “a Tortona, alle 3.30 del mattino, già fradici di pioggia ma ancora lontani”. Il più bello “sul Turchino, con la vecchia galleria”. Ma il brutto e il bello si mischiano, si scambiano, si confondono:”Lo sterrato di Binasco, sentire l’alba, scollinare sul mare e il brutto tempo che però ci stava bene”.

È lo spirito dei ciclo-esploratori, l’incoscienza dei pionieri del manubrio: “Il loro era un ciclismo istintivo, animalesco; attaccavano quando se la sentivano, non c’era un controllo esasperato. Niente cronometri, né radio, nessun calcolo”.

Dopo il suo personale viaggio nello spazio-tempo e prima di partire per il prossimo, Segalini ha un pensiero per Martina, la fidanzata che “pedala anche lei, ma queste cose non le fa. Qui chiude un occhio, forse due”; e magari si tappa la bocca. Verso le cinque arriva sul traguardo la Milano-Sanremo dei professionisti: aero-bici, maglie spaziali e caschi da astronauti. E dire che solo un paio d’ore prima eravamo cent’anni indietro, ed è stato piacevole.

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