Tourdefrance volume primo

L’esordio in “Giallo Francia” di Gaia Piccardi fa presumere un libro all’anno in virtù della caccia al tesoro in cui l’inviata del Corriere della Sera si è cimentata al suo primo Tour, precedendo Nibali

Spunti di riflessione, anche sul gigantismo di cui è preda ormai da anni, forse troppi, il Tour de France ne offre parecchi, soprattutto chi vi si accosta per la prima volta ne può rimanere avvinto, a volte soggiogato. Gaia Piccardi, inviata al Tour dal Corriere della Sera lo scorso anno, ha risolto il gigantismo con una bella sequenza di numeri. Se ne è fatta scudo nel primo capitolo del suo reportage in forma di libro, dal titolo Giallo Francia – quanto di meno originale si sia proposito in materia, ma lei non c’entra, meglio prendersela con l’editore o un suo emissario, l’autore del misfatto – in cui ha sciorinato come una brava scolaretta le cifre imponenti dell’evento, a partire dalla sua datazione: 101 anni che preludevano nel 2014 a 3664 chilometri di corsa in bici, 23 giorni di “festa mobile mai uguale a se stessa”.

La Piccardi, stolida, ha proseguito la filastrocca numerica come i bimbi che hanno studiato a memoria: “ventuno tappe, nove di pianura, sei di montagna, cinque arrivi in quota, una cronometro individuale”. E ancora, i protagonisti, 198, con gli immancabili enfants du pays (i francesi, 44) per poi riferire del più giovane, Danny Van Poppel (20 anni) e del più vecchio in sella, il tedesco Jens Voigt, che di anni ne ha, ben portati, 42. Guarda il caso, i due estremi anagrafici nella stessa squadra, per non influire troppo sull’età media del team.

A seguire, le cifre del business alberghiero, 1.450 letti occupati ogni notte dallo staff organizzativo e dalle squadre, cui aggiungere i turisti e i curiosi, che magari non dormono fuori casa, ma mangiano e bevono e acquistano i gadget del Tour, una moltitudine di “souvenirs”. Tutti con una punta di giallo, il giallo della Casa.

Nei capitoli che seguono Gaia inizia le sue scoperte, in primo luogo che solo i francesi, e non esclusivamente chi organizza, hanno il diritto di chiamare la loro corsa semplicemente “le Tour”. Una “denominazione d’origine controllata come lo champagne di Épernay, il camembert della Normandia, il foie gras della Linguadoca, i tartufi del Périgord, il cui profumo mi è rimasto in valigia insieme a una tonnellata di biancheria sporca”.

A quel punto, per non essere da meno, la Piccardi ha deciso di ribattezzare la corsa a modo suo: semplicemente tourdefrance, tutto attaccato. Una sola parola che vale un refolo di vento, non altro che la sensazione – impagabile – che il ciclismo in ogni angolo di mondo regala a chi lo vive transitare in un lampo, in un turbinio di colori, di clacson che non sovrastano mai il fruscio dei palmer che accarezzano la strada.

Così Gaia si è abilmente avventurata nelle sue curiosità, lasciando da parte ogni monumentalità del tourdefrance, i suoi luoghi quasi sempre comuni, ha abbandonato al loro destino (le cronache) la gran parte dei corridori e si è spinta nelle pieghe del tourdefrance festeggiando a modo suo le ricorrenze: l’ultima volta di Daniel Mangeas, per quarant’anni speaker della corsa gialla, un’istituzione, senza dimenticare le vicende di Leon Gambetta, che in Italia conoscono in pochi ma che fu politico di vaglia ai tempi di Napoleone III. Non ve le anticipiamo così come non vi roviniamo la sorpresa sull’epopea di Rintintin, cane più che umano, che c’entra persino con la Francia e il tourdefrance.

Frammenti di vicende o storie educatamente raccontate dalla Piccardi in un volume che si legge d’un fiato. Prenotatevi un paio d’ore di tempo per un viaggio che merita in tutte le sue tappe. E che avrà, ci auguriamo, un ulteriore appuntamento a fine anno, un Tourdefrance volume secondo.

 

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Giallo Francia – Un’inviata speciale sulle strade del Tour, di Gaia Piccardi. Casa editrice Polaris, collana per le vie del mondo. Pagine 174, euro 13.

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