Momenti di gloria, tutti in fila per 5

Nel secolo scorso l’atletica leggera ha proposto eventi di assoluta eccezionalità negli anni a metà delle decadi: nel ’35 il Giorno dei Giorni di Jesse Owens, nel ’65 l’impresa di Clarke al Bislett, nell’85 il giro in apnea della Koch, nel ’95 il doppio magico salto di Edwards

Se finisce per 5, come questo, l’anno è destinato a essere degnamente celebrato, nella logica che si riserva ai migliori bordeaux o barolo. Dalla cantina abbiamo tirato fuori qualche … bottiglia da delibare con attenzione.

 

1935 – Il giorno di Owens

Il Giorno dei Giorni cadde il 25 maggio e la parola spetta a un gentile fantasma: “Provi Bolt a fare quello che ho fatto io, sei record del mondo in quarantacinque minuti”, dice dall’aldilà James Cleveland Owens, conosciuto come Jesse. Ma senza vetriolo: lui era un bravo giovane, un brav’uomo e non arrivò a essere un buon vecchio: il cancro se lo porto via prima di compiere 67 anni. Occhi dolci e un incisivo spezzato. Il fantasma racconta: “So che sulle mie condizioni fisiche esistono due versioni. La prima: una settimana prima mi ero fatto male alla schiena cadendo dalle scale. La seconda: avevo giocato una partitina di football tra amici e mi ero infortunato. Sono passati molti anni e anch’io ho ricordi confusi. Di una cosa sono certo: facevo fatica a muovermi e Larry Snyder, il mio allenatore, mi disse: Jesse, forse è meglio lasciar perdere. Solo che non me la sentivo di privare la Ohio State del mio aiuto e così andammo”. Andarono ad Ann Arbor, Michigan, Ferry Field – sullo sfondo uno di quei serbatoi dell’acqua che si vedono nei film western – che quell’anno ospitava le finali delle Big Ten, lo scontro tra le dieci maggiori università del Centro e dell’Est degli Usa: i britannici si accontentano di Oxford-Cambridge, gli americani fanno le cose in grande. Sabato 24, prove di qualificazione. “Jesse, vacci piano”. E Jesse va piano, il giusto per tornare in pista il giorno dopo e portare una buona dote a chi l’ha gratificato con una borsa di studio.

“L’indomani mi sveglio con la schiena quasi bloccata. Ehi, dico a un amico, dammi una mano per mettermi la tuta. Poi, al campo. Prima gara, le 100 yards: scavo le buchette e provo a mettermi in posizione di partenza. Accidenti, penso: allo sparo rischio di rimanere qui come un baccalà. E invece quando lo starter spara, vado via come al solito, rilassato, fluido”. Felino, si diceva di lui. Jesse non lo sa ma su di lui sta scendendo la grazia, amazing grace, come in un antico inno. All’arrivo due cronometri dicono 9”4, uno 9”3. Gli danno 9”4, come il sudafricano Danis Joubert nel ’33, come Owens in tre altre occasioni che non produssero la documentazione necessaria per richiedere l’omologazione del record.

“Larry mi grida: come va? Bene, dico io, dolore sparito. E vado verso la pedana del lungo. Mentre vado, penso: tra meno di mezz’ora devo correre le 220 yards, qui ci sono venti concorrenti, la gara andrà avanti due ore. Ok, un salto e via”. E prima di prepararsi si concede un vezzo, un azzardo: va verso la buca e piazza un pezzetto di carta, fissato da un sassolino, a 7,98, il record mondiale del giapponese Chuhei Nambu.”Quando atterrai nella sabbia, capii di esser andato lungo: il foglietto lo avevo alle spalle e i compagni gridavano: ehi, uomo, l’hai fatta grossa”.

Jesse, 8,13, il primo uomo oltre il muro degli 8 metri. Il record avrebbe tenuto per 25 anni, due mesi e 18 giorni, sino all’8,21 di Ralph Boston, firmato poco prima delle Olimpiadi di Roma. Jesse è a metà dell’opera: alle 15,45 va alla partenza delle 220 yards, 201 metri e 17, da correre senza curva, su un rettilineo che non finisce mai: tempo di sapore moderno, 20”3 e record (ritoccato di tre decimi: era di Ralph Metcalfe) che vale sia sulla distanza imperiale che su quella metrica. Bis un quarto d’ora dopo: stesso terreno, stessa distanza, ma questa inframmezzata da dieci ostacoli: 22”6 e questa volta il progresso è di quattro decimi. Il Giorno dei Giorni finisce nell’entusiasmo dei 10.000 del Ferry Field. Di lì a quindici mesi, all’Olympiastadion di Berlino, Owens avrebbe concesso la Settimana delle Settimane. Heil Jesse, un dittatore da amare.

 

1965 – Clarke violenta i diecimila

Non fu una gara, fu una regata in solitario, una demolizione, e il pubblico del Bislett di Oslo, gente di palato fino, apprezzò quel capolavoro di ritmo, quella presa della Bastiglia: era il 14 luglio e il muro dei 28’venne spazzato da Ron Clarke: 36” secondi di progresso, 35” su quello ufficioso che un mese prima aveva firmato a Turku, la città di Paavo Nurmi.

Meglio andare per ordine: Clarke, che spesso correva con una maglietta che portava stampato un boomerang, si era impadronito del record del mondo dei 10000 alla fine del ’63, in un meeting intitolato a Emil Zatopek, sulla pista dell’Olympic Park di Melbourne, sua città natale. Naturalmente, un recital in magnifica solitudine: 28’15”6 lui (contro i 28’18”2 del sovietico Piotr Bolotnikov), 31’28” tale Robert Ward, secondo a tre giri. Di passaggio cadde ovviamente anche il limite sulle 6 miglia. La delusione provata a Tokyo (settimo nei 5000 e terzo nei 10000, dominati a sorpresa dagli americani Bob Schul e Billy Mills) non lo fece cadere in depressione e imboccò il 1965 con tre record mondiali dei 5000 distribuendoli tra Tasmania, Nuova Zelanda e California. Si diresse verso il nord Europa e a Turku corse in 28’14” ma il permesso di partecipare al meeting finlandese non era arrivato in tempo. Altri tempi, con regole più severe.

Un mese dopo, al Bislett, la sua fuga verso il futuro: 27’39”4 (e 26’47”2 alle 6 miglia) con quasi due tornate sul britannico James Hogan. Sarebbero passati sette anni perché Lasse Viren, in un altro contesto agonistico (la finale olimpica a Monaco di Baviera), ritoccasse di un secondo quello che era stato stimato un sacrario inviolabile. Ventitre record mondiali, una medaglietta di bronzo, una drammatica foto (una maschera ad ossigeno sul suo volto) scattata nell’altura messicana: a chi gli domandò se riteneva che il suo bilancio fosse in passivo, Ron rispose: “Non hai che una strada da percorrere ed è inutile voltarsi e recriminare per quello che non hai fatto”.

 

1985 – Il giro di pista della Koch

Canberra, 4 ottobre, prima giornata di Coppa del Mondo, clima stupendo: il sole scotta, all’ombra ci vuole un golf. Marlies Goher, detta Signora Alte Frequenze, osserva che pare di gareggiare in altitudine. Canberra è 600 metri su livello del mare ma l’aria è vergine. La 4×400 della Ddr vince in 3’19”49 e Marita Koch dà l’idea di correre molto forte l’ultima frazione. “A occhio,48”, dice un vecchio amico. Era 47”9. Nulla di cui stupirsi: l’anno prima, a Erfurt, record mondiale portato a 3’15”92, Marita era stata anche più veloce: 47”8.

6 ottobre, le 14,11, ora zero. Colpo di pistola per i 400 donne: Marita Koch va via rapida, con quella sua corsa che è un prodigio di tecnica. Wolfgang Maier, allenatore e più tardi marito, sostiene di averle preso 10”9 ai 100. Può darsi: lei era capace di accensioni così rapide da permetterle di bruciare i tempi anche sui 60. Olga Vladykina prova a starle dietro ma ai 200, passati in 22”4, l’ambizione salta per aria. Meglio sfruttare la scia tracciata e lasciata dalla ragazza nata sul Baltico.

Quando Marita transita ai 300, il tabelloncino cubico piazzato in curva sta lasciando i 33”per transitare sui 34”ed è allora che la signorina Koch perde un po’ le gambe, remiga, accusa, chiude come può, come può lei: 47”60. Il record mondiale di Jarmila Kratochvilova, 47”99 per conquistare il titolo mondiale, è spazzato nel tentativo – riuscito – di riappropriazione della corona, nell’imposizione del settimo sigillo: Marita aveva trovato posto per la prima volta nell’albo nel ’78, con il 49”19 che in cinque successive tappe aveva portato a 48”16: erano gli Europei di Atene, quando aveva affibbiato sette decimi alla possente boema.

Chi assiste alla storia, difficilmente la coglie in tutta la sua portata. E’ necessario che i sedimenti del tempo si accumulino per capire sino in fondo, apprezzare, compiacersi di tanta fortuna. In quello stadio assediato dagli eucalipti, dove verso sera possono esser uditi gli sghignazzi dei kokaburra, non scatta nessuna isteria: Marita offre un sorriso gentile, sventola un braccio, dice di esser molto felice di quel che ha fatto e non ha nessun rammarico per quel che ha lasciato sull’ultimo rettilineo. E’ molto felice anche Olga Vladykina, seconda in 48”27, terza di tutti i tempi in quel momento, quarta oggi. In questi (quasi) trent’anni solo Marie José Perec ha scavalcato l’ucraina conquistando l’oro ad Atlanta.

Diciotto anni dopo, ancora a Canberra, per i Mondiali di rugby. Tornare al Bruce Stadium sarà un pellegrinaggio all’insegna della commozione, ma le lacrime non arrivano, non possono arrivare. “Dov’è finita la pista?”. “Quale pista?”.”Quella dell’85, del record del mondo di Marita Koch”. “Qui giocano a rugby a XV e a XIII. L’atletica si fa altrove”. Sembra un libro di Kafka o un film di Hitchcock, ma non è necessario essere Sherlock Holmes per scovare indizi e produrre prove: dove finisce il prato c’è una piccola intercapedine e là sotto si intravvede un pezzo di gomma. Impossibile estirparne un pezzetto e spedirlo, per pacchetto postale, a Rostock, residenza di Marita, avviata ai trent’anni di regno.

 

1995 – Doppio Edwards nel triplo

All’Ullevi di Goteborg, Jonathan Edwards fornì due momenti puri, tersi, in un pomeriggio assolato e perfetto: era il 7 agosto e il Mondiale svedese toccò il suo punto più alto e più lungo quando la sua velocità, la sua tecnica radente, la sua fede (poi perduta) lo portarono a rimbalzare prima a 18,16, un turno dopo a 18,29, per una doppia parentesi di perfezione, di distribuzione nei rimbalzi: la scomposizione dice 6,12, 5,19 e 6,85 per il primo record; 6,05, 5,22 e 7,02 per il secondo.

Jonathan ha vissuto e vive quel che, con uno slogan sbrigativo, può esser definita un’esistenza da Slam, nel senso che molto ha inseguito e tutto ha raggiunto: figlio di un pastore della Chiesa Bassa, aveva una fede incrollabile che lo consigliava di non gareggiare di domenica, il giorno del Signore, e nel tempo ha abbandonato questa dimensione per assumere convinzioni che lui stesso ha definito darwiniane, in forza anche di studi di biologia e genetica sostenuti in gioventù: ha deciso di prestare la sua presenza e la sua mente agile alla Bbc e mai lo ha fatto da seconda voce o da inamidato commentatore tecnico preferendo frequentare boccaporti e dopo-gara per interviste vivaci, non sempre legate al suo sport di provenienza, e imboccando la via di programmi culturali, come una serie di documentari sulle cattedrali gotiche francesi; è stato uno dei non moltissimi atleti britannici a completare il percorso netto Europei-Mondiali-Olimpiadi-Giochi del Commonwealth; sospinto da un vento oltre la norma, è stato capace di raggiungere uno stordente 18,43 (e 18,39, entrambi con vento a favore a 2,4) e mai come quel giorno quella regola che sopprimeva un paio di capolavori è sembrata draconiana, iconoclasta: è stato una delle glorie che, rimboccate le maniche, hanno portato avanti e partecipato alla costruzione di Londra 2012. Dopo quasi vent’anni, nessuno come lui.

di Giorgio Cimbrico

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