Con Anguilla nessuno sgusciava via

A quasi 72 anni è mancato Angelo Anquilletti, terzino a 18 carati nel Milan degli anni a cavallo fra i ’60 e i ’70. Un difensore di poche parole e di molti fatti, arcigno come pochi ma di grande lealtà

 

Se n’è andato uno di poche parole, che ha giocato ad alto livello  sino a 38 anni (ultime due stagioni nel Monza, in serie B) – dopo lunga militanza – allora si diceva così – nel Milan a cavallo degli anni Sessanta e i Settanta, undici stagioni di grandi soddisfazioni in rossonero. Del Milan interpretava l’anima più genuina, forte di un dialetto meneghino disinvolto, “arieggiato” (“arioeus”, dicono i puristi), caratteristico di chi è nato e dimora fuori porta, rispetto alla città madre.

Gente semplice gli Anquilletti, più di tutti Angelo, che a pallone ci sapeva fare, mordeva gli stinchi agli avversari, era nato per fare il numero 2 quando le maglie avevano un senso, parlavano una lingua universale. Anche lo speaker di San Siro, innamorato di frasi pubblicitarie che scandiva come poesie – “due le squadre in campo una sola la grappa, grappa piave landi frère” – si soffermava sul cognome che quasi frazionava, quasi sillabandolo. Per i tifosi era sempre e solo “Anguilla” e non perché fosse sgusciante, solo perché nessuno poteva sgusciargli via. Mai un fallo inutile, insomma, di frustrazione, quelli toccano a chi ha classe da vendere, ma ogni tanto va via di testa.

Capelli neri corti, la riga da una parte e l’espressione accigliata: uno così poteva fare solo il terzino destro, il numero 2, il ruolo meno evidente del calcio di allora. Ruolo operaio, ma – per capirci – di elevata specializzazione. Anquilletti era questo, un ottimo artigiano del pallone.

Marcatore arcigno, in azzurro stava regolarmente in panchina perché titolare giocava uno come Burgnich, arcigno quanto lui e altrettanto avaro di parole. Nessuno azzardava l’intervista con “Anguilla” e “Tarci”, poteva risolversi in una sequenza di “sì”, “no”, “non so”, “forse”. Senza lo stop caratteristico dei telegrammi.

Lo scoprì, valorizzandolo, la Solbiatese che lo ebbe per tre stagioni in Serie D. Nel 1964 l’Atalanta lo fa debuttare in A. Due campionati e a 23 anni se lo aggiudica il Milan. In undici stagioni in rossonera Anquilletti, sempre titolare, gioca una valanga di partite (418) che gli valgono nove trofei: la Coppa dei Campioni 1969, l’Intercontinentale, due Coppa delle Coppe  uno scudetto, quattro Coppe Italia. In nazionale è vincitore dell’Europeo 1968, senza essere mia sceso in campo.

È uscito dal calcio in punta di piedi e per ben undici anni non ha più messo piede in uno stadio. Cercava un futuro che prescindesse dal suo passato, ma non ha avuto la fortuna di suggerimenti utili per investire saggiamente i pochi risparmi di un mestiere che, allora, fabbricava pochi milionari (in euro). Il suo dopo-carriera è stato difficile, con varie attività mai decollate, spesso naufragate: uno studio di odontoiatria, il commercio del ferro e un autolavaggio a Città Studi. Spesso diceva che non pochi l’avevano illuso. Succede alle anime semplici.
Gianni Poli

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