La blatterizzazione del calcio

L’assegnazione dei Mondiali 2018 e 2022 a Russia e Qatar ha subito sollevato dubbi e critiche di associazioni, giornalisti e osservatori che hanno rilevato gravi ed evidenti casi di corruzione. Ma l’indagine interna alla FIFA ha mandato assolti tutti gli imputati

L’assegnazione da parte della FIFA dei Mondiali 2018 e 2022 rispettivamente a Russia e Qatar ha sollevato da subito dubbi e critiche di associazioni, giornalisti e osservatori, che hanno denunciato come le due gare siano state caratterizzate da gravi ed evidenti casi di corruzione.

La FIFA ha deciso quindi di avviare un’indagine interna, affidandola al comitato etico presieduto dal tedesco Hans-Joachim Eckert e pubblicando il 12 novembre scorso un riassunto dei risultati: Russia e Qatar sono scagionati da ogni accusa. Tuttavia, l’autore del rapporto, l’avvocato statunitense Michael Garcia, ha contestato sia le conclusioni del comitato etico, sia la sintesi per l’opinione pubblica, «caratterizzata da omissioni e basata su dati erronei». 

L’argomento non ha avuto grande eco in Italia, ma nel Nord Europa e negli USA la polemica ha raggiunto toni piuttosto accesi, al punto che, secondo la BBC, Sajid Javid, ministro britannico per lo Sport, avrebbe invitato Joseph Blatter a pubblicare l’intera indagine di Garcia.

Per quanto la FIFA possa affermare che le assegnazioni dei Mondiali 2018 e 2022 siano state «ponderate, solide e professionali», la squadra che ha lavorato all’inchiesta del comitato etico ha incontrato notevoli difficoltà materiali, tra le quali la distruzione – più o meno accidentale – dei computer della delegazione russa. Oltre a Javid, nel Regno Unito le reazioni alla vicenda sono giunte anche dal Parlamento e dalla stampa – che già nel 2010 parlò di tangenti per l’assegnazione dei Mondiali.

Bisogna specificare, comunque, che nonostante la tragica situazione dei lavoratori in Qatar (più di 400 morti per la costruzione di stadi e infrastrutture), l’attenzione in queste settimane è rivolta in modo prioritario – per ovvi motivi – all’affaire FIFA-Russia.

Dalla fine dell’estate, infatti, Washington, Londra e Berlino stanno accusando Blatter per la sua falsa neutralità nella crisi ucraina: prescindendo dalla necessità di un qualche tipo di provvedimento, secondo i detrattori del blocco occidentale l’inazione del Presidente sarebbe in realtà un’evidente agevolazione della politica russa, in modo analogo alla tiepida reazione sulle violazioni dei diritti umani in Qatar.

Per esempio, recentemente la FIFA ha mostrato un video promozionale per i Mondiali 2018 nel quale la Crimea era considerata a tutti gli effetti territorio russo: una leggerezza – imperdonabile nell’epoca dell’informazione – che in molti hanno interpretato come una presa di posizione. Oltretutto, è ancora all’ordine del giorno la diatriba tra la Russia e la UEFA: Mosca ha accettato l’ingresso delle squadre della Crimea nel proprio sistema calcistico, ma da Nyon è stato chiaramente specificato che il provvedimento e le sue conseguenze (statistiche e vittorie) non saranno riconosciuti ufficialmente.

La crisi geopolitica alle soglie del Vecchio Continente sta senz’altro incidendo sulle reazioni di molti esponenti del calcio e della politica sia in Europa, sia negli USA (dove Blatter è considerato da qualche parte sull’asse del male), tanto che addirittura in Germania la mancata pubblicazione integrale del dossier Garcia è stata definita un atto talmente grave da mettere in dubbio i rapporti tra UEFA e FIFA. Come ha detto Greg Dyke, Presidente esecutivo della Federazione calcistica inglese: «Sono anni che la FIFA non è più un’organizzazione onesta».

Il contenzioso tra il comitato etico guidato da Eckart e l’avvocato Garcia finirà di fronte all’organo di vigilanza. Comunque vada, però, è difficile che si decida nel breve termine di rendere noto l’intero rapporto sulle procedure di assegnazione dei Mondiali 2018 e 2022, così come è assai improbabile che la sentenza sulla correttezza delle scelte di Russia e Qatar sia messa in dubbio. In sostanza, tutti hanno la consapevolezza che nella FIFA siano girate tangenti in denaro e in natura; tutti ammettono che Garcia abbia incontrato gravi impedimenti alla propria opera d’indagine; tutti sanno che gli equilibri politici contino più di quelli sportivi; nessuno ha davvero intenzione di cambiare il sistema.

Se da un lato la FIFA tenta di cavalcare l’onda dei nuovi assetti delle relazioni internazionali, dall’altro lato la politica blatteriana di inondare di dollari molti Paesi emergenti o in crisi, favorendo programmi sociali e sportivi talvolta opachi, ha creato una rete clientelare basata sul reciproco scambio di favori e sui legami personalistici. Certo, quando si parla della FIFA bisogna sempre ricordare che, formalmente, ci si riferisce a un’organizzazione no profit subordinata al solo diritto svizzero, ossia alla legislazione di uno Stato che storicamente ha consentito un ampio margine di manovra – cioè ha garantito una specifica protezione – a realtà dai dubbi affari. Il tutto, ovviamente, al netto degli interessi degli sponsor, che sostengono e contribuiscono a formare le linee programmatiche – ma a riguardo si potrebbe aprire anche il capitolo del contratto di Antonio Conte, quindi meglio restare sul tema.

La legittimazione della FIFA a operare for the good of the game è quindi sempre più scarsa, tra corruzione, ruberie, gestione padronale, tutela delle violazioni dei diritti umani, ambiguità nelle contese politiche. Tuttavia potrebbe essere interessante analizzare una soluzione, magari ispirandosi al mondo delle relazioni internazionali e a una delle sue teorie più dibattute, quella dei regimi internazionali. Senza addentrarci nell’argomento, basti sapere che un regime internazionale è «un insieme di princìpi, norme, regole, procedure decisionali attorno al quale convergono le aspirazioni degli attori in una data area tematica» (S.D. Krasner).

In sostanza, un regime deriva dalla necessità di coordinare l’azione – che può tramutarsi o meno in un’iniziativa di diritto (Istituzioni internazionali, trattati, protocolli) – nei confronti di un particolare problema.

Un esempio di questa teoria nello sport c’è già, la WADA, l’agenzia mondiale antidoping, una fondazione indipendente a carattere misto pubblico-privato che unisce oltre 150 Stati, agisce sulla base di regole precise e garantisce un comune sforzo a livello internazionale nella lotta all’uso di sostanze e pratiche vietate. La WADA (che pure non è da santificarsi) ha ampi poteri di investigazione e sanzione che le sono stati conferiti dai singoli Paesi tramite una convenzione internazionale, la Dichiarazione di Losanna del 1999, grazie alla quale l’agenzia ha assunto un carattere autonomo e sovranazionale.

Ecco perché viene da chiedersi: e se si riflettesse sulla creazione di un’organizzazione analoga per favorire il contrasto della corruzione e la promozione di una governance democratica anche a livello sportivo? Non è possibile che un soggetto come la FIFA (ma tutti hanno avuto i propri scandali, anche il CIO) allo stesso tempo percepisca un’irregolarità, avvii delle indagini dimostrando la fondatezza delle accuse e poi neghi ogni sospetto, alterando i risultati delle proprie stesse investigazioni – nonostante da tali procedure illegali siano derivate situazioni di gravi violazioni dei diritti umani, come in Qatar.

Dovrebbe esserci un argine contro la blatterizzazione della gestione sportiva, con posizioni di potere occupate per anni e anni per mezzo di compravendite di voti e rapporti personalistici. Errare è umano, perseverare è diabolico, ma elevare a sistema la perseveranza nell’errore delegittima seriamente anche quanto di positivo la FIFA ha realizzato, perché lodevoli iniziative quali la lotta al razzismo o i progetti educativi in Africa appariranno sempre più all’opinione pubblica mondiale come l’ipocrita lato visibile di una moneta di scambio.

Leggi anche:

Storie che ci piacciono
Il rientro alle corse ha fregato Armstrong
Moleskine Ten (part B)
www.pdf24.org    Invia l'articolo in formato PDF   
Commenta: