Nazioni Unite e CIO: solo formalità

L’Assemblea generale Onu riconosce ufficialmente lo IOC come partner, adotta i valori della Carta olimpica e sollecita la “maggiore separazione dello sport dalla politica” ma i Giochi di Sochi proposti come “un esempio di pacificazione” sono un inutile equilibrismo, anzi un abominio

A ottobre l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato all’unanimità la risoluzione 69/6, Lo sport come strumento per promuovere educazione, salute, sviluppo e pace, che il presidente del CIO Thomas Bach ha definito «una storica pietra miliare nelle relazioni tra sport e politica». Nello specifico, il documento prende le mosse dalla consapevolezza del ruolo dello sport nell’affermazione dei concetti di pace e sviluppo umano, riconoscendo al Comitato olimpico internazionale un’importanza primaria per il raggiungimento degli obiettivi basilari delle stesse Nazioni Unite.

Attraverso la risoluzione l’Assemblea generale ha richiamato alcuni capisaldi dello sport internazionale, tra i quali il principio 6 della Carta olimpica (che condanna ogni forma di discriminazione) e la necessità per organizzazioni e atleti di mantenere «indipendenza e autonomia» dalla politica. La collaborazione tra ONU e CIO è stata pertanto di fatto formalizzata come un rapporto alla pari che dovrebbe, secondo il presidente Bach, «servire da esempio per le relazioni a livello nazionale tra il Comitato olimpico e i Governi», a fronte di una insindacabile neutralità.

Citando i passi centrali della risoluzione sembra che non emerga niente di così strabiliante. Certo, la novità è che l’Assemblea generale ha riconosciuto ufficialmente il CIO come partner, adottando i valori della Carta olimpica e sollecitando una sempre maggiore separazione dello sport dalla politica. Tuttavia, oltre a ciò l’atto potrebbe rientrare nella pletora di buone intenzioni che di volta in volta l’ONU approva all’unanimità per rilassare gli animi tra una tensione e l’altra.

Proviamo però una breve riflessione critica, perché anche la stesura dei documenti all’apparenza più tranquilli è sempre frutto di lunghe e articolate mediazioni. Incrociando alcune parti, infatti, emergono affermazioni dalle profonde conseguenze politiche, soprattutto tra le premesse. Alla fine della parte introduttiva si dichiara per esempio che «i maggiori eventi sportivi dovrebbero essere organizzati con spirito di pace, comprensione reciproca, amicizia, […] con l’inammissibilità di qualsiasi tipo di discriminazione, e [che la] la natura unificante e conciliante di tali eventi dovrebbe essere rispettata e riconosciuta sulla base del fondamentale principio 6 della Carta olimpica». In sostanza, traducendo dal linguaggio diplomatico, l’implicita condanna dei boicottaggi.

Teoricamente il messaggio non è contestabile, ma politicamente la posizione dell’Assemblea è un macigno, soprattutto se letta alla luce di quanto sostenuto in altri punti della risoluzione – e resta da capire se si tratti di spirito universalistico o di pratiche metalinguistiche. In questo senso, posta la premessa di poco sopra, nel dispositivo 5 si incoraggiano gli organizzatori di grandi manifestazioni «a usar[le] e far[vi] leva per promuovere e supportare lo sport per iniziative di pace e sviluppo, per costruire nuove partnership, per coordinare strategie, politiche e programmi comuni e per aumentare coesione e sinergie, elevando la consapevolezza a livello locale, nazionale, regionale e globale». Così, di fatto, non si dice niente: qual è il limite tra cooperazione sportiva e logistico-finanziaria? Sarebbe possibile svolgere dei “Giochi dei BRICS”, richiamando un modello economico dello sport diverso da quello occidentale, oppure affiancare al dibattito sul Trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti tra USA e UE una “Olimpiade del libero scambio”?

È vero che nelle intenzioni della risoluzione c’è il richiamo al multilateralismo, ma in un momento in cui lo sport è sempre più dipendente dalla finanza e le relazioni internazionali tendono a puntare su investimenti diretti e accordi tra partner limitati (con ottica regionalizzante) si rischia di scorgere una legittimazione del particolare, e non del generale, come invece era nei propositi formali della risoluzione.

Comunque, se il passaggio poco sopra citato appare innocuo alla prima lettura, conviene tornare all’inizio, dove si parla delle: «[…] opportunità offerte dalla XXII Olimpiade invernale e dalla XI Paralimpiade invernale, tenutesi a Sochi, in Russia, per l’educazione, la comprensione, la pace, l’armonia e la tolleranza tra popoli e civiltà […]». Questo è un esempio dello stallo nel quale si trova l’ONU a causa della sua struttura ormai antistorica. In poche parole, l’invito a diffondere la pace tramite lo sport e l’implicita dissuasione all’impiego dei boicottaggi sono pariteticamente affiancate alla proposizione dei Giochi di Sochi quale esempio di grande manifestazione di pace. Mesi di dibattiti, analisi e rapporti sui lati oscuri delle Olimpiadi di Putin dimenticati. Chi conosce l’ONU sa che Sochi non poteva essere tralasciata in una risoluzione del genere, per tutti i motivi politici e geopolitici che vengono in mente.

E questo è lo stato dell’arte del Palazzo di Vetro: in nome dell’universalismo realista, le speculazioni finanziarie e le violazioni dei diritti umani dei Giochi di Sochi sono esempio di pace. Ora, dato che su altri documenti “innocui” e apparentemente inoppugnabili l’Assemblea si è spaccata, sorge il dubbio che, forse, questa risoluzione sullo sport sia stata solo una pratica da sbrigare. L’impossibilità di opporsi all’idea dello sport come motore di sviluppo è sfociata nel volto buono del realismo: non si può negare che il sole sia caldo, però si sorvola sul fatto che i suoi raggi colpiscano la superficie terrestre con inclinazioni diverse. Sic transit gloria mundi.

Nel documento traspare indirettamente più volte la preliminare cautela – voluta da Bach – nel ribadire che il CIO, per quanto propenso a ricercare una collaborazione alla pari con i Governi, non possa in alcun modo sanzionare loro eventuali comportamenti scorretti. Inoltre, l’ONU investe il Comitato della responsabilità di vigilare sul retto svolgimento dei grandi eventi sportivi. Tuttavia, non si cita in alcun modo – e nemmeno poteva essere fatto – l’inopportunità di affidare a un singolo Paese l’organizzazione di una decina di manifestazioni internazionali di primo piano nell’arco di quattro o cinque anni (Brasile, Russia, Turchia…), occasioni per manifestare la potenza economica, logistica e sportiva di uno Stato.

Allo stesso modo si sorvola sulla presenza al vertice dei Comitati olimpici nazionali di politici di professione, sovrani o loro parenti, pratica diffusa in tutto il mondo. E in questo caso la posizione del CIO non appare per niente limpida, al di là dei pronunciamenti sull’indipendenza delle singole Federazioni.

Con toni poco analitici verrebbe da chiedere alle Nazioni Unite di che cosa si stia parlando, in particolare perché la storia ci insegna a diffidare delle risoluzioni approvate all’unanimità, in quanto o frutto di compromessi estenuanti, o prive di contenuto, oppure semplicemente ritenute un passaggio obbligato – forse il caso in questione.

Includere i princìpi della Carta olimpica tra quelli dell’ONU e riconoscere il CIO come interlocutore alla pari sono atti importanti. Esaltare nelle premesse il modello Sochi – ossia Giochi realizzati in aperta violazione dei diritti umani – pone seri interrogativi su questa joint venture, confermando come il Palazzo di Vetro sia ormai tenuto in piedi con il nastro adesivo. È innegabile che vi sia accordo sul fatto che lo sport debba essere autonomo dalla politica. Allo stesso modo, però, bisogna essere consapevoli che esso non lo sarà mai, perché se da un lato ha al proprio interno un’inscindibile connotazione simbolica – altrimenti gli atleti gareggerebbero per conto proprio, – dall’altro lato l’aspetto economico-logistico lo rende necessariamente dipendente dalla politica, che non è solo appannaggio dello Stato o dei partiti.

La sensazione è che la risoluzione segua la sorte di molti altri documenti potenzialmente lodevoli: prodotti diplomatici artatamente generici, che mascherano con l’unanimismo buonista la legittimazione per i grandi attori a piegare i valori della comunità internazionale secondo necessità e contesto.

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