Giovanni Malagò non è Robin Hood

In Italia lo sport preminente, perlomeno negli ultimi trent’anni, è il calcio che coinvolge ogni domenica, a vario titolo, milioni di persone. E per questo tende a fagocitare, soprattutto a livello mediatico, tutto il resto dello sport italiano, marginalizzandolo. Un fenomeno, il calcio, che sino a pochi giorni fa, appariva come un Moloch contro il quale si scontavano senza possibilità di successo le oltre 70 discipline che in Italia rivendicano legittimamente la considerazione che meritano, perché calamitano l’interesse e la passione dei molti protagonisti (atleti, tecnici, società, pubblico di riferimento) che ne sono la linfa vitale.

Correttamente queste discipline – in primis il nuoto, l’atletica, il basket, il volley, il ciclismo, per richiamare le più “popolose” – reclamano da sempre attenzione e spazi adeguati, rispetto e considerazione (anche economica) per portare avanti la loro opera di proselitismo, oltre a valorizzare la loro dimensione agonistica.

Come ben sapete troppo spesso ci si ricorda di questi sport, per alcuni di “secondo livello”, se non “minori”, soltanto in occasione dei grandi appuntamenti quadriennali, quando l’Olimpiade li pone sotto i riflettori. Qui i conti visibilmente non tornano perché a fronte delle molte medaglie – di cui il Coni è ben fiero – nella storia a cinque cerchi spicca un unico titolo olimpico colto dal calcio: risale ai Giochi del 1936 a Berlino quando la nazionale di Vittorio Pozzo non ebbe rivali e vinse per 2-1 la finale contro gli austriaci.

Nella noncuranza collettiva – quasi un’ideologia condivisa – sino a pochi giorni fa, quando sono stati resi noti gli stanziamenti governativi a favore dello sport per il 2015, tutto appariva normale, anche l’enorme divario tra i contributi destinati al calcio e quelli riservati agli altri sport inquadrati in ambito Coni. I dati parlano da soli: dei  milioni di euro del fondo governativo (129 quest’anno) quasi il 50% (62 milioni) era finito negli ultimi anni alla Federcalcio. Una federazione da sola valeva quanto le altre 69. Un gigante senza nemmeno Golia a fronteggiarlo.

Il 28 ottobre scorso la svolta, probabilmente epocale: il CONI ufficializza la ripartizione dei contributi statali alle varie federazioni e la Federcalcio ne esce ampiamente ridimensionata: il calcio infatti passa da 62.541 milioni di euro a 37.533 con un taglio di 25 milioni. Come a dire il 40% in meno (39.99% per essere precisi) rispetto agli anni precedenti.

La polemica è istantanea. Com’è possibile, chi si permette l’affronto? Il neopresidente della Federcalcio, Carlo Tavecchio – molto chiacchierato (e chiacchierone a sproposito) – minaccia immediatamente rappresaglie, si spinge sino a ventilare l’uscita dal Coni (a prendere aria, aggiungiamo noi), sostiene che le procedure in atto “umiliano i rapporti”.

Un passo indietro. Chi ha buona memoria ricorda che il presidente del Coni, Giovanni Malagò, nel suo programma elettorale a inizio 2013 aveva ben chiaro il ridimensionamento del peso politico-economico della Federcalcio. Certo, delle “sorelle” era quella con il maggior numero di tesserati, con il seguito più ampio, ma non poteva valere, lei sola, quanto tutte le altre. Tanto che Malagò nel suo programma aveva chiarito che in caso di sua elezione la Federcalcio sarebbe stata estromessa dalla Giunta del Coni, l’organo collegiale di governo. Così poi non è stato – lo schiaffo sarebbe stato insopportabile – ma i segnali, a favore di un riequilibrio, c’erano tutti.

Non a caso, alle rimostranze di Tavecchio, alle minacce di uscita dal Coni, Giovanni Malagò ha alzato spallucce: ” A grandi linee, il calcio prende 6 volte e mezzo quello che spetta alla seconda federazione”. Dov’è, insomma, il problema?

La puntata successiva è del 10 novembre quando dopo faticosi parlamentari ed estenuanti trattative si arriva a una mediazione: il taglio alla Fedecalcio si riduce, dagli iniziali 25 milioni di euro in meno si passa a 18. Una bella sforbiciata comunque, con cui il presidente Malagò, che non risiede a Sherwood e non è Robin Hood, zittisce per l’ultima volta Tavecchio. Non ci sono margini per ulteriori trattative.

di Lorenzo Freschi

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