I terzi incomodi del calcio

Parliamo del TPO, il “third party ownership”, vale a dire il “possesso dei cartellini dei giocatori da parte di soggetti terzi rispetto alle società”. Una pratica largamente diffusa che Platini vorrebbe stroncare, con il placet di Joseph Blatter, entro i prossimi 3/4 anni

Durante la campagna del 2011 per la presidenza della FIFA Joseph Blatter annunciò che, in caso di vittoria, non si sarebbe ricandidato al congresso successivo. Niente di meno vero: Blatter correrà nel 2015 per il quinto mandato consecutivo, ma l’ampio consenso di cui il Presidente sembra godere è naturalmente figlio di concessioni e accomodamenti di varia natura, a cominciare dai Mondiali in Russia e in Qatar, soprattutto quelli in Qatar.

Non è un caso, quindi, che come nel 2011 la corsa elettorale di Blatter possa essere senza rivali. Non lo sarà in particolare perché Michel Platini ha preferito restare alla guida della UEFA, per condurre le battaglie che gli consentano di accreditarsi per un eventuale ruolo da dirigente mondiale, rendendo il calcio europeo un laboratorio politico-economico. In questo senso, Platini ha contrattato il ritiro della propria candidatura con una serie di promesse da parte di Blatter, non ultima l’abolizione delle cosiddette third party ownership (TPO), ossia il possesso dei cartellini dei giocatori da parte di soggetti terzi rispetto alle squadre – pratica già nel mirino della FIFA. Dopo l’azione più o meno efficace per il fair play finanziario, Platini si è schierato contro le TPO, ottenendo da Blatter la loro eliminazione entro tre o quattro anni.

La questione è assai complessa, pertanto è bene fermarsi un attimo per approfondire il tema: è ben vero che le TPO vedono il cartellino di un calciatore detenuto da un soggetto giuridico diverso dalla società con la quale il calciatore scende in campo, ma c’è di più: il terzo in questione possiede anche la titolarità dei diritti economici sull’eventuale trasferimento del giocatore. Detto in breve, il meccanismo non è dissimile dalla Borsa, perché si acquistano i diritti economici sul cartellino di un calciatore e si scommette sul fatto che l’aumento del suo valore nel tempo garantirà una plusvalenza al momento del trasferimento a un’altra squadra. Il giocatore, a questo punto, è alla stregua di un bene patrimoniale, come un terreno che si spera acquisisca pregio sulla base dello sviluppo urbanistico.

La pratica, nata in Sudamerica, si è diffusa anche in Europa, poiché consente ai club di disporre di giocatori di buon livello senza gravare eccessivamente su finanze già provate dalla crisi economica. Paradossalmente, per esempio, le TPO non si ritrovano in Russia, laddove il mercato è caratterizzato dalla presenza di grandi capitali immediatamente disponibili.

A creare scalpore fu nel 2006 il caso di Carlos Tévez e Javier Mascherano. I due argentini del Corinthias approdarono in Inghilterra al West Ham con un contratto opaco. Solo in seguito si scoprì che i cartellini erano in mano di alcune società finanziarie (Media Sports Investments e Just Sports Inc. per Tévez, Global Soccer Agencies e Mystere Services Ltd. per Mascherano). Gli inglesi reagirono multando il West Ham e procedendo con una regolamentazione stringente che, di fatto, proibì simili operazioni.

In assenza di una legislazione unica europea, la Spagna è la terra promessa: TPO e interventi di fondi d’investimento sono molto diffusi e addirittura auspicati, al netto delle ovvie raccomandazioni sulla trasparenza. Prendiamo il caso dell’Atletico Madrid: con oltre 250 milioni di euro di debiti, come è stato possibile acquistare Radamel Falcao per 40 milioni? Tramite il Doyen Sports Investments, un private equity fund con sede a Malta che ha sostenuto il 55% dell’operazione, ottenendo poi 45 dei 60 milioni ricavati dalla vendita del giocatore al Monaco. A sua volta, il sistema portoghese è quasi interamente basato sulle TPO (36% del valore di mercato complessivo dei campionati) e sui prodotti finanziari derivati dal calcio, al punto che alcune squadre hanno costituito propri fondi d’investimento regolarmente quotati in Borsa.

Prima di passare al caso italiano, viene da porsi una domanda: quali sono i numeri delle TPO? Le stime del Project TPO, studio commissionato dalla European Club Association,  riferiscono di almeno 1.100 calciatori solo in Europa (soprattutto in Portogallo e Paesi balcanici), mentre a livello mondiale il giro d’affari è di oltre 1 miliardo di euro, calcolo rivisto molto al ribasso dalla FIFA a circa 300 milioni.

Il nostro Paese, in considerazione della crisi economica insistente, non poteva chiaramente essere immune dal fenomeno, tuttora non regolamentato, e si è annotata la vicenda di Felipe Anderson, il cui trasferimento dal Santos alla Lazio è stato reso complesso dall’opposizione del fondo Doyen Sports.

Secondo l’ordinamento italiano le TPO non sono espressamente proibite: in assenza di specifico divieto, questo tipo di accordo è lecito sulla base del principio dell’autonomia negoziale, per il quale è possibile stipulare contratti atipici non previsti dalla legge, purché essi non contraddicano altre norme imperative. Fino a maggio 2014 nei nostri campionati vigeva la pratica della cosiddetta comproprietà, abolita recependo le indicazioni della UEFA, che si era espressa accostandola alle TPO, le quali, pertanto, per alcuni addetti ai lavori sarebbero de facto bandite.

Tornando all’impegno di Blatter, in precedenza la FIFA vietava non già le TPO in sé – ritenute peraltro non raccomandabili, – quanto le clausole che permettevano a soggetti giuridici terzi di interferire nei rapporti tra giocatori e squadre. Proviamo a spiegare il concetto, ennesima dimostrazione di come spesso si guardi il dito e non la luna: con una TPO i club acquistano il diritto alle prestazioni dei calciatori, ma la proprietà dei cartellini resta a un soggetto terzo, il quale dovrebbe evitare di intervenire nei rapporti di lavoro e nelle strategie di mercato.

Il problema principale del fenomeno delle TPO è, per dirla con le parole di Platini, che «alcuni giocatori non sono più in controllo delle proprie carriere sportive e sono trasferiti ogni anno per generare guadagno a individui anonimi». Gli atleti sono infatti equiparati a beni patrimoniali e, come nel mercato obbligazionario, talvolta non sono noti i titolari finali dell’investimento. I fondi che scommettono su un giovane calciatore mirano esclusivamente alla plusvalenza, senza riferimento al progetto tecnico. Le squadre coinvolte risultano sottoposte alle intenzioni di scatole finanziarie e procuratori, che quindi divengono gli stakeholder decisivi del mercato e del gioco, addirittura proponendo clausole che impegnano i club a schierare titolari i loro giocatori. «Si inibisce, – afferma ancora Platini, – la volontà del calciatore di fronte a decisioni essenziali per il proprio avvenire: agenti e opachi investitori esterni determinano patti e scelte».

E questa è la realtà. Vero è che le TPO hanno consentito a molte società sportive di ovviare alle problematiche derivanti dalla crisi economica, permettendo loro di raggiungere obiettivi di mercato altrimenti impossibili e di colmare passivi di bilancio. Ecco perché in alcuni Paesi (Spagna e Portogallo su tutti) si è scelto di rendere gli investimenti privati uno strumento positivo (in senso giuridico) del sistema calcistico.

Tuttavia, occorre assumere una decisione che vada oltre l’impegno della FIFA a proibire de jure fenomeni quali le TPO. Non si pensi infatti che la sola regolamentazione sia sufficiente ad arrestare l’estrema finanziarizzazione dello sport, per almeno tre motivi. Innanzitutto difficilmente si può credere che Blatter accetti di agire attivamente contro realtà che vivono grazie a tali strumenti – su tutte il Sudamerica. In secondo luogo, il giro d’affari è talmente ampio che interromperlo provocherebbe dei contraccolpi economici e giuridici tali da condurre a conseguenze serie – compreso il collasso di diversi club.

Infine – ed è l’aspetto cruciale – come si potrebbe, per esempio, costruire grandi stadi senza una finanziarizzazione dell’operazione nell’Europa di oggi?

È giusto che Platini si pronunci per garantire maggiore trasparenza al circuito economico del calcio. Anzi, è doveroso. Il timore è che possa trattarsi di una battaglia di difficile prosecuzione, perché condotta contro un avversario che non sempre è considerato negativo nemmeno da chi dovrebbe combatterlo, ma che sicuramente ha la capacità di modificarsi al cambio delle condizioni e reagire con la creazione di strumenti che anticipano e dettano i tempi, costringendo i regolatori all’inseguimento. Non stupiamoci troppo, basta guardarci attorno. Questo scontro tra UEFA, FIFA e finanza “al servizio” del calcio non è altro che la riproposizione del paradigma costante degli ultimi anni: mutatis mutandis è la lotta affinché la politica non sia subordinata alla finanza.

 

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