La passione non la trasmetti

La mia voglia matta dapprima di nuotare, poi di correre con grande assiduità, non può essere contagiosa, al massimo puoi invogliarla negli altri se rappresenti un esempio, ma non vale per i figli, comunque liberi di scegliere la “fatica buona” che fa al caso loro

Mi domandano se la passione – per la corsa o per qualsiasi altra attività sportiva – sia in qualche modo contagiosa. Se la si possa trasmettere a chi ti sta vicino, in particolare ai familiari. A marito e figli, nel mio caso tre in scala: 12, 10 e 6 anni. Direi proprio di no, la passione è una voglia irrefrenabile tutta tua e non ha senso convincere qualcuno della bontà della tua scelta. Al massimo puoi coinvolgere altri e non necessariamente i familiari più stretti, con il semplice esempio.

Entrando nel merito, non è scontato un marito come il mio, così disponibile, capace di concertare i suoi impegni con i miei, assecondandoli. Non posso certo dirlo uno “sportivo assiduo, praticante di diverse discipline, che ogni tanto esce a correre con me”. Senza il suo contributo la logistica dei miei impegni sarebbe impossibile, ma con i figli non c’è mai stato confronto sul tema corsa, anche perché non ho mai chiesto loro che cosa pensassero della mamma runnner e per di più dedita all’endurance con prove ravvicinate.

Penso che mi vivano come una persona che fa tanta fatica, una fatica che non li attira visto che mai hanno aderito all’ipotesi di una corsetta con me: “Cosa dici, mamma? Una faticaccia”. Si dedicano ad altro, le femmine alla danza, il maschio al tennis. Però sono solidali, ricordo la maggiore, quando l’anno scorso ero tentata di fermarmi durante “21 volte donna” perché ero in crisi fisica, al telefono mi incitava: “Vedrai mamma, ce la farai, non ho dubbi”.

Anche se non ne abbiamo mai parlato i figli sanno che corro perché mi piace ma anche per lanciare un messaggio. La mia è solo una testimonianza, come dicevo un esempio. Non c’è bisogno di approfondire il tema, basta quello che faccio: corro per un idea, spesso per un ideale.

Non puoi predicare di aiutare il prossimo se poi per strada calpesti uno a terra e male in arnese perché non non ti sei accorta di lui. C’era un figlio con me quando, fatta la spesa, è capitato che dessi un panino a una persona in difficoltà che aveva fame. Un piccolo gesto utile, niente di che, ma è stato registrato come un esempio, una soluzione. È servito.

Mi chiedono anche cosa proverei se scoprissi di avere un figlio campione o campionessa. Ne sarei assolutamente felice anche se annoterei, ben prima di lui o di lei, i tantissimi sacrifici cui andrebbero incontro rispetto alla gente normale che fa sport agonistico senza eccellere. Il talento e l’applicazione si sposano alle rinunce, basti pensare a una vita fortemente regolata in cui c’è poco spazio per gli amici e le stravaganze, anche solo fare tardi che è la più più piccola delle trasgressioni.

Problema che al momento non si pone, tanto che li posso portare a correre con me domenica alla Corsa della Speranza. Meglio, la Kids Run per la quale non possono esimersi: 600 metri ai Giardini di via Palestro fanno al caso loro, è come un gioco senza troppo impegno. Un gioco per una buona causa: aiutare i bambini colpiti da tumore, aiutare la ricerca oncologica specifica.  Ci siamo tutti, ovviamente.

di Ivana Di Martino

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