Brian O’Driscoll, indimenticabile

L’uomo simbolo dell’Irlanda ovale ha chiuso la carriera nel giugno scorso dopo aver vinto con i Verdi il secondo Sei Nazioni in 5 anni. B.O.D. è stato un fenomenale talento e un collante tra le diverse anime dei team in cui ha giocato: con il Leinster, la nazionale d’Irlanda e i British & Irish Lions, di cui era un ospite più che gradito

Il cielo d’Irlanda splende un po’ meno da quando Brian O’Driscoll si è ritirato. L’uomo simbolo del rugby gaelico ha scelto di uscire di scena da campione in carica, con il Sei Nazioni in tasca (il secondo, dopo quello del 2009). Dopo tre lustri con la nazionale verde, a trentacinque anni, il più forte tre quarti centro degli anni Duemila ha ceduto alle ragioni del tempo che passa. E così niente più corse sghembe, addio alle azioni coraggiose in solitaria e ai calci da fermo (e drop) degni dei migliori interpreti di un esercizio che talvolta rasenta il prodigio. Osannato in patria – a Dublino si diceva “in B.O.D. we trust”, semplicemente perché in lui confidavano, sempre -, oltre 130 partite in nazionale, il numero 13 per eccellenza ha saputo portare entusiasmo e innovazione nel mondo della palla ovale.

Nessuna sua azione è stata solo talento o tecnica superiore, quanto piuttosto una miscela esplosiva di preveggenza e intuito, di intelligenza e tenacia. Istintivo ed astuto come un personaggio di Kipling, artista capace di disegnare traiettorie perfette come un Mantegna dei giorni nostri, O’Driscoll è il condottiero che dà l’esempio senza impartire ordini e che rende tutti più abili (sportivamente parlando) semplicemente facendosi ammirare, collante tra le diverse anime dei team di cui ha fatto parte; bandiera del Leinster, vessillo d’Irlanda, ospite più che gradito dei British & Irish Lions, Brian O’Driscoll a livello di club ha vinto tutto e con la nazionale è stato designato per tre volte miglior giocatore del Sei Nazioni.

Il numero 13 di Dublino ha passato una vita in un ruolo difficile, in cui occorre saper fare bene tutto. Distruggere le trame avversarie, metterci il fisico e saper far ripartire tutta la squadra. Organizzare azioni efficaci in attacco e concretizzarle. Prima di Bod il rugby era più settoriale, le competenze difensive difficilmente sapevano coesistere con efficacia con quelle offensive. A fronte di una stazza non eccezionale (“solo” 1,78 metri) O’Driscoll ha saputo interpretare il ruolo riuscendo sempre a trovare gli spazi più stretti, i passaggi più incredibili attraverso avversari ben più imponenti. Dopo di lui il ruolo non sarà più lo stesso e ci vorrà del tempo prima che qualcuno sappia regalarci le medesime emozioni.

Dopo l’ultimo match disputato sull’erba amica dell’Aviva Stadium di Dublino la terza linea verde è stata immortalata con moglie e figlia sugli spalti. Immagine di un campione di normalità, professionista esemplare oltre che talento cristallino. Resteranno nei nostri occhi i passaggi dietro la schiena di un novello Toscanini dei campi verdi e le finte in cui cadevano tutti, splendido esempio di uomo –squadra, totem freudiano la cui presenza in campo è sufficiente per spaventare gli avversari e inorgoglire i compagni di squadra.

L’ultima apparizione con la Nazionale è del 15 marzo scorso, data in cui i verdi hanno battuto i galletti allo Stade de France, conquistando il Sei Nazioni 2014. Bod ci era già riuscito nel 2009; in quell’occasione ci fu anche il Grand Slam, cosa che non riusciva all’Irlanda dal lontano 1948. Con 141 presenze internazionali (133 in Nazionale, 8 con i British & Irish Lions) il campione di Clontarf è l’uomo che più di tutti ha rappresentato una nazionale nel mondo ovale. A proposito, leggenda vuole che circa 1000 anni fa, proprio a Clontarf, King Boru, sovrano supremo d’Irlanda, sconfisse i vichinghi in una battaglia all’ultimo sangue, cacciando l’invasore. Anche lui si chiamava Brian.

 

di Andrea Martire

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