Fausto Coppi per chi non c’era

Il 15 settembre di 95 anni fa il Campionissimo per eccellenza nasceva a Castellania dove è stato sepolto il 2 gennaio 1960. Ha fatto sognare anche chi non l’ha mai conosciuto e non lo ha pianto

Gli angeli esistono. Di sicuro nella loro versione diciamo più classica, quella di presenze intangibili che aiutano a scegliere il marciapiede più sicuro sul quale camminare. Poi nella versione più concreta: esseri umani nati con un talento cristallino che permette loro di fare con disarmante semplicità cose meravigliose, tali da far sognare le persone comuni alleviandole delle loro pene quotidiane. Ci piace pensare che tra questi ci fosse Fausto Coppi.

Basterebbe recitare il rosario delle vittorie che il “campionissimo”, nato a Castellania il 15 Settembre 1919 e morto a Tortona il 2 Gennaio 1960, ha ottenuto dal ’39 al ’59 e che comprendono 5 Giri d’Italia, 2 Tour de France abbinati al Giro nel ’49 e nel ’52, due campionati del mondo d’inseguimento su pista e uno su strada. Poi cinque successi al Giro di Lombardia, tre alla Milano-Sanremo, uno alla Parigi-Roubaix e Freccia Vallone a cui aggiungere irecord dell’ora su pista; e ancora quattro titoli italiani su strada, il Giro dell’Emilia, il Giro della Campania, la Tre Valli Varesine per un totale di 122 corse in carriera.

Ma Coppi è stato qualcosa di più. Per dirla con il patron del Tour de France, Jacques Goddet, Coppi è stato il più grande per come ha vinto.
Ve lo riproponiamo al Giro d’Italia 1949: terz’ultima tappa Cuneo – Pinerolo di 254 km. Coppi attacca quasi subito, sulla prima ascesa, il colle della Maddalena. Scollina  e affronta all’attacco anche il colle di Vars, e poi l’Izoard, e il Monginevro, e il Sestrière, superando da solo tutti e cinque i valichi alpini previsti. Nonostante le ripetute forature continua a volare e va a vincere  con quasi 12 minuti su Gino Bartali e una ventina sul gruppo di Alfredo Martini per un totale di 192 km di fuga, come nessun altro uomo è stato in grado di fare.

La più grande impresa della sua carriera consegnata alla leggenda dalla frase, semplice e lapidaria come una sentenza, del radiocronista Mario Ferretti: “un uomo solo al comando, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome è Fausto Coppi”. Coppi vincerà quel Giro con oltre 23 minuti di vantaggio su Bartali, con cui ha dato vita a una leggendaria rivalità per molti anni.

Un’altra frase, forse meno epica ma di sicuro effetto, l’aveva pronunciata qualche anno prima un altro giornalista, Nicolò Carosio, per l’occasione radiocronista sul traguardo della Milano–Sanremo del 1946. Dovendo coprire i 14minuti che separavano Coppi dal secondo classificato, Carosio annunciò l’ordine d’arrivo: “1° Fausto Coppi. In attesa degli altri concorrenti trasmettiamo musica da ballo”.

Altri “suiveur” – giornalisti al seguito delle corse – sono stati affascinati dal modo di vincere di Coppi e hanno provato a rinchiuderlo  nelle interviste, nei racconti, nei libri. Il risultato però è stato l’esatto contrario e tutto quello che si è usato per definirlo diventava all’improvviso leggero ed inafferrabile, come lui. “L’airone di Castellania”, lo ha chiamato Orio Vergani, mentre Dino Buzzati lo ha paragonato ad Achille, senza però “la gelida crudeltà”. È stato Gianni Brera invece, ne “Coppi e il diavolo”, a disegnarne il profilo più fedele.

Però è vero che “se non fu un triste cavaliere fu, a suo modo, un triste eroe” come ha scritto di lui Giorgio Bocca. Perché il lato opaco del suo modo di vincere è stato “quel senso di tristezza, solitudine e timidezza  che aveva in comune con tutta la gente – alla quale lo legava anche l’origine molto povera – motivo per cui “è l’unico uomo di sport di cui ci rammentiamo anche a cinquant’anni dalla morte”, confessa Alfredo Martini.

Un lato opaco che ha tolto smalto alle sue vittorie, consapevole che il suo cammino di campione immenso dovesse per forza passare per le strettoie di numerose sofferenze e debolezze. A cominciare dal suo fisico, che gli ha regalato sia una capacità polmonare di 7 litri che muscoli potenti, allisciati dalle mani sapienti di Biagio Cavanna, massaggiatore cieco che di fatto lo ha scoperto, ma anche di ossa di cristallo che sono andate in frantumi molte volte: fratture alla scapola, alla caviglia, al femore, al bacino. Nel 1954 durante un allenamento cade a causa di una ruota che si è staccata da un camion che lo precedeva causandogli l’incrinatura della scatola cranica e la lesione del legamento del ginocchio sinistro. Sempre in allenamento, qualche anno più tardi, viene investito da un trattore riportando ancora ferite alla testa e contusioni varie.

Ma le sofferenze di Coppi sono dell’animo: la perdita del fratello Serse, anche lui corridore, in seguito a una caduta in prossimità dell’arrivo del Giro del Piemonte, nel 1951. E ancora la storia d’amore extraconiugale e che dà scandalo con Giulia Occhini – la celeberrima “dama bianca”, per via di un cappotto di quel colore che si fermò nella memoria dei cronisti francesi –  che ha portato i due a lasciare le rispettive famiglie, sposarsi in Messico e far nascere il loro figlio, Angelo Fausto, in Argentina nel maggio del 1955.  Fino alla sua stessa morte, avvenuta per un contagio di malaria curato nel modo sbagliato da tre medici diversi, quando aveva quarantun anni.

Se Gino Bartali è stato un cristiano devoto, Fausto Coppi è stato scelto per la gloria delle cime più alte e il buio dei precipizi più profondi, in perfetta solitudine ma sotto gli occhi di tutti. E dopo le vittorie non ha mai lasciato il manubrio per l’esultanza tipica dei campioni, perché il suo sguardo era già lontano, alla tappa successiva dentro e fuori di lui.“ E vedemmo finalmente  Coppi: veniva avanti in un modo incredibile, senza sforzo, il suo viso si muoveva con una pena particolare, sorridendo senza sorridere”.

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