La chiave geoeconomica dello sport

Molti eventi di rilievo sono stati assegnati in base alla potenza economica di chi li organizza, in un’ottica finanziario-logistica. Facciamo i nomi: Brasile, Cina, Turchia, ma soprattutto Russia

I grandi eventi sportivi appaiono come il punto conclusivo della capacità di mobilitazione economica. L’aspetto finanziario-logistico è presentato quasi come prioritario rispetto alle gare, proprio perché si tratta di un metro di confronto della potenza di uno Stato o di un gruppo. La mente corre immediatamente al valore geopolitico del PSG in quanto emanazione dei fondi d’investimento del Qatar; agli stadi-cattedrale; alle opache gestioni dei cartellini dei giocatori sudamericani; alle spese per l’organizzazione delle Olimpiadi. Questo perché molte delle recenti manifestazioni sono state assegnate in ottica geoeconomica, servendo ai Paesi organizzatori più per mostrare la potenza logistica – includendo in questo caso l’esaltazione di un sistema sportivo pianificato e agguerrito – che per l’amore verso la fiamma di Olimpia. Facciamo i nomi: Brasile, Cina, Turchia, ma soprattutto Russia.

Mosca è stata capace in pochi anni di accaparrarsi le maggiori competizioni: Mondiali di atletica leggera e Universiadi (2013); Giochi olimpici e paralimpici invernali e Gran premio di F1 a Sochi (2014); Mondiali di nuoto (2015); Mondiali di hockey su ghiaccio (2016); Mondiali FIFA (2018, quindi anche Confederations Cup 2017). Con buona pace dei grandi eventi sportivi che affossano le economie nazionali!

Lo sport è molto presente nella retorica dello Sverkhchelovek (superuomo) putiniano ed è funzionale a scopi politici di diversi livelli, sia interni, sia esterni, con il peso della Russia nei medaglieri e la presentazione di un Paese moderno ed efficiente quanto a logistica e infrastrutture. Ecco perché nel dibattito europeo sulle sanzioni contro Mosca nel quadro della crisi ucraina sta cominciando a emergere una proposta molto gradita al Governo di Londra e riportata dalla stampa britannica: escludere la Russia «da eventi internazionali di alto profilo in campo culturale, economico o sportivo». Lo sguardo è diretto in particolare ai Mondiali di calcio del 2018 – sembra, però, che il presidente della Federazione internazionale dell’automobile Jean Todt si sia espresso privatamente per l’annullamento del GP di Sochi, – con l’obiettivo di ledere l’immagine di Mosca. Potrebbe essere una valida soluzione politica?

Su questa eventualità ci sono molte perplessità. Innanzitutto difficilmente la FIFA accetterà una tale disposizione: sua eccellenza Blatter vuole restare con gli artigli piantati nella poltrona, quindi non si schiererà né contro il mondo extraeuropeo, né contro i canali diretti di circolazione del denaro. Oltretutto, se ancora non si sono presi provvedimenti nei confronti del Qatar e del sistema schiavistico impiegato nei lavori per il 2022

In secondo luogo, qualora i Paesi europei volessero essere davvero pervasivi, sarebbe opportuno cominciare sin da ora a boicottare in toto il mercato del calcio russo. Quindi chiudere i trasferimenti di giocatori, dirigenti e capitali in entrata e uscita; interrompere qualsiasi collaborazione economico-finanziaria, sponsorizzazioni comprese (Gazprom e UEFA Champions League); congelare gli asset russi nel calcio UEFA (per esempio agendo contro il Chelsea di Abramovic, l’AS Monaco di Rybolovlev e lo Zenit San Pietroburgo del colosso Gazprom, che a breve acquisirà anche la Stella Rossa di Belgrado); escludere le squadre russe dalle competizioni UEFA. Il risultato sarebbe probabilmente l’acuirsi degli aspetti negativi delle sanzioni, ossia l’incremento dell’effetto rally ‘round the flag (l’opinione pubblica si avvicina al governante contro una pressione esterna ritenuta eccessiva) e il rimbalzo da interdipendenza, laddove il flusso di scambi, interessi ed elementi comuni percepiti tra sanzionatore e sanzionato è ormai così intenso che a rimetterci (concretamente o nella visione collettiva) è anche il sanzionatore stesso.

Infine, il tempo non giocherebbe a favore dei promotori del boicottaggio, poiché i quattro anni che ci separano dal 2018 sono un periodo piuttosto esteso per i termini delle relazioni internazionali, perciò ci sarebbe il duplice effetto di proiettare l’opinione pubblica verso il timore di un prolungamento della crisi ucraina e consentire alla Russia di avvantaggiarsi del tempo, elaborando una strategia politica e comunicativa basata sull’ostentazione delle alternative win-win di Mosca – e in questo Putin è un maestro.

Sarebbe molto importante invece cominciare in tempi brevi a riflettere su come mantenere l’Ucraina nel sistema sportivo internazionale, dal momento che i danni materiali subiti dagli impianti e i rischi per gli atleti sono piuttosto rilevanti. L’immagine più eclatante si è avuta durante l’estate, con le vicende che hanno interessato lo Shakhtar Donetsk, squadra di una delle città nelle quali i combattimenti tra filorussi e filogovernativi si protraggono con più vigore. Il suo stadio, la Donbass Arena, opera da 52mila posti costata 300 milioni di euro e inaugurata cinque anni fa, è stato seriamente danneggiato ad agosto. Già a luglio, dopo un’amichevole in Francia contro il Lione, alcuni giocatori sudamericani dello Shakhtar si erano rifiutati di tornare in Ucraina. Analogamente, el Papu Gomez è passato dal Metalist Kharkiv all’Atalanta per esplicito timore del conflitto. Altro problema sarà poi come gestire la presenza delle squadre dell’Ucraina nelle competizioni internazionali, tant’è che, per esempio, la partita di Europa League tra Dnipro e Inter del prossimo 18 settembre sarà giocata per decisione della UEFA non a Dnipropetrovsk, ma a Kiev.

Certo, per adesso il sistema sportivo ucraino sta in qualche modo affrontando le dure prove, anche grazie al sostegno della comunità occidentale, circostanza che in altri teatri di crisi è impensabile, poiché il contesto permette scarso margine di manovra. Se in Ucraina gli impianti sportivi sono danneggiati a margine della guerra civile, in Libia alla distruzione si unisce l’impiego degli stadi per le pubbliche esecuzioni a opera dei miliziani islamisti, una pratica nota, anche con ben altre scale, in America latina e in altre parti dell’Africa. Era inevitabile pertanto che la Libia rinunciasse all’organizzazione della Coppa delle Nazioni Africane del 2017, dopo aver già ceduto al Sudafrica quella del 2013. E qui si torna in Europa, perché l’Ucraina non ospiterà gli Europei di pallacanestro del 2015 per motivi di sicurezza.

Considerata la connessione sempre maggiore tra sport, economia e logistica, nella risoluzione delle crisi in corso e nella gestione della fase di transizione è necessario che da un lato gli attori dello sport siano parte attiva, dall’altro lato che il mondo sportivo sia considerato strategico dai soggetti chiamati ad assistere la ricostruzione. Sarà prioritario, infatti, permettere alle popolazioni coinvolte nei conflitti di riprendere a vivere lo sport come quotidianità dell’educazione, del rispetto del corpo, del divertimento e della competizione ufficiale anche internazionale. Per tutto ciò, però, si dovranno curare le ferite infrastrutturali, ristrutturando gli edifici sportivi, che siano la Donbass Arena ucraina, i palazzetti siriani, i campi di calcio libici: se lo sport è tra le prime attività socio-politiche a essere interrotte in caso di emergenza, allo stesso modo deve essere una delle prime a tornare a pieno regime per oliare il meccanismo della pace. Lo sport non può avere un peso politico solo in caso di vittorie o di megalomania finanziaria. Chi pensa di poterlo cavalcare esclusivamente quando tutto va bene commette il doppio errore di fraintendere i significati di sport e politica.

 

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