Quei disperati della pallanuoto

Il 7 agosto 1948 gli azzurri vinsero a Londra l’agognato oro olimpico dopo essersi dedicati, per vivere, al mercato nero. Una volta a segno braccarono i dirigenti per il vistoso premio: 1 milione a testa

Molto si compì sull’autobus sgangherato che portava gli azzurri della pallanuoto dal villaggio olimpico di Richmond Park, sopra lo stagno di Dann, fra daini e cervi, gli ultimi castori, verso la piscina imperiale di Wembley per la finale dei Giochi vinta battendo Belgio, Olanda e Ungheria, la squadra più feroce. Era un sabato, il 7 agosto del 1948. Nelle baracche olimpiche alloggiavano quasi tutti, Londra che aveva dovuto saltare l’organizzazione dei Giochi del 1944 per la guerra, cercava la luce con quella Olimpiade dove Germania e Giappone, diversamente dall’Italia che si era liberata della Triplice soltanto alla fine, erano state escluse dopo la sconfitta e la Russia aveva rinunciato, già tormentata dalla guerra fredda. Il villaggio olimpico non aveva gli sbarramenti di oggi, non c’erano sofisticati sistemi di sicurezza, ma era comunque mondo, 59 paesi in gara in 19 discipline, l’Italia con 183 atleti effettivi di cui 19 donne confinate a Wimbledon, dove sostavano 86 nostri dirigenti, tra loro gli amici del “Settebello”, quei ragazzi d’oro che pensavano a vincere, ma anche a vivere.

Cesare Rubini aveva scelto la pallanuoto, rinunciando al basket dopo la figuraccia negli Europei di Praga, puntando sullo sport che amava di più perché era nell’acqua che trovava la sua gioia e il suo talento: mai stato un grande giocatore di basket, diceva spesso, ma di pallanuoto sì. Non era titolare, aveva fatto la riserva agli europei vinti a Montecarlo, però sapeva di avere la simpatia dei napoletani della squadra ed era sicuro che qualche minuto glielo avrebbero concesso. Andò molto meglio di quanto sperasse. Entrato come difensore per il 9-0 d’esordio contro l’Australia, fu rimandato in acqua nella ripetizione della partita contro la Jugoslavia al posto del Majoni appena ripescato dalla guerra civile e poi salvato dallo sport anche se aveva partecipato alla fine della guerra con la famigerata Decima Mas, le Brigate Nere. Rubini non uscì più di squadra. I suoi modi scaltri, la disinvoltura nella battaglia dove l’acqua diventava tonnara, lo avevano fatto eleggere capo branco, anche se era fra i più giovani.

Su quell’autobus c’era silenzio, mancava il successo sull’Olanda dopo il capolavoro contro l’Ungheria che aveva fatto urlare al microfono il mitico Nicolò Carosio, estasiato dal gol vincente nella vasca di Wembley, una meraviglia che soltanto il calcio e la Scala di San Siro gli avevano regalato. I giorni allegri erano stati quelli della preparazione quando il “gruppo” lo aveva scelto, quando il portiere di riserva del grande Emilio Buonocore era diventato l’amicone Luigi Fabiano che faceva divertire molto più del meglio dotato e furente Saracco. Era una banda di scaltri anche feroci e crudeli che sapeva stare al mondo se è vero che sceglievano loro chi doveva giocare, ma anche come si poteva sopravvivere arrivando dagli stenti della guerra, dagli sperperi di una vita spericolata passata, da molti di loro, più al tavolo dei giochi d’azzardo che nelle mischie del campo di allenamento, perché poi nelle partite vere sembravano angeli del demonio.

Rubini e quei disperati della pallanuoto, li chiamavano così quando scoppiava l’inferno negli alberghi, si erano portati dietro la “garanzia del futuro”. Non guadagnavano tanto, avevano deciso che si poteva anche fare affari prima di andare a combattere. Nel bagaglio protetto del Comitato Olimpico Nazionale avevano infilato 576 bottiglie di liquore Strega, oltre tremila metri di seta gommata per paracadute e tremila fazzoletti che il Principe si era fatto dare dagli amici setaioli di Como. Vendere per vivere un po’ meglio, scambiare quello che avevano con carne argentina, spaghetti con quello che di meglio si erano portati gli atleti delle altre nazioni. Eh sì, era mercato nero, ma erano anche gli anni dove non bastava un piano Marshall come quello ideato per l’Italia a ridare colore alle mense, vita alla gioventù di un paese.

Sopravvivere nelle regole, darsi da fare per avere un futuro migliore. Era quella la grande motivazione, allora come ora,  e l’Italia aveva bisogno di medaglie, successi sportivi per far sapere che aveva ricominciato a camminare dietro la nuova costituzione del 1948, che aveva energia e i lanci mondiali del discobolo Consolini, gli argenti del toscano Tosi, delle lanciatrici Piccinini e Cordiale lo testimoniavano. Avevano già dato un senso alla prima trasferta della nuova nazione, del comitato olimpico nazionale che si era inventato fra le macerie del Foro italico Giulio Onesti, piemontese di Incisa Scapaccino, classe 1912, un genio che il presidente del consiglio Bonomi elesse come commissario dal 1944 al 1946, numero uno del sistema sportivo nazionale fino al 1978. Quell’Onesti chiamato a disfarsi del Coni, a liquidarlo, che al contrario ne risollevò le sorti grazie alla schedina del Totocalcio, grande invenzione per finanziare lo sport tutto.

Nessuno poteva dirsi sazio, appagato, a Londra 1948 e proprio Onesti, mentre il suo braccio destro Garrone faceva la conoscenza di uno strano personaggio alla mensa degli atleti, del Biancaneve napoletano che si era infiltrato nel gruppo dei suoi amici della pallanuoto, avvicinandosi alla mensa di quelli che chiamava amorevolmente “i suoi banditi d’acqua”, sentì qualche frase che lo mise in allarme: quasi tutti ripetevano il mantra “servono motivazioni” inventato per agevolare il riconoscimento di un premio in caso di vittoria. Serviva che una squadra italiana andasse sul podio, era importante ascoltare ancora il nostro inno come già nel ciclismo, nella scherma, nella lotta, nel canottaggio. Onesti capì subito il messaggio e, dopo essersi appartato con la commissione interna, insieme ai veterani Ogno e Pandolfini c’era anche il Monacone Rubini, promise che in caso di vittoria avrebbe dato un milione a ciascun giocatore.

Arrivò il successo, alla premiazione la bandiera e l’inno italiano scatenarono più proteste che applausi e questo fece andare oltre i muri di Richmond la squadra d’oro che nella stessa notte saccheggiò i frigoriferi del villaggio, sfuggendo alla rappresaglia, convinta di essere stata trattata ingiustamente nella piscina di Wembley, diventata sospettosa quando i dirigenti italiani fingevano di non ricordare la promessa del presidente Onesti.

A quel punto cominciò la grande caccia dei rivoltosi ingannati, ogni occasione un agguato perché il presidente federale Tappella aveva giurato di liquidare il premio alla fine delle celebrazioni nelle varie città italiane che volevano onorare i campioni. Erano cene infernali, feste barocche, ma il gruppo non mollava. Pressing a tutto campo, fino a quando i dirigenti ammisero che il premio c’era ma era soltanto di mezzo milione. Riunione carbonara, scelta del campo per smascherare l’inganno: la premiazione al Quirinale dove il presidente della repubblica Luigi Einaudi avrebbe ricevuto la delegazione del Coni dopo Londra. Uscendo dall’androne Rubini si avvicinò alla 500 guidata dal dirigente Dalmasso con a bordo l’Onesti della grande promessa, il milione che in quei tempi ti permetteva di comprare una vettura Fiat, un piccolo appartamento, e scoprì che la cifra era stata versata per intero alla Federnuoto. Bisognava essere scaltri e rimediare subito: corsa immediata verso la federazione dove finalmente chi aveva vinto potè ritirare il pattuito.

 

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Dal Volume “Indimenticabile. Cesare Rubini, un guerriero dello sport” di Oscar Eleni e Sergio Meda, Edizioni Sport&Passione – Premio Coni 2014

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