Casa Milan, solo in chiaro

Nel museo inaugurato di recente che riporta i fasti della squadra rossonera c’è spazio solo per i racconti in positivo perché - copyright Carlo Pellegatti – “è un luogo esclusivo di celebrazioni”

Casa Milan il nuovo tempio in cui i fedeli rossoneri è bene che si rechino almeno una volta ogni tanto – è qualcosa a metà tra il monolite nero di 2001 Odissea nello spazio e una nave da crociera. È un rettangolo avveniristico tutto vetri e materiale lucido – con maxischermo in cima sul lato corto- che dà l’idea di essere stato conficcato nel deserto come il parallelepidedo del film di Stanley Kubrick, solo un po’ più di sbieco. Via Aldo Rossi 8, dice l’indirizzo ufficiale; di fatto un piazzale nuovo di zecca, quindi ben poco frequentato, tra la Fiera vecchia e la circonvallazione esterna di Milano. “Qui arriverà tanta gente il prossimo anno, per Expo 2015″, dice uno dei ragazzi che lavora qui. Per ora si aspetta che arrivi la metropolitana, la attendiamo tutti fiduciosi.

Uffici e museo, store e biglietteria, bar e ristorante – Cucina Milanello si chiama – perchè tutti i tifosi sono potenziali clienti. “Boom di visitatori” riporta www.acmilan.com a pochi giorni dall’inaugurazione lo scorso maggio. Bene.

Il piatto forte della Casa è di sicuro il museo: aperto dalle 10 alle sette di sera, 15 euro con braccialetto interattivo. Il giovedi sta aperto un po’ di più e per le comitive costa un po’ meno ma insomma i numeri sono più o meno questi e comunque sul sito si trova tutto spiegato bene.

Si entra e ci si tuffa nella storia ultracentenaria del Milan: foto e video, cimeli e trofei. Facce vecchie maglie sporche strisce strette, anzi strettissime Poi strisce più larghe, facce più conosciute: maglia e scarpe di Niels Liedholm, cinque scudetti da protagonista nei primi dieci; Altafini che corre verso la porta del Benfica:Wembley, Coppa dei Campioni 1963; “Milano che fatica“; Lucio Dalla. Poi le vittorie più vicine e i ricordi che sembrano più veri: parole, musica e un bel po’ di soldi di Silvio Berlusconi, che merita lo spazio che gli viene concesso.

Qualche dubbio invece ci viene sul simil elicottero in fil di ferro messo lì in un angolo: è la copia ridotta di quello con cui il presidente atterrò all’Arena al primo raduno del suo Milan, 1986. Certo, fu l’inizio di una storia, ma davvero qualcuno può voler ammirare quell’ammasso di filo rigido? Allora perché non riprodurre lo stadio di San Siro in paglia intrecciata?

Più avanti nel museo c’è una bellissima sezione dove sembra di avere in mano un mazzo di carte – ma digitale – composto da tutti i giocatori di tutte le squadre della storia del Milan: si può mischiare, scegliere, leggere e mischiare di nuovo. I ragazzini cercano Kakà, ma volendo si può apprendere di onesti peones come Aldo Maldera, detto cavallo pazzo: alla fine degli anni ’70 fu tra quelli che trasformarono il ruolo di terzino in difensore di fascia correndo lungo tutta la linea laterale per difendere, crossare, segnare.

Per arrivare qui e divertirsi un po’ suggeriamo di saltare la stanza che precede, dove sostano gli ologrammi di Franco Baresi, Paolo Maldini e Barbara Berlusconi. L’ologramma è una figura intangibile, tipo un fantasma che però non fa paura. Ma se usato come è stato usato, cioé per far parlare i calciatori invece che farli giocare, allora serve a poco; e se parlando recitano slogan fedeli alla linea, allora addirittura meno. Baresi e Maldini sono diventati grandi per le chiusure, non per i discorsi. Ma quella è la stanza delle parole e Barbara Berlusconi – in scarpe e vestito da urlo anche in versione fantasma – dice qualcosa come “la nostra storia non è il nostro passato ma è come ci presentiamo al futuro”, che tradotto vuol dire che ci siamo comprati la storia del Milan e ve la raccontiamo come ci pare, effetti speciali ed elicottero compreso.

E il museo ha un po’ questo taglio: ricordi che stringono il cuore mischiati a vicende regolate come l’aria condizionata: c’è Carlo Pellegatti – grande giornalista milanista – che grida “Pippo mio” e non c’è bisogno di dire quando e perché – ma non c’è Massimiliano Allegri nel video dell’ultimo scudetto. Quindi sì alla grande vittoria sul Liverpool nella finale di Champions League 2007 ma no all’incredibile sconfitta di due anni prima: stessa battaglia contro lo stesso avversario. E nella gloriosa Sala dei Trofei ci sono oltre quaranta coppe di cui sette con le grandi orecchie e scusate se è poco, ma non la misera Mitropa: si sarà persa nel trasloco.

È questo che dispiace. Perché tra gli 80.000 che migrarono a Barcellona nel maggio del 1989 per vedere alzare la quarta Coppa dei Campioni c’era qualcuno dei 50.000 che a San Siro videro il Milan perdere contro la Cavese in una piovosa domenica di novembre del 1982, perché la storia é una e illuminare solo la parte più nobile non é onorevole. Sia prima che dopo c’era chi scrive ma soprattutto c’era Pellegatti che, agganciato mentre attraversa il piazzale assolato, commenta da par suo: “Un museo è una celebrazione”. È vero, come è vero che “tutto fa parte della vita sportiva, i momenti difficili e le sconfitte brucianti” , parola di Alberto Contador, campione spagnolo di ciclismo. Raccontare di una storia quel che si vuole come si vuole è quantomeno strano, come un monolito conficcato nel deserto.

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