Quando Mussolini giocava centravanti

Il Mondiale 1934 faceva comodo alla propaganda del regime e il Duce decise di usare argomenti convincenti: si “mise in tasca” un arbitro e alcuni avversari li rese “addomesticabili”

10 giugno 1934, ottanta anni fa. Quasi un secolo. Roma, stadio Nazionale o, per le precisione, Stadio del Partito Nazionale Fascista. Sugli spalti cinquantamila spettatori. In tribuna d’onore Benito Mussolini. Al suo fianco Jules Rimet, il dirigente francese che ha inventato la Coppa del Mondo. Questa è la seconda edizione dei Mondiali di calcio. La prima si è svolta nel 1930 in Uruguay e l’ha vinta la squadra di casa.  L’Italia nel 1930 non c’era per un motivo banalissimo: la trasferta in Sud America costava troppo. Non c’erano i soldi per portare una trentina di persone in Sud America. Non esistevano ancora gli sponsor e il Duce, oltre tutto, non credeva che il calcio portasse consensi politici. Erano altri gli sport che lo affascinavano: l’automobilismo, il nuoto, lo sci, che praticava ostentatamente per la gioia dei giornali dell’epoca, poi l’atletica leggera, il pugilato, il tiro a segno. Ci volle poco però perché Mussolini cambiasse idea. Non appena s’accorse che l’Italia fascista si appassionava alle imprese dei calciatori assai più che a quelle degli altri atleti il Duce si avvicinò al calcio. E quando, in aggiunta, scoprì che il più bravo di tutti, Giuseppe Meazza, si portava addosso il soprannome di “Balilla” perse del tutto la testa.

Decise che l’Italia avrebbe ospitato la seconda edizione dei Mondiali  di calcio.

Non solo: decise anche che la nazionale italiana quei Mondiali li avrebbe vinti.

A tutti i costi. Il torneo venne giocato da sedici squadre: dodici europee, tre americane e una africana. Italia, Austria, Belgio, Cecoslovacchia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Romania, Spagna, Svezia, Svizzera, Ungheria, Argentina, Brasile, Stati Uniti, Egitto. I campioni in carica dell’Uruguay non si presentarono, restituendoci lo sgarbo subito quattro anni prima. C’erano Argentina e Brasile ma presentarono squadre di secondo livello, senza ambizioni. Il solo campione sudamericano che arrivò in Italia fu Leonidas. Troppo poco per sperare di vincere il titolo. Assente, come previsto, l’Inghilterra che, considerandosi la patria del football, riteneva umiliante abbassarsi al livello delle altre nazionali. Mussolini non fece una piega. L’importante era vincere. Che andassero al diavolo i sudamericani e venissero stramaledetti gli inglesi. Forse incominciò allora il tormentone radiofonico di Mario Apelius, “Dio stramaledica gli inglesi“, che accompagnò l’Italia durante la seconda guerra mondiale.

La nazionale italiana era guidata da Vittorio Pozzo, un torinese tutto di un pezzo che nel 1929 aveva lasciato l’impiego alla Pirelli per fare l’allenatore a tempo pieno. Pozzo era un tipo fidato. Nato nel 1886, aveva partecipato alla Grande Guerra con il grado di tenente. Apparteneva al corpo degli alpini. Convinto sostenitore del regime fascista sapeva caricare i giocatori facendo ricorso a tutti i tasti della retorica. Prima delle partite, negli spogliatoi, i giocatori erano obbligati a cantare le canzoni di guerra degli alpini e Pozzo  immancabilmente ricordava la battaglia del Piave. Non faceva mai menzione di Caporetto. Ma non era soltanto retorica. Vittorio Pozzo era anche, direi soprattutto, un ottimo tattico. Era considerato, insieme con l’austriaco Hugo Meisl, suo grande rivale, uno dei padri del cosiddetto “metodo”.

In che cosa consisteva il “metodo”? Era uno schieramento con due terzini fissi in difesa, un centrale posto davanti alla difesa che faceva da regista (allora si chiamava appunto “centromediano metodista”), due mediani, due mezze ali e tre attaccanti. Oggi , con la mania dei numeri, diremmo che era un 2-3-2-3. La tattica ebbe successo. Perché era innovativa, perché era coraggiosa. Perché le due mezze ali, fulcro della tattica, erano due fuoriclasse come Giovanni Ferrari e Giuseppe Meazza, i soli che giocarono da titolari sia nel 1934 sia nel 1938, vincendo due mondiali consecutivi.

Dunque Vittorio Pozzo in panchina e Peppino Meazza, detto il Balilla, in campo. Due garanzie. Sufficienti per garantire la vittoria del Mondiale? Sicuramente no. Anche senza Uruguay e Argentina e con un Brasile dimezzato, la concorrenza europea faceva paura. In particolare Pozzo temeva Spagna e Austria. La Spagna aveva come uomo simbolo il portiere Zamora, l’Austria l’attaccante Sindelar, detto “cartavelina” per il suo fisico esile e scattante. Bisognava neutralizzare questi due e per farlo scese in campo direttamente Benito Mussolini. Il Mondiale partì alla grande: 7-1 agli Stati Uniti nella prima partita giocata a Roma. Il torneo era a eliminazione diretta e non a gironi come oggi. Al secondo turno l’Italia si trovò di fronte la Spagna, a Firenze. Era il 31 maggio. Pozzo aveva in tasca i suoi soliti portafortuna: una scheggia della Coppa Intercontinentale e un biglietto ferroviario per l’Inghilterra. La scheggia ce l’aveva dall’11 maggio del 1930. Quel giorno l’Italia aveva vinto il Trofeo Continentale, l’attuale Campionato Europeo, a Budapest, battendo in finale l’Ungheria per 5-0. La Coppa, in cristallo di Boemia, era però caduta mentre passava di mano durante i festeggiamenti e si era frantumata. Pozzo aveva raccolto da terra una scheggia e da allora la teneva in tasca durante le partite della Nazionale. Come portafortuna.

La seconda scaramanzia era legata al biglietto ferroviario per l’Inghilterra. Pozzo l’aveva ricevuto in dono da un familiare, ma non volle mai dire da chi né perché lo ritenesse un amuleto. Resta il fatto che non lo utilizzò mai. Fu una partita aspra, combattuta allo stremo dal primo all’ultimo minuto. Il leggendario Zamora dimostrò di essere davvero il portiere più bravo del mondo e l’Italia sarebbe stata eliminata se l’arbitro Eklind non le avesse dato una mano. Questo Eklind era stato scelto da Mussolini in persona e l’intervento del Duce si dimostrò provvidenziale a pochi minuti dalla fine, quando con la Spagna in vantaggio per 1-0 Eklind finse di non vedere una carica di Meazza ai danni proprio di Zamora che venne sbattuto a terra e, cadendo, perse il pallone che venne messo in porta da Ferrari: 1-1, tempi supplementari senza gol e ripetizione della partita il giorno dopo. Ancora non era contemplata la regola dei calci di rigore.

Ed ecco di nuovo Mussolini in campo. Con la grinta e la determinazione di un vero centravanti.  Di sfondamento. Ammirato dalla bravura di Zamora, il duce mandò due persone negli spogliatoi della Spagna a “suggerire” che il giorno dopo il portiere non scendesse in campo. Come abbiano fatto i due emissari del Duce a convincere l’allenatore spagnolo non è detto, ma di fatto il giorno dopo Zamora non c’era, avendo lamentato uno strano strappo alla schiena. La partita risultò combattuta quanto quella del giorno prima e ci furono, come il giorno prima, dei dubbi anche sulla regolarità del gol di Meazza che decise la partita. In ogni caso l’Italia vinse 1-0 e approdò in semifinale.

L’aspettava l’Austria di Mathias Sindelar, detto “cartavelina” e anche “il Mozart del pallone”. Mathias Sindelar aveva 31 anni, sette più di Meazza. I due erano considerati, con il brasiliano Leonidas e l’ungherese Sarosi, i calciatori più bravi del mondo.  Sindelar era un attaccante, uno che segnava sempre. Perché non segnasse bisogna abbatterlo. Ed è proprio quello che fece Luisito Monti, il rude difensore italiano. Monti era nato a Buenos Aires, aveva addirittura giocato con la maglia dell’Argentina i Mondiali del 1930 classificandosi al secondo posto dietro l’Uruguay. Adesso però giocava nella Juventus e aveva acquisito la cittadinanza italiana, visto che i genitori erano nati in Romagna. Era il classico oriundo.

Il suo fisico faceva impressione. Basti dire che il soprannome che si portava appresso era quello di  doble ancho, ovvero “armadio a due ante”. In più, Monti non era certo il classico “gigante buono”. Tutt’altro. Fu lui, dunque, il 3 giugno1934, a Milano, a occuparsi di Sindelar. E lo fece nel più deciso dei modi. Grazie anche alle “terrificanti rudezze” di Luisito Monti l’Italia sconfisse l’Austria. Il gol pure stavolta fece discutere. Lo segnò Guaita dopo che Meazza aveva caricato irregolarmente il portiere. La stessa azione del gol alla Spagna. L’arbitro disse che andava tutto bene e l’Italia approdò alla finale che avrebbe giocato contro la Cecoslovacchia. L’allenatore austriaco, il già citato Hugo Maisl, non fece commenti. Quello che doveva dire l’aveva detto prima della partita: “Temo l’Italia ma temo ancora di più l’arbitro”. A cose fatte non ebbe più niente da aggiungere. La finale era in programma il 10 giugno a Roma, alle 17.30. Il Paese andò in fibrillazione. Mussolini era il più gasato di tutti. Pensava soltanto alla vittoria. Non nutriva la minima incertezza. La voleva con tutte le sue forze e, tanto per essere chiaro, scrisse una lettera ai giocatori, in cui diceva “Siete gli artefici del vostro destino. Se vincete bene, se perdete, che Dio voi aiuti!”. Il messaggio era chiarissimo.

Ma Mussolini ancora non si sentiva tranquillo. Doveva mettere a punto un altro dettaglio: l’arbitraggio.  Decise che la finale dovesse essere affidata ancora allo svedese Eklind, quello che aveva favorito la vittoria sulla Spagna. Eklind era fidato. Talmente fidato da salire in tribuna d’onore prima della partita a rendere omaggio alle autorità fasciste. Mussolini gli sorrise soddisfatto. Forse i due si scambiarono un occhiolino di intesa. Ma stavolta, a onor del vero, non ci fu bisogno dell’aiuto arbitrale. L’Italia vinse con pieno merito.

La finale venne raccontata in diretta per radio. Non c’era ancora la RAI, ma l’EIAR. La voce, splendida, era quella morbida e trascinante di Niccolò Carosio, un palermitano con padre genovese e madre inglese che per oltre trent’anni è stato il cantore delle gesta della Nazionale.  Era un grande trascinatore, Carosio. Sapeva trasmettere passione e sentimenti, riusciva magicamente a trasferire nelle case degli italiani l’atmosfera dello stadio. Portò la disperazione a 14 minuti dalla fine, quando il Cecoslovacco Puc battè Combi: 1-0 per  i nostri avversari e lo spettro della sconfitta. Ma poco dopo Carosio trasmise la gioia quando urlò al microfono il pareggio segnato da Orsi.  Si andò così ai tempi supplementari e al 95° minuto arrivò l’ultimo hurrà: gol di Schiavio e Italia diventerà campione del mondo.Questo avveniva esattamente 80 anni fa. La formazione azzurra era la seguente: Combi, Monzeglio, Allemandi, Ferraris, Monti, Bertolini, Guaita, Meazza, Schiavio, Ferrari, Orsi.

Aldilà delle polemiche sugli arbitri e sulle interferenze di Mussolini, a questi undici uomini va, ancora oggi, il grazie di chi ama il calcio. Quello del 1934 è stato il primo Mondiale vinto dall’Italia.  Un altro arriverà quattro anni dopo, nel1938 inFrancia, il terzo nel1982 inSpagna, il quarto nel2006 inGermania. Tutte vittorie conquistate in Europa. Ora sarebbe  bello vincere il Mondiale in un altro continente. In Brasile.

In bocca al lupo, ragazzi.

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