Terzo tempo in carcere

Sabato 7 giugno, ore 10, kick off tra l'As Rugby Milano e i Barbari Bollate per una partita vera dopo 14 mesi di pratica con l’ovale e le sue regole grazie a Sergio Carnovali e Federico Pozzi, i due coach

Da una parte una squadra neopromossa in Serie A, dall’altra gente di ogni cultura, religione e “reparto” che si è guadagnata il diritto di giocare. Le squadre sono l’As Rugby Milano e i Barbari Bollate; lo sport è il rugby, non nuovo a esperimenti del genere: ci si passa l’ovale dietro le sbarre anche a Napoli, a Torino e nel vicino Beccaria, il carcere minorile. È dal marzo 2013 che ogni lunedì si porta avanti il progetto “Rugby Bol“, le cui coordinate sono il divertimento, il confrontarsi sui temi della lealtà, del rispetto, della disciplina per creare una vera e propria squadra. Tra gente che ha commesso crimini – anche indicibili – compiuto rapine, organizzato truffe. Per fortuna, con una maglia da gioco e le scarpe con i tacchetti, si torna a essere persone. E di diverso rimangono solo l’età, i natali, le esperienze di sport in gioventù.

A coordinare questo “ritrovo del lunedì” una vecchia conoscenza del rugby italiano, Sergio Carnovali, già impegnato al Beccaria, maestro di vita di generazioni di rugbisti meneghini e rodensi (nel senso di Rho, dove c’è la Fiera). E il suo discepolo, Federico Pozzi, capace di mettere insieme ogni settimana un manipolo di volontari, tutti biancorossi del Milano, che affrontano i vari controlli, superano porte e portoni, salutano un numero imprecisato di guardie e si ritrovano, come fosse il bar, con i compagni del rugby. Che arrivano alla spicciolata, chi fumando, chi chiacchierando, salutando a loro volta i “secondini”. Perché la Casa di Reclusione di Bollate è molto distante dall’idea di carcere trasmessa da film e televisione. Più che rinchiudere, accoglie. Più che riabilitare, fa camminare, anzi correre.

Con ovvi distinguo, nelle ore diurne i detenuti sono infatti liberi di circolare per i vari reparti, seguire i corsi, salutare gli amici, perfino lavorare e laurearsi. Una volta, prima di Natale, un ospite è venuto a fare gli auguri a Sergio e Federico, scusandosi per l’assenza: l’avevano assunto in un call center di una nota azienda di telefonia e gli orari non gli permettevano di allenarsi a rugby. Dopo pacche e strette di mano, giocatori e volontari sono ormai mischiati, è dura riconoscerli. E compatti, dopo gli ok del caso, si avviano al campo. L’itinerario costeggia le alte mura ma non si vedono torrette minacciose o fucili spianati, piuttosto cavalli. Sì, cavalli, e in gran numero; molti dei quali sottratti alla criminalità organizzata. Poi, dopo un orto di sapori e uno di specialità mediterranee, ecco spuntare un altro “gruppo del lunedì”. Si tratta di maratoneti, o più modestamente di runner, dato che42 km dentro Bollate è dura macinarli. Rallentano, salutano, alcuni si alternano tra ovale e corsa, sembrano amici incontrati per caso. E in fondo è proprio così.

Il campo è poco più in là, rialzato come su un terrapieno e adagiato a un angolo delle mura. È bello, verde, dotato di porte (da calcio) e panchine. In lontananza, sull’altro lato corto, il reparto dei detenuti per crimini sessuali. È la classica curiosità per i nuovi volontari. Prima dell’ovale, una premessa a cura di Sergio e Federico. Poi le necessarie presentazioni. Infine dieci flessioni, che sono come l’appello a scuola: si fanno e basta. Poi, finalmente, i vari giochi con la palla, per scaldarsi, riconoscersi come squadra, fare fiato. E se l’antipasto cambia, il piatto principale è sempre quello: partitella. Si inizia con un “toccato”: è sempre rugby ma per fermare l’avversario basta toccarlo. All’inizio è divertente, perché eludere è da estrosi, ma i meno agili scalpitano e in poco tempo arriva l’ok di Sergio: «adesso si placca». È tutto qui il gioco: fronteggiarsi ad armi pari, se mi butti giù, ci riprovo. Se passo ho vinto io.

La differenza tra volontari e “ospiti” evapora, come il ricordo delle mura, della cella, ma anche della fidanzata a casa, della vita normale, del bollo della macchina. Poi, sudati e stanchi, è tempo degli abbracci, dei rispettivi grazie, del raccontarsi un po’ sulla strada del ritorno. Per alcuni è lì accanto, «nel palazzo là in fondo, vedi?», per altri in una casa qualsiasi, nei dintorni di Milano. Per 14 mesi, ogni lunedì, questo è stato il menu. Bello e buono, vien da dire. Ma manca sempre il dessert, che nel rugby è il terzo tempo. Per ottenerlo non basta un allenamento, ci vuole una partita, una partita vera. Con avversari veri, e magari un fischietto, anche quello vero. Ecco, sabato a Bollate c’è in palio proprio questo, la prima partita della storia per il Rugby Barbari Bollate. Alle 10 affrontano l’As Rugby Milano, appena promossa in Serie A. Beati loro.

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