Jonny Wilkinson, il re del drop

Oggi con il Tolone, in palio il titolo in Francia, dopo aver vinto la Heineken Cup si congeda dal rugby giocato il rugbista più celebre degli ultimi quindici anni, l’uomo che con una magìa delle sue ha regalato un Mondiale all’Inghilterra dopo quello vinto di calcio 1966

Due partite, due finali a cavallo del 35° compleanno: sabato scorso a Cardiff, Tolone-Saracens per la Champions che nel rugby si chiama Heineken Cup (vinta, la seconda di seguito, con un suo mirabile drop); oggi, a Parigi, Tolone-Castres per il titolo francese, lo scudo di Brenno. Poi, l’addio alle armi di Jonny Wilkinson. Facile dire: è già nel mito. No, è solo nella storia. Sul Guardian un’ode a Jonny, una mente lucida, un piede sapiente e uno stile nitido che ci hanno accompagnato in questi quindici anni, che hanno costruito quel che oggi frettolosamente viene etichettato “mito”. Bonnie Prince Jonny è l’uomo che visse una, due, tre volte, che decise un Mondiale con una parabola da implacabile Grande Berta, il placcatore senza paura che ha subito le maledizioni della zingara romena portatrice di ogni pena o, citando Shakespeare, gli strali della sorte, e se li è lasciati alle spalle. Il carattere è tutto, ed è inutile rievocare il tempo in cui dopo aver sbrigato in pochi bocconi il pranzo di Natale con sconcerto di mamma Pippa, andava al campo a piazzare il pallone su ogni verticale, anche la più angolata, per cercare la strada che porta in mezzo ai pali. Esiste un filmato in cui Jonny infila l’ovale calciandolo da dove nel calcio si batte il calcio d’angolo. Una mirabilia balistica.

Nato nella seconda luna di maggio come il principe Gotthama, Jonny si è avvicinato al buddhismo nell’estate del 2008. “Non sapevo cosa fosse la felicità, ero oppresso dal senso del fallimento e non sapevo come liberarmi dalla forza distruttiva che sentivo dentro di me. L’obiettivo continuo della performance mi rendeva miserevole. Ora ho la consapevolezza che la morte non si può battere, ma possiedo la serenità di questa presa di coscienza e mi sento libero dall’ego e dalle vanità”.

Non resta che sedere sotto il sacro albero di mango e avrete la rivelazione, l’illuminazione: Jonny deve essere dolcemente adorato, senza isterie. Wilkinson condivide gli stessi precetti morali abbracciati da Richard Gere, da Angelina Jolie, da Keanu Reeves, da Tiger Woods (che deve averli accantonati) e quasi undici anni fa ha saputo racchiudere tutto un Mondiale dentro un drop, ha superato infortuni che per altri, tanti altri, sarebbero stati tristi e finali, si è reincarnato nel giocatore del Tolone, dopo aver servito per lunghi anni nei Newcastle Falcons: della costa mediterranea porta addosso l’abbronzatura e un francese perfetto.

È l’Enrico V del rugby anche se di lui non si conoscono orazioni tenute nei giorni dei santi Crispino e Crispiano, è il perfezionista che ha cercato e trovato nuove consapevolezze, che ha sofferto e superato gli inganni e i trabocchetti del destino, che a 35 anni ha storie da raccontare quante ne aveva Sherazade seduta di fronte al califfo. Sale la tentazione di renderlo per record e per numeri (in sintesi scheletrica, 5.000 punti), come fosse un macchinario antropomorfo, un automa che sa calcolare perfettamente il pendolo della gamba, la forza di impatto, l’equazione potenza-distanza- velocità del vento all’altezza raggiunta dall’ovale, l’ampiezza dell’angolo a disposizione: ha studiato anche fisica e quella dei quanti gli ha rivelato il magnifico ordine dell’universo. “Ma non crediate possa diventare un nuovo Stephen Hawking”.

La realtà e la storia dicono che è, da quel 22 novembre 2003, da quel calcio di rimbalzo al 12’ del secondo tempo supplementare – che condannò l’Australia e che ridiede all’Inghilterra un titolo del mondo a squadre a 37 anni dal 30 luglio 1966, il giorno che appartiene a quei buonanima di Bobby Moore, a Geoff Hurst, a Alf Ramsey – il giocatore più amato, dotato di doppia laurea honoris causa attribuitegli dall’università di Guildford (è nato in Surrey e la contea natia doveva in qualche modo sdebitarsi) e da quella della Northumbria, e di un titolo (Order of British Empire) concessogli da Elisabetta II dopo il trionfo consumato a Sydney dalla squadra guidata dallo stratega Clive Woodward e in campo da Martin Johnson, figlio di un’altra Inghilterra, plebea e decisa nei modi. Nel lungo viaggio di ritorno e nel trionfo sul bus scoperto che solcò il centro di Londra, eccessi birrosi e alcolici di ogni tipo. “E ora, dove pisciamo?”, domandò Jason Leonard mentre l’udienza a Buckingham Palace si avvicinava. “Nelle bottiglie vuote”, rispose il coro. Jonny, in disparte, era lucido come in quell’attimo decisivo, prima del passaggio di Mike Catt.

“Biondo era, e di gentile aspetto”, dice Dante di Manfredi. Per Jonny (nome per esteso, Jonathan) necessario aggiungere anche l’aggettivo dell’ardimento. Forse il più grande calciatore di punizioni, di trasformazioni, di drop, ma anche un meraviglioso lottatore, un collezionista di placcaggi duri. In un rugby di colossi ricoperti di muscolature cresciute troppo in fretta, Wilkinson può mettere davanti al metro e sulla bilancia misure normali (1,78 per 88), per confermare che la testa – e quel che c’è dentro – ha ancora il suo peso, la sua importanza, il suo primato. E in questo caso è bene ricorrere alle cifre: con lui in campo, l’Inghilterra ha vinto il 74% delle partite giocate, senza di lui il 47%. Si gioca in 15, si vince in 15, ma se c’è lui, è meglio. Lo hanno capito anche a Tolone, nel suo lungo meriggio.

Per capirlo sino in fondo, necessario tornare al Mondiale 2007 quando una Rosa che si presentava da squadra campione in carica ma senza lo straccio di una chance di arrivare lontano, finì per approdare alla finale consumando indimenticabili miracoli con Australia e Francia e cedendo solo agli Springboks sudafricani. C’era lui, Wilko, che aveva consumato un esilio di 1169 giorni dalla maglia bianca per accidenti ai legamenti del ginocchio, a un braccio, a una spalla, a un rene senza mai neppure pensare di alzare  bandiera bianca. “Non mi arrenderò mai”, proprio come Winston Churchill. Con un paio di differenze: Wilkinson non ha mai fumato un Havana, non ha mai assaggiato un brandy. Ora, farewell perché, come dicono i francesi, tutto passa. Senza esser dimenticato.

di Giorgio Cimbrico

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