Lo Zoncolan farà vittime designate

Dopo la cronoscalata che ha reso evidenti i valori in campo – uno strepitoso Fabio Aru rende comunque a Quintana altri 17 secondi – il distacco del sardo da Uran è ben difficilmente colmabile. A meno di sussulti prima della salita, un moloch che livella ogni ambizione

Montecampione e quell’assolo in salita, domenica scorsa, era solo un assaggio, il vero Fabio Aru si è visto oggi nella cronoscalata a Cima Grappa, dove a uno straordinario Nairo Quintana, che in salita pare in moto, ha reso soltanto 17 secondi. E qualche spicciolo gliel’ha fatto perdere la stupidità di coloro che si aprivano solo all’ultimo al passaggio del sardo sulle rampe più toste della montagna che ha fatto più vittime nella Grande Guerra. In un paio di occasioni il cretinismo di alcuni ha fatto alzare ad Aru le mani dal manubrio, per allontanare i fanatici che volevano toccarlo. Non spingerlo, non ne aveva bisogno, ma dargli manate, che in quelle condizioni di tensione muscolare valgono scosse ad alto voltaggio. Il pubblico andrebbe rieducato, nell’impossibilità di transennare per intero le salite (mai una cattiva idea, per altro).

Il verdetto della cronoscalata è chirurgico: se la giocano in cinque ma i distacchi sono, a parte i primi due, senza scampo. Basta un’occhiata alla classifica di stasera per avvertire che il Giro ha un padrone incontrastato, Quintana, e le ultime cartucce per il podio se le giocano Uran, Aru e Rolland. Il francese non finisce di stupire, pur dichiarandosi poco attrezzato a cronometro, ma a questo punto del Giro, a due tappe dalla fine, valgono anche gli spiccioli (di energia). Conta chi ne ha, alcuni sono in riserva, si salvano per solo orgoglio.

Il verdetto è semplice: Quintana è ancora fresco, pimpante come Aru, gli altri in classifica sono in calo. Possono – Pozzovivo ed Evans – esibire coraggio, ma Rigoberto Uran va spesso in difficoltà, oggi si è salvato di mestiere. Per i sardi che tifano compostamente, solo una speranza

L’unico quesito possibile è quanto valgono i 41”che dividono Aru dal secondo posto, dalla posizione occupata dal rivale colombiano? Un’eternità, a meno che la tappa di domani, che presenta terreno adatto a sussulti ben prima dello Zoncolan, moloch sempre arcigno, produca imprevedibili scossoni. Pensare che lo Zoncolan possa fare domani grandi differenze è discorso che riguarda quelli che arriveranno quando i primi saranno già in albergo. I distacchi “con la sveglia”, un tempo si diceva così, riguardano chi è in debito da giorni e domani pagherà.

Lo Zoncolan evoca, come tutte le rampe troppe ostiche per partire da lontano, ai piedi della salita – il Mortirolo è della stessa razza – atteggiamenti riflessivi. Non parsimoniosi. Il ricordo va a una delle imprese tentate da Marco Pantani a fine carriera, quando nel Giro 2003 Gilberto Simoni in maglia rosa vinse sullo Zoncolan accelerando nel finale. Il Pirata era con lui e non riuscì a tenerne il passo, finì quinto in cima. Delusissimo, andava forte ma non come un tempo. Il peggio, giorni dopo, nella tappa della Val Toce, con il Pirata proteso in avanti e la maglia rosa Simoni, che non aveva alcun timore di perderla, furioso a inseguire, a recuperare il gap. Un’inutile punizione, dettata dal rancore, di quando Pantani lo vedevano solo all’arrivo. Per fargliela pagare.

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