Anche domani Giro di Colombia?

Dopo l’ennesimo exploit andino, stavolta con Arredondo, la cronoscalata a Cima Grappa propone la sfida all’ultima pedalata fra Quintana e Uran, con Pozzovivo terzo incomodo (e Aru non lontano)


Molto colombiano, forse troppo, il Giro d’Italia 2014. Lasciando perdere i primi due in classifica, Quintana e Uran, ci tocca anche annotare Julian Arredondo, colombiano lui pure, primo e solo sull’inedita salita del Rifugio Panarotta, dopo esser stato in gita tutto il giorno con altri 14 in libera uscita nella tappa n. 18. Tra questi Ivan Basso, che mette in campo l’orgoglio senza che le gambe lo assecondino. Ben lontano dal vincitore, settimo all’arrivo, il varesino quest’anno conosce solo patimenti. L’unica soddisfazione in chiave tricolore viene da Fabio Aru, brillantissimo nell’estremo finale di tappa, capace di mettere i migliori alla frusta. L’isolano si è prodotto in due allunghi brucianti, il primo rintuzzato da Uran e Quintana, il secondo andato a segno. Aru ha rosicchiato tre secondi alla maglia rosa e sei a Uran, ma dato che Evans oggi è saltato, il bilancio è ottimale: Aru è risalito al quarto posto in classifica generale con lo stesso tempo di Majka.

Domenico Pozzovivo si è difeso, potrebbe essere domani la sorpresa di giornata, visto che è di scena la cronoscalata, terreno che si presta ai pesi leggeri come il lucano, ma anche trampolino di lancio per i colombiani, pur non agevolati nel tratto iniziale. Il menu propone 9 chilometri filanti che in parte penalizzeranno Quintana e agevoleranno Uran, più consistente sul passo, poi 19 km a salire senza scampo, dove molti si provvederanno di una seconda bici, più adatta alle pendenze, con tratti al 14%. Si annuncia un duello rusticano fra i due colombiani, con Pozzovivo terzo incomodo. Solo una foratura o un incidente meccanico potrebbero vivacizzare un copione già scontato: non si vede come Quintana possa perdere questo Giro, che solo per altri è tutti i giorni in salita. Aru è l’incognita, auguriamoci che non perda troppo dai rivali.

La cronoscalata è un’invenzione del 1937, artefice Armando Cougnet, gran patron di quegli anni che nell’intento di vivacizzare il Giro stabilì di valorizzare la montagna dei romani, il Terminillo, con partenza da Rieti e ascesa non superiore ai 20 chilometri. La prima volta vinse Gino Bartali, che in salita, è noto, ci sapeva fare. Nulla di casuale nella scelta di Cougnet: il Terminillo era la montagna cara a Mussolini e così, guarda caso, per altri due anni la cronoscalata da Rieti al Terminillo fu inserita nel menu del Giro. In entrambi le occasioni dominò Giovanni Galetti, che vinse anche i due Giri, quello del ’38 e quello del ’39. Curioso caso Galetti, quasi nessuno lo ricorda pur essendo stato un grandissimo alla fine degli anni Trenta.

Il meglio, dal punto di vista dello stoicismo, non certo del gesto tecnico, lo ha comunque offerto Fiorenzo Magni, nella celebre cronoscalata al San Luca, sopra Bologna, nel Giro del 1956. Il toscano l’affrontò con la clavicola fratturata stringendo tra i denti una camera d’aria legata al manubrio: gli serviva per non coinvolgere troppo la spalla e usare la testa o forse per dimenticare dolori lancinanti. Lui ne raccontava come se fosse normale, un’esperienza come altre. In realtà un’esibizione da fachiro.

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