Piacenza, città che rincuora

Dispone di 300 defibrillatori (distribuiti tra scuole, impianti sportivi, auto della polizia e dei carabinieri, biciclette dei vigili urbani, alcuni bar e condomini), apparecchi dal costo non proibitivo, 1.500 euro nella versione portatile. Hanno consentito di salvare non meno di 80 persone colte da attacchi cardiaci negli ultimi cinque anni.

Sabato 14 aprile 2012 si ricorderà a lungo per il decesso di Piermario Morosini colto da arresto cardiaco mentre giocava con il suo Livorno sul campo del Pescara. Nessuno saprà mai, a meno di clamorose svolte giudiziarie, se il ragazzo del Livorno avrebbe potuto essere salvato. Si ricordano le molte polemiche legate ai soccorsi, ritardati da un’auto della polizia municipale che impediva l’ingresso dell’ambulanza nello stadio, ma anche l’impossibilità, aldilà del massaggio cardiaco, di tentare il salvataggio con un defibrillatore.

Pochi minuti dopo la tragedia Daniela Aschieri, cardiologo di Piacenza, in collegamento telefonico con Tutto il calcio minuto per minuto si affannava a ribadire la necessità di dotare gli impianti sportivi di un defibrillatore. La Aschieri è presidente dell’associazione Progetto Vita, in materia è ferratissima. Di lì a poco, incredibile coincidenza, sul campo piacentino della Vittorino da Feltre un amatore quarantenne crollava esanime. Pareva la replica di quanto accaduto a Morosini, ma a Piacenza il salvavita era pronto all’uso e, dopo sette scariche, il cuore dell’anonimo giocatore riprendeva a battere.

A Piacenza il defibrillatore è di casa, la sua tecnologia portatile ha trovato, ai confini tra Emilia-Romagna e Lombardia, il suo massimo sviluppo. In città sono disponibili trecento apparecchi per defibrillare, distribuiti tra scuole, impianti sportivi, auto della polizia e dei carabinieri, biciclette dei vigili urbani: ve ne sono anche in alcuni bar e persino in un paio di condomini.

Il costo di un defibrillatore, modello portatile, è contenuto:  1.500 euro, IVA inclusa. A Piacenza hanno calcolato 80 salvataggi resi possibili negli ultimi cinque anni, in città. C’è di più, come riferisce il condirettore di CORRERE, Daniele Menarini, dal 21 aprile, il sabato successivo alla tragedia di Morosini, anche l’argine del Po, dove i podisti piacentini hanno a disposizione 4 percorsi misurati (uno di 500 metri, uno di 3,1 chilometri, un terzo di 3,8 e un altro di 7,4), è dotato di tre defibrillatori. Tre apparecchi salvavita donati alla città e posizionati nel tratto compreso tra la caserma del Genio Pontieri e la chiesa di Camposanto Vecchio, a disposizione di chiunque sia testimone o si trovi nella necessità di soccorrere una persona colta da arresto cardiaco lungo l’argine, in attesa dell’arrivo del pronto intervento.

La donazione ha dato vita a una festa sul fiume denominata “Arginiamo il cuore” con iniziative per adulti e bambini. Il gruppo sportivo della Polizia municipale ha organizzato una camminata con partenza da Roncaglia, nel corso della quale i tre defibrillatori sono stati posizionati in apposite teche termoregolate. Alcuni istruttori erano a disposizione dei cittadini per insegnare come si usano questi strumenti di soccorso.

Battaglia nella battaglia, c’è pure la richiesta dei volontari piacentini che chiedono di liberalizzare il defibrillatore. In proposito, gli istruttori hanno rilasciato un tesserino-attestato che testimonia la partecipazione all’iniziativa. La tessera riporta l’art. 54 del Codice penale, là dove si dice che lo stato di necessità esenta da ipotesi di reato: “Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile”.

Il defibrillatore, infatti, è uno strumento che non “responsabilizza” l’utente per le conseguenze dell’intervento. L’operatore occasionale non deve far altro che svestire la persona da soccorrere e posizionare gli elettrodi sul petto. L’apparecchio è in grado di eseguire autonomamente l’anamnesi, in base alla quale potrà decidere se attivarsi o meno. L’operatore interviene solo se, ad anamnesi eseguita, vedesse accendersi il pulsante “schiaccia”.

Uno dei promotori di questa iniziativa è Dino Groppelli, maratoneta per i colori del Ginnic Club Piacenza, volontario del 118 e membro di Progetto Vita, che assieme alla moglie, Maria Bonetti, la scorsa estate ha promosso una sorta di anteprima di quanto si è fatto a Piacenza, proponendo al comune di Borno (BR), in Valcamonica, dove trascorre da anni le vacanze, di dotarsi di un defibrillatore portatile.  «L’idea – spiega Dino – era di esportare una sofisticata tecnologia da anni sperimentata con grande successo a Piacenza, dove inizialmente è nata, per poi essere successivamente sviluppata in tutte le parti d’Italia e del mondo. L’utilità è ancora maggiore nei piccoli centri di montagna, dove magari, come a Borno, non c’è l’ospedale e l’ambulanza più vicina impiega 25 minuti per intervenire».

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