Manlio, tante vite in una (molto breve)

Il 25 aprile ricordiamo il partigiano Gelsomini, dapprima velocista di successo, emblema del fascismo, poi rugbista per passione, infine medico generoso. Finirà trucidato, a 37 anni, alle Fosse Ardeatine

A 14 anni ha in tasca la tessera del partito fascista. La gioventù infiamma gli animi, l’istinto non conosce ragione. È il 1921, Manlio Gelsomini è uno della prima ora. Corre veloce il romano che abita a un passo dalla casa del Duce, dapprima titoli laziali poi la nazionale. Nel 1927 ha l’onore di parlare davanti a S.E. Augusto Turati, il segretario del Partito nazionale fascista che subentrò a Farinacci dopo il delitto Matteotti. Manlio vive di corsa, in ogni senso, innamorato della distanza che lo affascina, i 100 metri piani, non già i 200 o i 400 per i quali i tecnici vorrebbero almeno dei test, anzi dei cimenti. In partenza è lento poi affina questo fondamentale e si migliora sino agli 11 secondi netti. Nel 1930 sarà l’alfiere della Nazionale a Basilea. Grandi applausi, cui segue l’arruolamento nel 79° Battaglione Camicie nere, che lo vedrà capitano. Nessuna incertezza, sin lì: un fascista encomiabile.

Dopo la lunga parentesi in atletica scopre il rugby, nuovo amore e soprattutto gli studi di medicina, che lo vedono protagonista attento e generoso. Una nuova vita, quella di medico, dedicata agli altri, senza badare al tornaconto. Dapprima Manlio presta la sua opera al Policlinico Umberto I, poi in un ambulatorio in piazza dell’Immacolata, a San Lorenzo. Come assistente tirocinante lo affianca Giorgio Piperno, un ebreo molto ingombrante dopo la pubblicazione de  «Il Manifesto della Razza», tanto che Gelsomini ne fa le spese. Viene sospeso «precauzionalmente dal grado» poi cancellato dall’elenco dei medici chirurghi della Guida Monaci. È il 1942, il dottor Manlio Gelsomini non è più un fascista. Ricorderà in un diario, custodito nel Museo storico della Liberazione a Roma: «Non sono nato per una vita facile, io. Amo l’imprevisto e nell’assurdo trovo spesso la ragione filosofica del mio pensiero… Vado verso l’ignoto con la sete di voler sapere. Rischio il tutto per tutto».

Le passioni giovanili, il suo credo un tempo granitico sono svaniti nella consapevolezza del disastro cui va incontro il Paese. Dall’8 settembre 1943 contrasterà i nazifascisti, nasce allora la «banda Gelsomini». Fra i partigiani c’è anche don Domenico Antonazzi, uno dei preti della Resistenza, c’è Pasini, un romagnolo, c’è Maria Teresa Anselmi, la figlia di un vecchio socialista. Sabotaggi, attacchi contro colonne militari naziste, le informazioni da passare agli Alleati: Manlio è diventato il comandante Fiamma, Ruggero Fiamma. Lo perderà una soffiata di un collaborazionista delle SS, finirà dapprima torturato in via Tasso e poi trucidato, il 24 marzo 1944, alle Fosse ardeatine.

Delle vicende di Manlio Gelsomini si è occupato Valerio Piccioni, giornalista a tutto tondo, che lo ha ricordato in un volume che ricostruisce puntualmente la sua storia. S’intitola Campione partigiano (Edizioni Gruppo Abele, pagg. 174, euro 14,00) e si avvale di una narrazione asciutta, in cui passato e presente si rincorrono, fra ricordi immaginati e vita reale, ricostruzioni storiche e felici ipotesi per riandare a quei giorni cupi che precedettero la fine di Manlio. Eroe suo malgrado, come capita.

Chi lo ricorda medico, chi atleta di livello, chi rugbista. Chi, ovviamente, ne rammenta il solo nome di battaglia: per l’Anpi è il comandante Fiamma. Sono quattro le lapidi che lo celebrano a Roma, la sua città, oltre a una grande strada che da piazza Albania raggiunge via Marmorata, al Testaccio.

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