L’uomo che anticipava gli arbitri

Senza gloriarsi Mario Pennacchia, giornalista ben oltre gli ottanta, racconta in un volume ricchissimo “60 anni di sport tra campioni, miti, intrighi e follie”. Tutte storie autentiche a pro di chi non c’era

Le designazioni degli arbitri, sin dal 1931 comunicate soltanto la domenica allo stadio poco prima delle formazioni delle squadre, dal 1958 furono anticipate alla vigilia delle partite, di sabato pomeriggio. Nel marzo del 1973, quattro giorni prima del derby torinese, il direttore di Tuttosport, Piero Dardanello chiese a Mario Pennacchia, della redazione romana, di scoprire quale “fischietto”  – allora si diceva così – sarebbe stato chiamato a dirigere quel derby. Pennacchia, che sapeva di “giacchette nere” – sinonimo di arbitro – a livello di Lega regionale laziale, s’industriò circoscrivendo a sette, gli internazionali, la rosa dei papabili. Dopodiché “la ricerca fu breve: esaminati i derby già diretti da ognuno, accertati i turni di quanti erano andati in campo e di quanti avevano riposato la domenica precedente, valutate le polemiche non ancora sopite, considerati gli altri vari motivi plausibili che portavano all’esclusione dell’uno o dell’altro, rivisti i calcoli da tutte le angolazioni, rimaneva la sola candidatura di Paolo Toselli di Cormons”.

Mario Pennacchia gli telefonò per strappagli una conferma, ma l’altro negò precisando che quella domenica l’avrebbe trascorsa in gita aziendale. E Pennacchia lo rassicurò: “Non ho bisogno di conferma perché sono sicuro che la meta della tua gita aziendale domenica sarà Torino. Perciò, in bocca al lupo”.

Al direttore Dardanello, che ben conosceva la serietà di Pennacchia, non parve vero di sparare la designazione di Tosello in prima pagina e da quel momento ogni mercoledì il buon Mario fu chiamato a stabilire le designazioni più complicate, mettendosi nella testa di Ferrari Aggradi, Righetti e D’Agostini, i tre dirigenti dell’AIA chiamati alle scelte, peraltro attaccati aspramente dai giornali concorrenti, non solo dagli sportivi, che pensavano a favoritismi e adombravano persino dei riusciti episodi di corruzione. Tutto questo mentre Pennacchia definiva i suoi pronostici arbitrali idendoci su, chiamandoli a”arbitrari”. Tra amici gli chiamava “indovinelli”. In realtà erano rebus destinati ai solutori più che abili come lui. Inventò un genere di giornalismo investigativo che agevolò il suo ritorno a La Gazzetta dello Sport, dove aveva lavorato alla fine degli anni Quaranta, e la soddisfazione dei “non se ne parla, lasciate perdere” di Gino Palumbo, direttore della “rosea” nel 1979. Così rispondeva alle pressioni dei vertici federali che gli chiedevano di rinunciare alle designazioni arbitrali anticipate perché “destabilizzanti”.

Fu allora che prese piede l’idea del sorteggio degli arbitri e mentre sembrava che Federcalcio e Lega aderissero all’ipotesi, nell’aprile del 1979 le società di serie A votarono contro il provvedimento preferendo le designazioni ragionate. L’anno dopo le designazioni furono anticipate al mercoledì per buona pace di tutti, anche se le polemiche non finirono. Era un  tema troppo delicato per arrivare a soluzione: “Il vittimismo e l’insofferenza indussero all’azzardo del sorteggio pilotato nel 1985, finchè non si tornò alla ragione: scelte riaffidate alla commissione e comunicate il venerdì”.

Quanto sin qui riportato tra virgolette fa parte di un lungo racconto di giornalismo, professione che Mario Pennacchia ha nobilitato per 60 anni e più. La storia che vi abbiamo proposto è solo un minuto esempio, senza alcun compiacimento, di una vicenda senza mai protagonismi, come si conviene agli “spettatori professionisti”, quali sono i giornalisti.

Il resto lo lasciamo a chi vorrà saperne di più, dei molti intervistati, di episodi vissuti in prima persona da Pennacchia, mai di seconda o terza mano. Come ben promette il titolo, tutte storie di campioni, miti, intrighi e follie raccontate da un testimone. Serio e attendibile.

 

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Sessant’anni fra campioni, miti, intrighi e follie – Mario Pennacchia (pagg. 408, euro 17 – Mursia Editore), con prefazione di Paolo Bonolis.

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