Paolo Rosi, molto meglio di Bogart

Un ricordo indelebile anche soltanto quel “Cova Cova Cova Cova Cova” di Atene ’82 che ci portiamo ancora dentro, di un telecronista che sapeva di sport. E molti non sanno quanto eccellesse nel rugby

Paolo Rosi aveva un naso importante e una voce che era meglio di quella di Humphrey Bogart. E dentro quel timbro c’erano magnifici aggettivi e non c’era mai l’isteria artificiale e artificiosa di tanti suoi colleghi (tra numerose virgolette) del nostro, povero tempo. Ricordando i suoi prossimi 90 anni – noi lo consideriamo sempre qui accanto, vivo e vivace, e fosse in servizio non sarebbe male – è necessario dire che non amava parlare d’età, di anno domini come lo chiamano gli inglesi. Un vezzo. Chi non ne ha? Paolo Rosi era anche un ostinato: una volta, su un aereo che andava da Lisbona a Milano, litigammo perché diceva che, data una quantità uguale di whisky da ingurgitare, lui che lo allungava con acqua ne beveva meno di me che lo preferivo e lo preferisco liscio.

Per via dei baffi che porto da sempre, Paolo mi chiamava “o turco”. “O turco, vai a chiamare Nebiolo così je famo di’ due stronzate”, mi diceva quando io lavoravo per la federazione di atletica e andavo a pescare il presidente su tribune d’onore, slalomeggiando tra reali e potenti, per portarlo in postazione.

Tanti posti con lui – persino Canberra, dove arrivammo suonati  – quando viaggiare era un piacere, quando la security non prendeva alla gola, quando sull’aereo c’erano le file per quelli che, spento il segnale luminoso, potevano accendersi la prima sigaretta. E le sigarette si ammucchiavano la sera, dopo cena, quando partiva il repertorio di quel che lui aveva visto, fatto, detto prima con la palla in mano, poi con il microfono davanti al naso e alla bocca.

“Dai, Paolo, raccontacela un’altra volta”. E lui, come il pianista di Casablanca, la raccontava un’altra volta: “Una finta a destra, una a sinistra e so’ entrato in mezzo ai pali”. E conveniva che era stata una gran meta, la prima di un italiano a Twickenham, quando gli inglesi pensavano che gli italiani ignorassero l’esistenza del più nobile dei palloni, quello ovale. E nel Resto d’Europa che nell’autunno del ’54 affrontò il Rosslyn Park per il 75° compleanno del club, qualcuno si ricordò di inviare una lettera a questo romano che spesso finiva la partita con i calzoncini puliti ma se gli davi la palla era un’iradiddio.

Rosi, l’ala azzurra: c’è una vecchia foto in bianco e nero di una vecchia sconfitta con i francesi, all’Olimpico e in primo piano c’è lui che prova a cercare (inutilmente) una breccia. Così, una decina d’anni dopo, quando andò a Grenoble a commentare quella che è passata alla storia come la Mala Pasqua del ‘63, era molto compreso nella parte e mise in palio i suoi gemelli (d’oro e ovali) destinati a chi avesse segnato una meta a quei dannati galletti. Li vinse Lolo Levorato ma la partita la vinsero i francesi, all’ultimo respiro, con un allungo letale di Christian Darrouy che tutti, anche lui, descrivevano come un levriero.

Paolo ha commentato di tutto – pugilato, atletica e anche un po’ di ciclismo – ma l’amore è rimasto appeso all’attaccapanni del rugby e in quella sfera bislunga trovava gli accenti più genuini, offriva i suoi memorabilia. “A dare ufficialità alll’evento è intervenuta Sua Maestà Elisabetta II che indossa una pelliccia di chinchilla e uno spericolato cappellino di paglia verde”, così introdusse il match che celebrava il 100° anniversario della Union gallese in un febbraio che a Cardiff era ovviamente “gelido”, così come a Murrayfield, il tempio ovale di Edinburgo, “il vento freddo delle Highlands spazza il prato e lo stadio è pieno del suono lamentoso delle cornamuse”.

Non inventava nulla, non iperbolizzava, non dava fiato ai luoghi comuni: era proprio così. Il rugby era il “dove bisogna spazzare tutto quel che è più alto dell’erba”, “lo sport che dà spazio a chi suona il pianoforte e a chi lo spinge”, il territorio di saghe come quella di Bobbie Deans che segnò la meta-non meta più famosa della storia per rivendicarla anche sul letto di morte.

Una chanson de geste: il corsivo è suo, così come la collezione di racconti che elargiva a chi tirava tardi per ascoltarlo. “Domando ad uno: dov’è il Madison Square Garden?”. E quello: “Vada alla Pennsylvania Station e prenda l’ascensore, terzo piano”. “E io mi dico: questo qua mi sta’ a pjià pe’ culo. Salgo, apro una porta e il primo che incontro è uno che sta portando via degli elefanti che barrivano. La sera Benvenuti affrontava Griffith, stavano montando il ring”.

Gli piaceva far vedere che non perdeva la calma e che dai maestri inglesi qualcosa aveva imparato in fatto di misura, di distacco. Però non era vero e quell’urlo che lanciò – “Venanzio Ortis” – in quella fredda sera praghese quando il furlan infilzò Ryffel e Fedotkin e divenne campione europeo dei 5000 va a braccetto con il “Cova, Cova, Cova, Cova, Cova” di Atene ’82, con “lo scintillio di azzurro” fatto balenare sull’ultima curva di Stoccarda prima che Stefano Mei lasciasse sul posto Totò Antibo e piegasse Alberto Cova con tre cambi di ritmo, con la commozione provata e trasmessa a Seul quando Gelindo Bordin raggiunse Salah Hussein per sorpassarlo dopo avergli rivolto un’occhiata beffarda. Fu la sua ultima telecronaca.

di Giorgio Cimbrico

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