“Hurricane” Carter non è morto invano

L’ex-pugile vittima di persecuzione per il colore della pelle e per i precedenti da piccolo delinquente, accusato di un triplice omicidio mai commesso, ha saputo riscattarsi una volta scarcerato


Rubin “Hurricane” Carter non ce l’ha fatta, ma ha resistito ben di più dei sei mesi che i medici gli avevano diagnosticato tre anni fa quando il tumore alla prostata che lo ha finito nei giorni scorsi l’aveva già ridotto un uomo senza futuro. Eppure l’ex-pugile sino a pochi mesi fa aveva commosso l’America dei giusti continuando a battersi per la sorte di chi negli Stati Uniti viene accusato senza prove, lui che da innocente aveva scontato 22 anni di reclusione per un delitto mai commesso. Perché i suoi precedenti di piccolo delinquente parlavano a suo sfavore. E una pecora nera non si smacchia mai, secondo alcuni.

Carter viene al mondo il 6 maggio 1937. Cresce a Paterson, New Jersey, in una famiglia numerosa (ha sei fratelli), ma ben presto finisce nei guai: appena compiuti i 14 anni gli si aprono le porte del riformatorio per aggressione e furto. Nel 1954 scappa e si arruola nell’esercito. Superato l’addestramento a Fort Jackson, Carolina del Sud, viene trasferito in Germania dove comincia a tirare di boxe. Non è un buon soldato e per quattro volte, in 21 mesi, finisce davanti alla Corte Marziale per insubordinazione: lo giudicano non idoneo al servizio e lo congedano nel 1956. Al ritorno in New Jersey lo arrestano e lo condannano per la fuga dal riformatorio. Sconta la pena (lieve) ma incorre subito in un altro incidente di percorso: aggredisce e rapina una donna di mezza età e ritrova subito il carcere del New Jersey che lo ospita sino al settembre 1961. Ne esce pronto per il lavoro che ha scoperto di amare: sa di essere un pugile destinato a diventare un campione.

Nonostante la statura relativa (1.70), Carter combatte da peso medio. Fisicamente è ben strutturato, ha tanta grinta e la esibisce sul ring. Gli avversari temono lo sguardo a fessura e la testa rasata li intimidisce. Presto il pubblico lo adotta. Nasce allora l’appellativo di Hurricane (uragano) che lo accompagnerò per tutta la breve carriera. Rubin mostra di sapere il fatto suo battendo avversari di valore: Holley Mims, Gomeo Brennan, Florentino Fernandez e George Bentos sono le sue credenziali del 1963, tanto che nel luglio di quell’anno la rivista Ring Magazine lo inserisce nella sua Top 10. Quell’anno annota quattro vittorie e due sconfitte, il colpaccio gli riesce il 20 dicembre, quando manda al tappeto, due volte nel primo round, Emile Griffith. Vince per knock out tecnico e il successo lo accredita come sfidante al titolo mondiale dei medi, detenuto da Joey Giardello. Il match si disputa a Philadelphia, Carter è in vantaggio ai punti ma i giudici all’unanimità ribaltano il verdetto. Un putiferio a bordo ring ma Carter non inoltra alcun reclamo.

Si demoralizza, nel 1965 perde quattro dei cinque incontri disputati. Poi il dramma che ne chiude la carriera: il 17 giugno 1966 presso il Lafayette Bar di Paterson, New Jersey, intorno alle 2,30 del mattino due uomini di colore entrano nel locale e sparano all’impazzata. Tre i morti, il solo sopravvissuto perde un occhio. Alfred Bello, noto criminale, è presente e avverte la polizia. Gli assassini sono, a suo dire, due uomini di colore che sono scesi da un’auto bianca. La macchina di Rubin Carter coincide con quella vista dai testimoni, al suo fianco un amico, John Artis. Li ferma la polizia e li porta sul luogo della strage. Nessuno prende le impronte digitali dei due e li sottopone al guanto di paraffina per capire se avessero sparato di recente. Li lasciano andare. In seguito la polizia trova nella macchina di Carter una pistola calibro 32 e dei proiettili per fucili calibro 12, lo stesso usato nell’eccidio. Alfred Bello supera l’esame della macchina della verità, viene considerato attendibile. In seguito Bello ritratta la testimonianza e Carter e Artis chiedono un nuovo processo, ma un giudice lo nega.

Solo la Corte Suprema concede un nuovo procedimento nel 1976, durante il quale Bello ritratta nuovamente e torna a sostenere la colpevolezza dei due. L’anno prima Bob Dylan aveva dedicato a Carter una bellissima canzone, dal titolo “Hurricane”. Carter e Artis vengono nuovamente condannati alla prigione a vita. Gli avvocati di Carter, dopo tre anni, si appellano alla Corte Federale. Nel 1988 i procuratori del New Jersey archiviano gli atti d’accusa originali, facendo quindi cadere tutte le accuse. A 48 anni Carter torna libero e inizia a occuparsi dell’associazione che si batte per le vittime incolpevoli e ingiustamente carcerate. Sarà l’unico impegno degli anni che gli restano da vivere. Nel 1999 un film con Denzel Washington racconta la sua storia: s’intitola Hurricane – Il grido dell’innocenza. L’Università di York, Canada, gli conferirà la laurea ad honorem in giurisprudenza. Rubin Carter non è vissuto invano. Ha saputo anche riscattarsi lottando per David McCallun, un innocente detenuto ormai da 30 anni.

 

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