Il ciclismo che non ti aspetti

Ne è interprete Marildo Yzeiraj, “albanese di Lecco”, 19 anni e riconosciute capacità in salita, con una storia di errori alle spalle che la bici contribuisce a far dimenticare

Ha un nome di battesimo che ricorda un centravanti brasiliano campione del mondo e un cognome astruso, impronunciabile. Usa il treno come un pendolare e mangia patatine come solo un bambino. Tutte cose che col ciclismo non si conciliano. Eppure Marildo Yzeiraj, albanese di Lecco, ha appena corso i 170 km del trofeo Balestra di Palazzolo sull’Oglio, con i suoi compagni della Cipollini Alé Rime, team dilettantistico bresciano. E dopo la gara è qui ad aspettare il treno che lo porta prima a Bergamo e poi a Lecco, dove vive, con la bicicletta in carbonio in una mano e le patatine nell’altra.

Diciannove anni, un po’ di anarchia nei capelli e un altro po’ nella testa, Marildo lo ritroviamo seduto vicino una ragazza, perché non è colpa sua se il treno è affollato e c’è posto solo lì, o quasi. “Certo che la corsa è andata bene, l’ho finita”, e si fa una risata. Ammette di non essere molto in forma ma spiega che “queste non sono le mie gare, io preferisco la salita”, e nel vagone tutti fanno sì con la testa, perché comprendono.

E così la chiacchierata diventa un dibattito, una gita di gruppo, con un professore calabrese che fa cicloturismo a Como, un John Belushi dei balcani che urla al telefono perché vicino c’è gente che strepita, e la ragazza che ride. “Sono albanese di Fier, che è vicino al mare, un centinaio di chilometri a sud di Tirana. Fino a tre anni fa non avevo in mente l’Italia e tantomeno il ciclismo. Poi sono arrivato a Lecco, e siccome non stavo mai fermo, mi hanno prestato una bici per andare in giro: salita e discesa, una bellezza; pianura no cioè sì, ma dietro i camion, mi diverto di più. Avanti e indietro sempre da solo, fino al giorno in cui ho incontrato il gruppo dei “Ciclisti Monzesi”: prima mi sono accodato mentre prendevano una salita, poi hanno visto me che passavo davanti a tutti; ho finito la salita secondo del gruppo e mi hanno proposto di correre per loro: ultimo anno juniores, ho cominciato così”.

Nessuno lo guarda ma tutti lo ascoltano: “Questo è il mio secondo anno di corse, dicono che ho un buon motore ma i risultati non corrispondono, devo imparare a gestirmi meglio e poi devo dimagrire: sono 1.85cm per 65 kg, devo scendere almeno a 62. Mi alleno con Fabio Negri – professionista fino al 2010 col team continental De Rosa Stac Plastic – facciamo la salita di Onno, sono più di 5km con punte all’8% di pendenza, in dodici minuti. Mi piace salire, scendere e fare fatica. frequentavo l’Istituto Professionale Fiocchi di Lecco, ma ho smesso dopo il primo anno; sto anche prendendo la patente però”.

Il professore interviene, la ragazza ascolta, qualcuno allunga il collo per vedere chi parla, ride e continua a parlare: di ciclismo, di ragazze, di ritiro e via così. La sua storia piace ed è quasi un peccato essere arrivati. Tutti giù dal treno, saluti e auguri, come alla fine di una bella vacanza, e ognuno per la sua strada.

Quando tutti si sono allontanati, Marildo si toglie gli occhiali che vanno di moda e si fa serio come mai è stato finora. “Vivo a Casa don Guanella, una comunità educativa per bambini e ragazzi. Sono in Italia da solo e vivo lì, in comunità. Tre anni fa ho combinato una grossa stupidata e così me ne sono andato da Fier. La stupidata si è poi rivelata meno grossa, ma non sono tornato. Sono arrivato in Italia con documenti falsi: da un mezzo parente, per un mezzo lavoro, per una mezza esistenza decente. E mentre guardavo, giravo e cercavo, sono finito in comunità. Prima ci rimanevo giusto per i documenti, quindi per forza. Adesso ci rimango per amore della bicicletta e per affetto verso don Agostino e Giorgio Mazzieri che me l’hanno fatta scoprire. Lì la bici é casa, ma anche lavoro, educazione, rispetto. E poi qui sono venuti Ivan Basso, Alessandro Ballan, Cadel Evans e altri professionisti”.

Marildo racconta e sicuramente avrebbe tanto altro da aggiungere. Ma c’è un altro treno che lo aspetta: “Il ciclismo mi piace. E se in gara dico che sto bene, la squadra corre per me”. Per lui “stare bene” non é solo una questione di gambe. 

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