Guerra aperta all’infiammazione

Sia quella silente - da cattive abitudini, anche alimentari - sia quella che determina una serie di infortuni nello sport, si può contrastare con il cibo, riequilibrando i sistemi ormonali coinvolti. Il tema ha tenuto banco durante “Science e Nutrition”, la due giorni milanese promossa dalla Fondazione Paolo Sorbini

Due giorni di grande interesse, il 13 e 14 marzo 2014, trascorsi a ragionare, su proposta della Fondazione Paolo Sorbini, di dieta anti infiammatoria come primo passo fondamentale per prevenire le malattie croniche e quantomeno contrastarle quando si manifestano. Abbiamo appreso alcune semplici modalità per combattere l’infiammazione silente, uno dei mali del nostro tempo a tutte le latitudini, sempre caratterizzata da assenza di dolore o altri sintomi: basterebbe avvalersi di cibi a basso indice glicemico, utilizzare solo grassi monoinsaturi, consumare cinque porzioni di verdura e frutta al giorno (ricche di polifenoli) e ricordarsi del maqui, un alimento naturale che ha del portentoso. Il maqui è un piccolo mirtillo che cresce spontaneo nel sud del Cile, noto sin dall’antichità e utilizzato dai nativi, gli indios Mapuche, come energizzante e come rimedio da applicare sulle ferite.

Il terzo congresso di “Science in Nutrition” si è aperto a Milano con alcuni dati allarmanti. Dei 57 milioni di decessi l’anno per malattia ben 36 milioni sono associati a patologie croniche: diabete di tipo 2, ipertensione, malattie cardiovascolari e respiratorie, artrite, depressione e Alzheimer (ormai considerato il diabete di tipo 3). Tutte patologie figlie dell’infiammazione silente che determina danni gravi e irreversibili all’organismo.

La ricerca ha dimostrato che l’infiammazione silente è generata dall’alterazione dell’equilibrio degli ormoni eicosanoidi, che si dividono in anti infiammatori e infiammatori, di cui oggi si conoscono i markers. Dipendono infatti dal rapporto tra l’acido arachidonico (AA) che rientra nel gruppo degli omega-6 ed è un precursore degli eicosanoidi pronfiammatori e l’omega-3, l’acido eicosapentaenoico (EPA) che genera gli eicosanoidi antiinfiammatori. Questioni biochimiche, meno astruse di quanto sembrino: in fondo basta considerare il rapporto fra i due antagonisti (servono entrambi, in equilibrio instabile ma non troppo sbilanciato a favore dei proinfiammatori) e tanto più alto sarà il rapporto AA/EPA tanto maggiore sarà il livello di infiammazione silente nei diversi organi.

L’infiammazione silente è generata da abitudini dannose quali il fumo, l’alcol e la sedentarietà. Ma entra in gioco anche il cibo impiegato se in eccesso e se di tipo spazzatura. Il cibo, teniamolo a mente, è anche un medicamento, se si provvede a utilizzarlo convenientemente: visto che in gioco c’è l’alterazione dell’equilibrio fra due sistemi ormonali (eicosanoidi e insulina, i primi controllati dall’assunzione di acidi grassi essenziali e la seconda dal bilanciamento tra proteine e carboidrati) la dieta anti infiammatoria in fondo è semplice: per ogni grammo di grassi, due grammi di proteine e tre grammi di carboidrati, come opportunamente consiglia lo Joslin Diaetes Research Center della Harvard Medical School.

Riepilogando, le principali caratteristiche di una dieta anti infiammatoria sono il basso carico glicemico (per mantenere la calma insulinica), un basso tenore di acidi grassi omega-6 e un buon apporto di EPA, non dimenticando 150 grammi di carboidrati al giorno (rigorosamente limitati sono pane, pasta, riso e patate, tutti alimenti ad alto indice glicemico).

Veniamo allo sport, ampiamente preso in esame nella due giorni milanese. Una corretta nutrizione, con le supplementazioni più opportune (i grassi omega-3 di origine marina) può prevenire gli infortuni oltre ad accelerarne la risoluzione, in particolare in riferimento ai guai distorsivi. Senza dimenticare che gli sportivi, non solo quelli di élite, proprio perché impegnati in sforzi comunque massinali, producono infiammazione, non solo silente, ma con manifestazioni dolorose, e non sempre traumatiche.

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