Scozia di rapina, azzurri senza nerbo

All'Olimpico finisce 20-21 dopo un primo tempo meritatamente chiuso sul 13-3. Poi l’incontro diventa un incubo, segnato da errori e apatia e gli scozzesi ci superano con un drop di Weir allo scadere

Partita bruttina, buttata via con un secondo tempo inspiegabile da parte degli azzurri, avanti all’intervallo – meritatamente – per 13-3. Sembrava fatta, perché gli uomini del cardo, touche a parte, non sapevano dove sbattere la testa: in mischia il pilone destro Low era costretto a uscire tritato da De Marchi, alla mano non trovavano mai varchi, rispediti sempre indietro da una difesa azzurra molto avanzante. Da parte nostra Allan si muoveva bene e segnava la sua seconda meta in nazionale, al termine di un azione partita da mischia con Parisse, riciclata da Furno e terminata con l’italo-scozzese sotto i pali. Ecco, l’australobeneventano Furno impressionava nella prima frazione, facendoci dimenticare la giornata di vacanza della nostra terza linea: tanti gli errori di Barbieri, poca l’incisività da parte di Parisse, Zanni evanescente. Per carità, ci sta in una partita del genere di tirare il fiato, soprattutto visti gli avversari mediocri e il break nel punteggio.

Nel secondo tempo però la truppa di Brunel rimane negli spogliatoi. Si inizia peccando di indisciplina e Laidlow accorcia al piede: 13-6. Sembra un caso isolato, invece rimaniamo schiacciati, apatici, nei nostri 22, subendo attacchi – per la verità sterili – da parte scozzese. Purtroppo è dall’inizio del match che di turnover manco a parlarne, se capita è un caso.

Alla fine capita davvero e Gori si ritrova poco coperto sui 22 per liberare dalla base. Pressato, con una finta si apre un varco ma perde palla in avanti. Agli scozzesi, disposti su tutto il campo per la difesa, basta aprire: Scott (tra i migliori dei suoi il primo centro dell’Edimburgo), Hogg, Dumbar e si arriva in bandierina. Laidlow sbaglia e siamo 13-11. Prima meta della Scozia in questo Sei Nazioni.

Ci immaginiamo la riscossa, invece no. Il ritmo basso ci penalizza, l’incapacità di recuperare palloni ci rende frenetici una volta che abbiamo il possesso dell’ovale. Brunel prova a cambiare l’intera prima linea: escono d’un colpo Castro, De Marchi e Ghiraldini, per Giazzon, Aguero e Cittadini.

Ma la scossa non arriva e le cornamuse da folkloristiche si fanno fastidiose. E al secondo – si fa per dire ma non siamo lontani dalla verità – turnover della partita per gli azzurri, puntuale un altro errore in avanti. Siamo appena dopo la metà campo e la Scozia riparte innocua con Cusiter (entrato da poco per il capitano Laidlow), in prima fase. La palla va a Lamont, che si inserisce nel lato aperto sfondando il primo placcaggio e riciclando per lo stesso numero nove. Cusiter fa qualche metro, poi è placcato e trova Dumbar che, grazie al sostegno di Scott, può fintare e puntare i pali, dove schiaccia con due azzurri appesi al 67′. Sembra un incubo ma la Scozia è avanti 13-18. Pazzesco.

C’è tempo per parlare di recupero, di riscossa Italia e infatti basta aprire due o tre palloni per entrare nei 22 e sfruttare una delle poche superiorità numeriche della partita. L’ovale è veloce per le mani di McLean, Orquera, Parisse e Furno che schiaccia e si guadagna il premio di Man of the match, che sponsor e tv vogliono in anticipo, su un tiratissimo 20-18. Perché Orquera, entrato da poco, centra i pali agevolmente sulla trasformazione.

E qui si scrive una delle più tristi pagine del nostro Sei Nazioni 2014. Perché con avversari così messi male, forti di una mischia tritatutto, avanti 13-3 all’intervallo non puoi ritrovarti a far giocare un drop per la vittoria agli scozzesi. Perché lo metteranno, 10 volte su 10. Perché quello che Brunel chiama “vissuto rugbistico” è importante in questi finali punto a punto. Un applauso a Weir, apertura fino ad allora poco incisiva e autore dell’ultima trasformazione e del calcio di rimbalzo decisivo. Che parte, bello alto, perfetto e centra i pali, qualche secondo prima dell’80′.

A noi in questi casi – oltre per i 70mila che sono venuti all’Olimpico – spiace per Jacques Brunel. È come un papà tradito dal figlio poco studioso, un marito fedele la cui moglie non lo è. O un allenatore straniero in una terra di frontiera, dove il confine tra impresa e debacle – in pratica – non esiste.

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