Quella peste del Pierino

Prati debutta a 19 anni nel Milan con cui vincerà tutto segnando la bellezza di 102 gol. Indimenticabile la sua tripletta a Madrid, finale di Coppa dei Campioni 69, quando l’Ajax fu risolto con 4 “pappine”

Pierino Prati, detto Pierino la peste, festeggerà i suoi 67 anni il 13 dicembre, giorno di Santa Lucia, protettrice dei non vedenti. Lui di occhi e di fiuto ne aveva eccome. Nativo di Cinisello Balsamo, hinterland milanese, Pierino diventa ben presto la bandiera del Milan, per circa un decennio e nel 1968 si laurea campione europeo. Il suo debutto in serie A, in maglia rossonera, avviene nel 1965. Ha appena 19 anni. Una breve apparizione nel Savona in serie B e poi di nuovo a Milano. Capocannoniere con 15 gol, contribuisce alla conquista dello scudetto. È un Milan incontenibile. Vince Coppa delle Coppe, Coppa dei Campioni e Coppa Intercontinentale. L’anno è il 1969.

Chi non ricorda la memorabile tripletta, firmata Pierino la peste, nella finale di Coppa Campioni? Sfiora addirittura la quarta rete, spedendo la palla sul palo. E pensare che sarebbe stato record per una finale, da dividere con il mitico Ferenc Puskas, autore di un poker di gol.

Lascia il Milan nel 1973, dopo aver vinto altre due Coppe delle Coppe e dopo aver giocato 209 partite, segnando 102 gol. Da Milano a Roma per giocare un paio di stagioni in maglia giallorossa. Non è più il goleador che tutti conoscono e così imbocca il viale del tramonto.

Ancora due brevi parentesi, prima in maglia viola con la Fiorentina e poi negli USA con i Rochester Lancers. Chiuderà la carriera agonistica in C2, tornando a Savona, la squadra dove aveva militato prima di esordire in serie A.

Una volta appese le scarpette al fatidico chiodo, Pierino inizierà un’altra carriera: quella di allenatore. Sempre con squadre minori: Solbiatese (1988-89), che porterà in C2 e poi Bellinzago Novarese (Interregionale) con la quale, per un soffio, mancherà la promozione in C2. Ultima spiaggia la Pro Patria: una esperienza da dimenticare che lo spingerà a dimettersi.

I tifosi rossoneri e gli sportivi della sua generazione lo ricorderanno sempre come uno dei più grandi attaccanti del calcio italiano del dopoguerra, capace di interpretare ruoli diversi. Prima o seconda punta non faceva differenza. Lui, al momento decisivo, lo trovavi sempre pronto ad arpionare il pallone per metterlo nel sacco.

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